L’utilità sociale del cinema d’autore

CinemAvvenire

CinemAvvenire ha fondato una scuola di Art-Counseling per la formazione di esperti di linguaggi artistici e multimediali, capaci di interventi finalizzati alla relazione di aiuto alle persone e ai gruppi  nelle situazioni di disagio sociale ed esistenziale.
Ritieni che il cinema  possa essere – sia attraverso la fruizione consapevole delle sue opere, sia attraverso l’ uso attivo ed espressivo del suo linguaggio – anche strumento di un percorso di crescita, di trasformazione individuale e di intervento sociale, che migliora la qualità della vita delle persone e dei gruppi?


Se i libri fossero semplicemente dei cumuli ordinati di carta buoni solo per riempire le librerie, per decorare gli studi di professionisti o al più da usare come zeppe sotto tavoli traballanti, i nazisti non si sarebbero spesi tanto per bruciarli e, prima di loro, non avremmo avuto l’Indice dei libri proibiti. Evidentemente anche il più rozzo nazista non aveva difficoltà a intravedere nella letteratura una carica potenzialmente “eversiva”: l’eversione dell’uomo libero e liberato, che leggendo ne capisce sempre di più e sa più consciamente distinguere tra bene e male. Se tuttavia basta un libro a far tremare regimi di ogni epoca e di ogni luogo, quale può essere il valore del cinema?
Entrambi sono dei medium di massa, entrambi, cioè, si rivolgono a pubblici estesi, ma lo fanno con modalità profondamente diverse. Se il libro col “grigiore” delle sue pagine è in grado di rievocare qualunque scenario, purché il lettore collabori, cosa può scatenare un film dentro una sala cinematografica? Da subito (primi del Novecento) l’impressione fu quella di trovarsi davanti a un mezzo di comunicazione di massa profondamente incisivo nell’animo umano, anche solo per la capacità di riprodurre su un telo realtà esterne con sorprendente “fedeltà”, come e più di una fotografia. Fu Jean Luc Godard a dire una volta che “la fotografia è verità, e il cinema è verità ventiquattro volte al secondo”. In realtà ampi settori della semiologia sarebbero pronti a smentire o, perlomeno, a ridimensionare l’idea di Godard, ma nella prima metà del XX secolo, l’equivoco della “verità ventiquattro volte al secondo”, fu sufficiente a spingere poteri politici di vario tipo a far del cinema un potente alleato per la propaganda. Così se in Urss il cinema magnificava ed elogiava la Rivoluzione d’Ottobre, in Germania Hitler commissionava la realizzazione di ‘Olympia’ al fine di esaltare la “razza” ariana per le olimpiadi del 1936; mentre in Italia si tentava di creare un cinema di regime (ma non si andò troppo oltre i cinegiornali). Anche la democraticissima Francia, a metà degli anni ’30, sviluppava un filone cinematografico detto “del Fronte Popolare” per sostenere elettoralmente l’omonima coalizione marxista e il conseguente governo. Dunque instillare presunte verità di regime alle masse, grazie a normalissime visioni collettive di opere cinematografiche.
Funzionava? Sì e no. Da una parte l’influenza sullo spettatore medio è innegabile, ma certo si era lontani dal lavaggio del cervello che sognava qualche potente. In più non s’era capito che, per quanto di massa possa essere la proiezione, il cinema era ed è un’esperienza solitaria e intima molto vicina all’esperienza che un lettore ha in silenzio col suo libro, con tutte le conseguenze del caso. Nella seconda metà del Novecento, non a caso, si rinunciò a politiche cinematografiche di Stato (anche perché ormai c’era la TV) e lo spettatore fu lasciato progressivamente più libero di far le sue individualistiche esperienze cinematografiche. In tal senso, il cinema come propaganda anteguerra, ha passato il testimone ai cortometraggi pubblicitari della TV. Il collassare nel dopoguerra del cinema di propaganda, credo abbia creato le necessarie e sufficienti condizioni perché un nutrito numero di personalità del cinema, potesse sviluppare meglio un cinema con altre “verità” e altri discorsi artistici personali.
