L’Argentina di Naomi Klein

la presa

Le tematiche new global e gli orrori del capitalismo glo­balizzato sbarcano alla Mostra di Venezia con Naomi Klein, autrice della sceneggiatura del do­cumentario The take – L’autoge­stione. La regìa affidata ad Avi Lewis confeziona in formato digi­tale un lungometraggio che vuole essere e una sorta di No logo in for­ma video e una riflessione-denun­cia sul collasso economico dell’Ar­gentina della fine del 2001. Men­tre avidi speculatori e ingenti ca­pitali fuggivano all’estero spingen­do la popolazione argentina ai no­ti assalti ai supermercati con ap­propriazione degli alimentari, Lewis e Klein filmavano la sponta­nea risposta di un nutrito gruppo di operai: l’autogestione della pro­pria fabbrica, l’abrograzione del padrone.

Nello sfacelo generale del più ricco ceto medio sudamericano forgiato a suo tempo da Peron, la classe operaia di Buenos Aires cer­ ca riscatto e voglia di andare avan­ti riprendendo in mano la propria vita e la propria fabbrica, risco­prendo, ebbene sì, la cara vecchia coscienza di classe, che, bene o male, funziona. I salari diventano equi, il laroro più giusto e l’otti­mismo sembra farsi largo in quel­la che, all’esterno dei capannoni, sembra assumere la forma dell’apocalisse del capitalismo, con tanto di giudizio universale della classe dirigente argentina (in primis l’ex presidentissimo Me­nem) e delle ricette economiche dettate dal Fondo monetario inter­naziabaíe e sempre benedette da­gli Stati Uniti.

La borghesia avverte il rischio di una rivoluzione e mette in mo­to la reazione mandando, guarda caso, la polizia a riportare ordine e disciplina nelle fabbriche occu­pate. Ma gli operai resistono e l’autogestione continua. Non resta che tornare a elezioni presidenzia­li e tentare di riaffidarsi a Menem, il quale, fresco di prigione, inizia a gridare quanto l’Argentina abbia bisogno di ritrovare ordine: le cooperative vanno boicottate. L’alternativa è rappresentata da altri quattro potenti che in sostan­za sono tutti pronti a rifar gli in­teressi statunitensi, più che, degli argentini. In un simile scenario, tra gli operai c’è chi sceglie l’astensione, chi il peronista Kir­chner, vincitore e legalizzore delle cooperative e chi, invece, si dichiara pronto a votare Menem, che intanto si propaganda come “il salvatore”, quasi messianico.

Qui il documentario inizia a mo­strare i limiti dei progetti new glo­bal: Klein narrando fuori campo sembra quasi convincere sulla vali­dità della strategia dell’autogestio­ne in risposta al capitalismo glo­balizzato, ma dalle intenzioni di voto degli operai emerge che la borghesia ha ancora grande in­fluenza sugli operai e che la cosid­detta abrogazione del padrone è più formale che reale. Non a caso Menem vince al primo turno e so­lo i sondaggi fortemente negativi lo porteranno a ritirarsi a favore di Kirchner che, pur promuovendo iniziative sociali, torna a firmare i soliti accordi col Fondo monetario internazionale.

Il documentario chiude molto ot­timisticamente, invitando ad agire globalmente in favore delle autoge­stioni per evitare di far dell’intero pianeta un “caso Argentina”. Il tut­to senza superare il capitalismo e quindi rinviando solamente i problemi di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Piacevole e utile, il lavo­ro di Naomi Klein è un documenta­rio dalle spinte più riformiste che al­termondialiste, ma riceve comun­que lunghi applausi da parte dei gio­vani accorsi numerosi in sala.

per la Rinascita della sinistra n. 36, 17/9/2004

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