Riforma all’amatriciana

giustizia

La riforma della giustizia italiana è legge dello Stato. Mai riforma in Italia fu tanto travagliata in ogni sua fase, dall’ideazione alla pubblicazione. Tutto inizia quando da una riunione di Sandro Bondi con i suoi fedelissimi, in una nota trattoria romana, emerge la preoccupazione per come funzioni male la giustizia italiana. Memorabili le parole di Bondi: “Fratelli carissimi, nel nostro amato Silvio da tempo alberga il sentimento della preoccupazione. Una preoccupazione che nasce dalla constatazione che la giustizia in Italia non risponde più a un valore come quello di Dio e, quindi, a Silvio. La giustizia italiana non è quella divina. E questo è male. La preoccupazione di Silvio deve essere per noi motivo d’angoscia. Meditiamo, dunque, perché le cose cambino”. Il risultato di tante meditazioni fu scritto a caldo nel retro della carta dei vini tra una macchia di sugo e una d’olio. Nasceva così la prima bozza della riforma della giustizia che esaltò a tal punto Bondi da lasciarsi sfuggire una sua beatitudine, cosa rara, ma molto attesa da ogni forzista: “Beato chi ha sete di riforme della giustizia, perché non conoscerà il riformatorio”.

Ma l’iter legislativo è lungo. Il ministro della giustizia, l’ingegner Castelli, essendo un po’ digiuno di giurisprudenza, per prima cosa si chiese se non era il caso di fare prima delle planimetrie e ordinare uno studio su materiali da costruzione per tribunali. Cosa inutile, ma puntualmente fatta. Del resto l’ultima persona del ministero che aveva obbiettato dubbi su un provvedimento di Castelli, era stato accusato di essere uno sporco immigrato irregolare e consegnato a Borghezio che, notata la testa bionda con occhi azzurri del malcapitato, sentenziava: “Ste’ merde di svizzeri extracomunitari che rubano il lavoro ai padani”, e giù il poverino (che comunque era di Trastevere) per le valli alpine dentro una botte chiodata.

Ma vediamo nei dettagli cosa prevedeva la prima bozza Bondi, detta anche “all’amatriciana” da chiunque l’avesse annusata:

1) Silvio è l’essere perfetto e perfettissimo che vede e provvede alla giustizia in Italia;

2) di contro, la giustizia provvede a far sì che Silvio resti perfetto e perfettissimo;

3) i ministri di Silvio come tutti i ministri di Dio, possono far confessare e perdonare, ma non dovranno mai confessare;

4) per far carriera nella magistratura bisognerà fare un colloquio con lo psicologo al fine di appurare se si tifa Milan se fanno incubi dove si viene perseguitati da un martello e una falce giganti;

5) le carriere e le funzioni di giudici e pubblici ministeri vengono separate: uno scaverà la fossa e l’altro insabbierà;

6) il giudice può essere pagato da privati per aggiustare una sentenza, ma solo nel limitato caso che il compenso sia equo e solidale e in banconote di piccolo taglio.

Come inizio non era male, finché anche Alleanza Nazionale non ha voluto dire la sua. Secondo il partito di Fini, una buona riforma della giustizia dovrebbe prevedere che una “legge è uguale per tutti i ricchi” e un’altra per tutti i poveri. E se Storace auspica che “la toga nera nun se tocca”, Gasparri avrebbe visto bene l’introduzione di una norma che consentisse lo spostamento di un processo sul digitale terrestre: “Così si potrà selezionare la sentenza dal menu interattivo e fare sondaggi di colpevolezza da casa”, una sorta di modello Forum su scala nazionale e con la qualità del digitale! Crea malumore in An l’idea di Fini di consentire agli embrioni di poter divorziare in modo che ovulo e embrione tornino liberi e single: la norma è incompatibile con l’impostazione sacra della legge che, comunque, è fatta per tutelare delle vite, specie quelle che hanno un cognome che comincia per “Ber” e finisce in “Lusconi”.

Ma se si parla di riforma divina della giustizia italiana, non potevano non proporre idee e soluzioni i democristiani dell’Udc. Secondo il presidente filosofo Buttiglione è fondamentale che un ordinamento della giustizia assomigli al calvario di Gesù. In pratica il presunto colpevole dovrà arrivare alle audizioni in tribunale salendo le scale con addosso una croce. Tuttavia, visto che l’Italia è un paese laico, la croce può essere sostituita da una croce con due piatti appesi, cioè la bilancia della giustizia. Buttiglione a suo tempo consigliò anche il reato di omosessualità e relativismo, specie se entrambi i reati si presentano contemporaneamente. Quest’ultima idea era così curiosa che, davanti a richieste di chiarimenti, Buttiglione disse: “La norma serve a evitare che qualcuno possa ipotizzare che Gesù, coi suoi lunghi capelli biondi, il suo apostolato maschile e il forte attaccamento alla madre, potesse essere gay e rimanere impunito”.

Nello stesso partito, il segretario Follini propendeva invece per un emendamento che potesse dare ai colpevoli recidivi la possibilità di recitare un rosario con la propria coroncina. Se l’imputato non se ne potesse permettere una, ne veniva data una d’ufficio.

Davanti alle parole di Follini, inorridisce la Lega Nord di Umberto Bossi. Per Calderoli è inammissibile dare un rosario d’ufficio a un imputato islamico che, sostiene il ministro, “certamente la mangerebbe davanti al giudice per poi girare la faccia di 180° per ridere contro l’uditorio”. La Lega dunque risponde con altre sue proposte integrative e correttive volte a rendere la giustizia più democratica (ogni cittadino può farsi giudice e condannare dentro il giardino di casa), più libertaria (ogni straniero, di per sé colpevole, può scegliere se essere espulso a pedate nel culo, mediante scarponcini con base di ferro e sputi in viso, oppure come prima ma con scarponcini normali), più giusta (le sentenze pecuniarie possono essere pagate anche in lire italiane, secondo i propri sentimenti nostalgici), più economica (se un imputato ha la faccia da criminale, può essere condannato senza processo, con un notevole risparmio).

Dure le critiche dell’opposizione. Per Pecoraro Scanio e i Verdi, “ancora una volta si procede a fare una riforma senza tener conto delle questioni ambientali”. Bertinotti invece osserva come ancora una volta si impedisca ad associazioni e movimenti di amministrare partecipativamente la giustizia di una comunità. Più duro Rutelli per la Margherita, secondo il quale questa “è una riforma brutta dove si sbagliano anche i congiuntivi: scan-da-lo-so!” Fassino e i Ds gli fanno eco spiegando che “forse, ma è solo un dubbio, non lo so, ma credo che così si favorisca il premier”.

Dalla sua residenza bolognese tuona invece Romano Prodi: “La Casa delle Libertà fa una riforma dove non si prevede la selezione dei giudici mediante primarie”.

[Sorte Marziale di Marziobarbulo]

per Sapevatelo. Giornale della facoltà di Lettere e Filosofia di Catania n. 7, 25/8/2005.

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