Il cinema come arte, come settima arte. Non solo propaganda, non solo evasione, non solo industria e fabbrica dei sogni, ma mezzo espressivo per proseguire una riflessione mai interrotta dall’uomo in tanti millenni: capirne di più di noi e del mondo circostante. Albert Camus affermava che “se il mondo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe”, e poiché il mondo è ancora tutt’altro dall’essere chiarito, e le varie arti finora esistite si sono rivelate efficaci tanto nel portare avanti riflessioni filosofiche, quanto nell’avvicinare anche i più restii a queste riflessioni, l’arte non solo continua ad esistere, ma trova nel cinema di artisti e intellettuali, l’occasione per rilanciarsi presso il grande pubblico.
Si va quindi affermando il cinema d’autore, il cinema realizzato da registi e autori capaci di usare la macchina da presa, come uno scrittore potrebbe usare la propria penna su un foglio di carta. Da brava arte, il cinema non fa né più né meno quello che possono fare le altre attività artistiche più antiche e nobili, fatto salvo le specificità di ciascuna. Tuttavia oggi, nel nostro Occidente tanto frenetico e sempre più multimediale, fra tutte le arti, il cinema diventa il mezzo migliore e più opportuno per riflettere sul mondo e spiegarlo in modo semplice (ma mai banale!). Albert Einstein, che di complessità se ne intendeva, arrivò a sostenere che “l’arte é l’espressione del pensiero più profondo nel modo più semplice” e, aggiungerei, il cinema è il sistema di codifica più accattivante e completo per meglio spiegare questa complessità. Lungi da me svalutare le riflessioni che nascono dalla lettura di seri e posati saggi, ma non si può negare che purtroppo non a tutti e non a tutte le età è dato accostarsi con disinvoltura a certe letture impegnative, più che impegnate. Anche una persona colta e anziana come Eugenio Scalfari, per esempio, non fa mistero di trovare difficoltoso leggere ‘La critica della ragion pura’ dell’acuto Kant. Per risolvere, dunque, le naturali angosce insite nell’uomo, per svelare ciò che non sempre è visibile, per far ciò che è proprio dell’attività di un intellettuale, allo stato di cose presenti, non si può fare a meno del cinema, non si può non coltivare un interesse cinematografico, almeno come spettatore, se non anche come regista.
Purtroppo la natura umana non ci consente di condurre una vita normale e di superare ogni difficoltà senza l’aiuto di qualcuno o qualcosa. Siamo gli unici animali che per difenderci dal freddo non possiamo contare sulla nostra nuda e semplice epidermide. Come il bambino per nuotare in mari infiniti e profondi necessita di braccioli per non annegare e poter progressivamente acquisir sicurezza, così il cinema d’autore può essere l’alleato, i braccioli per vivere. Ma così come i braccioli vanno indossati correttamente per renderli efficienti, così anche la fruizione, la comunicazione con un film da parte di un qualunque spettatore deve essere ottimale, pena rendere vano il progetto a monte compiuto dal regista.
Fermo rimanendo che ogni opera dell’intelletto umano è figlia del suo tempo, carico di valori e di messaggi di uno o più autori, nei lavori d’autore questa caratterista è amplificata e, anzi, diventa cruciale per il destino dei suoi fruitori. Il bravo artista è colui che cerca di fornire dei dubbi, di suggerire ipotesi, di comunicare visioni del mondo. E lo fa non ricorrendo alla “brutalità” della parola esplicita (altrimenti non sarebbe diverso dal comizio di un deputato), ma trasformando tutto in sogni, storie, simboli a seconda della personalità e dello stile dell’autore. In pratica codifica un proprio originale pensiero molto più di quanto noi non facciamo usando la lingua italiana.
Ma se il regista codifica, spetta allo spettatore decodificare. Difficilmente si può comprendere in pieno un film facendoselo calare dall’alto senza nessuna nozione preliminare. In fondo neanche i critici più navigati arrivano a comprendere tutto di tutti, ma questo non autorizza ad improvvisarsi spettatori. Serve maggior consapevolezza. Armando Fumagalli, nel saggio ‘I vestiti nuovi del narratore’ (Il Castoro), ha scritto che “le tecniche di scrittura drammaturgica insegnano sempre di più a lavorare come se dovessero emergere sullo schermo solo le punte degli iceberg”, e spesso “si vede uno ma – se stiamo attenti – si comprende dieci”. Se il regista, come s’è detto, comunica dubbi, domande, lo spettatore deve essere quindi pronto a ricettare dentro di sé queste domande e conseguentemente sarà invitato a tentare di trovare delle risposte. Non è detto che le risposte arrivino, ma intanto quello spettatore, dopo ogni film, sarà una persona diversa, migliore: è una delle conseguenze più nobili dell’arte in genere. Sempre Godard osservava che “l’arte ci attrae solo per ciò che rivela del nostro io più intimo”. E in questa rivelazione può succedere di tutto. Le epifanie cui può portarci il film giusto al momento giusto, possono avere conseguenze inimmaginabili nella nostra vita. Solitamente nulla che si possa cogliere nel breve termine, ma a lungo termine sì. Del resto non ho notizia di cose buone nate dalla fretta.
A questo proposito ritengo sia esemplare un brano tratto da un vecchio scritto di Francesco De Gregori sulla sua adolescenza: “Il cinema lo scoprii andando a un cineforum, il Planetario, attraverso la scuola. Lì vidi film stupendi, non so: ‘Il settimo sigillo’…. Il cinema mi piaceva molto. Mi innamorai di Pasolini, vedendo ‘Il vangelo secondo Matteo’, che mi folgorò. E poi Antonioni: ‘Blow up’ lo so a memoria. Scatenò anche in me la moda delle macchine fotografiche. Corsi a comprarmi una Petri e andavo a fare fotografie. Mi piaceva molto James Bond con Sean Connery. I western all’italiana non mi piacevano particolarmente, preferivo i western veri: ‘I magnifici sette’, ad esempio. I miei primi approcci con la musica sono nati attraverso certe colonne sonore”.
Questa testimonianza ha notevole importanza non perché riguarda il noto artista De Gregori, ma perché, se cercassimo bene, troveremmo molte storie simili tra persone di tutto il mondo che poi magari sono rimasti lontani dalle luci della ribalta. De Gregori, ragazzino, guarda ‘Blow up’ e, influenzato dal fotografo protagonista, inizia a coltivare un nobile hobby quale è quello della fotografia. Lo stesso ragazzo guarda il Vangelo di Pasolini e ne resta “folgorato” (e di certo il soggetto del film non doveva apparirgli come una gran novità). La folgorazione dopo un buon film è una sensazione comunissima e, come si diceva, dagli esiti positivi ma imprevedibili. Si torni al pallino della fotografia nel giovane “principe”: i maligni potrebbero pensare che in fondo De Gregori non è diventato un fotografo e che s’è solo lasciato prendere da una moda passeggera. Può darsi. Ma una delle doti di scrittura di De Gregori riguarda la capacità di evocare grandi quadri con poche pennellate, e chissà che dietro non vi sia stato l’allenamento del proprio sguardo dietro una Petri? Se vi aggiungiamo la dichiarazione finale sulle colonne sonore, si capisce quanto il De Gregori cantautore debba molto di più al cinema che non a parallele passioni per la musica.
Si osservi poi come non sia casuale che tutto quello di cui parla De Gregori sopra, sia circoscritto all’adolescenza. L’adolescenza, si sa, è l’età delle prime angosce, delle trasformazioni, dei tumulti non solo ormonali, ma esistenziali. Se De Gregori ne è uscito fuori come un buon adulto, lo deve anche, ma certo non solo, al suo incontro col cinema avvenuto, grazie “alla scuola”, in un cineforum romano. Dunque la scuola come mezzo fondamentale per avvicinare nel modo più opportuno un giovane al cinema. Negli anni ’60 del secolo scorso qualche dirigente scolastico di De Gregori ebbe la felice intuizione di portare dei giovani in un cineforum e non in una generica sala a vedere film generici. E, in fondo, la scelta ha pagato e ha compensato evidenti mancanze da parte di altre istituzioni (la famiglia in primis). Il che oggi non pare così scontato: mesi fa è venuto nella facoltà di Lettere e Filosofia di Catania, il noto produttore Aurelio De Laurentiis con il cast principale di ‘Manuale d’amore’, allo scopo di promuoverne il film. In quell’occasione l’università ha rinunciato a organizzare un minimo di discorso attorno a un qualunque tema cinematografico, limitandosi a concedere i migliori saloni a un produttore che, solitario, ha fatto il suo mestiere di pubblicitario facendo sfilare le star di turno e alimentando solo l’aspetto spettacolare e divistico del cinema che, quando va bene, è sterile, altrimenti rischia di essere controproducente su giovani appena maggiorenni. In quella stessa occasione De Laurentiis promise di organizzare, d’intesa col Ministero dell’Istruzione, un circuito pubblicitario dei propri film italiani presso una settantina di università, magari in videoconferenza. De Laurentiis ci guadagnerà sicuramente, probabilmente si riprenderà anche il cinema italiano, ma non sono del tutto sicuro che ci guadagni l’arte del cinema.
E allora è consolante sapere che l’associazione CinemAvvenire organizzi una scuola di Art-Counseling, per formare esperti di linguaggi artistici e multimediali. Da quel che ho potuto leggere a riguardo, CinemAvvenire ha addirittura l’ardire di creare dei professionisti che possano usare il cinema e non solo, come mezzo di intervento sociale anche nelle realtà più difficili. Utopia? Tutt’altro! Ma evidentemente una scarsa diffusione del pensiero dello scrittore Henry Miller, secondo cui “l’arte non ci insegna nulla, salvo il significato della vita”, fa sì che le “pretese” della scuola di Art-Counseling appaino come la scoperta dell’uovo di Colombo! Oltretutto viviamo tempi che tecnologicamente ci permettono di poter giostrare nelle nostre mani ogni medium di ottima qualità, come più ci pare e a seconda del momento. Oggi più di ieri, con la giusta formazione, si possono fare grandi cose con poco e, da quanto posso intuire, proprio gli Art-Counselor che CinemAvvenire si appresta a formare, hanno, in tal senso, grandi potenzialità e potranno essere una preziosa risorsa per la nostra contraddittoria società. Dispiace solo, ma spero sia un’impressione errata, che simili progetti non siano indicati nelle sedi opportune come vie maestre per rivoluzionare persone che sappiano rivoluzionare lo stato (triste) di cose presenti.
Ma sono certo che la scuola di CinemAvvenire sarebbe piaciuta al François Truffaut del libro ‘Il piacere degli occhi’, quando scriveva: “Ecco perché sono il più felice degli uomini: realizzo i miei sogni e sono pagato per farlo, sono un regista. Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell’infanzia (…) Penso che tutte le individualità debbano esprimersi e che tutti i film siano utili, formalisti o realisti, barocchi o impegnati, drammatici o leggeri, moderni o antiquati, a colori o in bianco e nero, a 35 mm o in Super 8, con attori famosi o sconosciuti ambiziosi o modesti… Conta solo il risultato, cioè il bene che il regista fa a se stesso e il bene che fa agli altri”. Se poi il “bene che il regista fa agli altri” viene incanalato da persone preparate per far bene agli ultimi e recuperarli, il cinema d’autore avrà raggiunto la pienezza delle sue potenzialità.

Vincitore del Premio CinemAvvenire 2005 come miglior tema.

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