Tra giovani e cinema non mettere la Tv

Nuovo Cinema Paradiso

Cosa vogliono i giovani dal cinema italiano ed europeo? Quali contenuti, quali stili e quali linguaggi? E, soprattutto, quali  valori? Può il cinema rispondere alle domande di fondo che i giovani si pongono sulla vita e sul mondo? Può aiutare a capire un po’ più la vita e a viverla meglio, come dice Gillo Pontecorvo? Avere un’idea sul cinema, significa anche avere un’idea sul mondo, come ha detto Truffaut? Il cinema deve servire a qualcosa, come diceva Rossellini? Può servire a rilanciare la speranza di un cambiamento profondo della cultura, dei rapporti umani e dei modi di vivere?


A furia di voler etichettare come unici, fenomeni ricchi di sfaccettature, si rischia di far la fine di quegli antichi che ritenevano l’acqua un elemento semplice, quando invece, come è noto, è un composto di ossigeno e idrogeno: nel 1967 uscì uno studio sui giovani di quel periodo, condotto da esperti abbastanza blasonati, che bollava i ventenni dell’epoca come svogliati, senza valori, mediocri, capaci di poco o nulla. L’anno dopo quegli stessi giovani davano luogo alla contestazione sessantottina, ancora oggi ricordata come un grande laboratorio di idee e di progresso, malgrado certi limiti. Vale la pena di tenere a mente questo episodio perché davanti all’argomento “giovani”, il rischio di imbarazzanti miopie è sempre dietro l’angolo. E certo io, che giovane lo sono ancora, non ne sono esente.
Quando quindi indaghiamo su cosa vogliono i giovani del 2004 dal cinema italiano ed europeo, bisogna ricordare quanto i giovani (che orientativamente sono i maggiorenni sotto i 30 anni), siano profondamente eterogenei e di come spesso siano gelosi delle loro diversità, anche a rischio di creare un’assurda incomunicabilità fra coetanei. Comunque a carattere generale, in qualunque spazio e tempo, il giovane è sempre stato un vulcano di energie fisiche e/o intellettive, che non si limita a rimpiazzare la generazione precedente, che non si limita a farsi nuova classe dirigente, ma che tende anche di immettere elementi (ora timidi, ora estremi) di innovazione nel genere umano. È il nuovo che porta la novità. O almeno ci prova. Per sua natura l’uomo è, nel bene e nel male, creativo, il giovane, poi, lo è in maniera più netta, forte delle sue fresche energie. E poiché non c’è modo migliore di mettere a frutto la propria creatività se non nell’arte, allora si potrebbe arrivare a dire che l’arte è dei giovani, specie se è arte cinematografica. Perché il cinema, avendo alle spalle “solo” un secolo di storia, è l’arte più giovane che esista e, quindi, quella che garantisce ancora maggiori possibilità di sperimentazione e di esplorazione in campo espressivo e, soprattutto, quella che permette di mettere in relazione e di condensare più modalità artistiche (letteratura, musica, pittura…), il che richiede capacità che è più facile trovar in un giovane che in un uomo più in là con gli anni.
Va però detto che la maggioranza dei giovani di oggi, non brillano certo per gusto estetico, finendo per disperdere od offuscare tutte le loro potenzialità sopraccitate. Questi giovani maggioritari sono, del resto, figli del loro tempo, essendo, almeno in Italia, i primi ad essere stati cresciuti solo o anche dalla televisione privata e a colori. Chi è giovane nel 2004 è nato infatti tra la seconda metà degli anni ’70 e la prima degli anni ’80, cioè proprio quando in Italia nasceva e s’affermava la televisione privata e a colori nella vita di ogni singolo cittadino. Non una semplice contingenza, dato che, come vedremo, questa segna letteralmente, più nel male che nel bene, l’infanzia e la crescita dei giovani d’oggi.
Una generazione cresciuta e fiancheggiata da quella che Umberto Eco definì nel 1983 “neotelevisione” (per distinguerla dalla “paleotelevisione” Rai monopolistica in bianco & nero), è una generazione che s’è nutrita di una TV autoreferenziale e fortemente commerciale, dotata di un colore che fa saltare ogni barriera tra il mondo vero dello spettatore e quello artefatto della TV. Si viene così educati a confondere il vero con il reale, per cui tutte le finzioni della TV vengono percepite come vere solo perché sono reali, favorendo un processo di manipolazione già efficace in menti adulte, figurarsi su quelle dei bambini. Per di più la neotv punta tutto sulla facile evasione e l’approfondimento spesso è autoreferenziale, volto cioè a fatti e cronache di personaggi di TV e spettacolo, magari esistenti solo all’interno dei confini televisivi i quali, però, assurgono a confini del mondo reale, per cui la TV è l’unica finestra sul mondo. Una finestra di immagini-spazzatura che fanno tabula rasa di ogni sensibilità umana. A tal riguardo nel film Quinto potere o Network del 1976 Diana, rampante produttrice TV, viene apostrofata così: «Tu sei la televisione incarnata, Diana: indifferente alla sofferenza, insensibile alla gioia. Tutta la vita si riduce a un cumulo di banalità: guerre, morti, delitti, sono uguali per voi, come bottiglie di birra». La forma mentis di un bimbo cresciuto dalla neotv, finisce per essere molto prossima a quella della Diana di Network, e ciò si ripercuote (com’è ovvio) su tutte le sue scelte, comprese quelle cinematografiche. Per cui non deve stupire che tantissimi giovani oggi giudichino spesso un film partendo dalla presenza o assenza di effetti speciali, cioè di quelle trovate al computer che rendono più spettacolare l’immagine. La generazione cresciuta a pane ed immagini spettacolari, chiede al cinema immagini che stupiscano quanto più possibile, e che con gli effetti audio surround siano capaci di creare improbabili effetti presenza, quasi a voler colmare desideri repressi di entrare dentro la TV. E la storia? E i personaggi? Contano, ma non più di tanto. Inutile pensare, quindi, a quanto possa interessare, per chi cerca gli effetti speciali, il problema dell’artisticità dell’opera cinematografica. La forza della forma vince sul contenuto, e alcuni son pure pronti a far della forma l’unico contenuto.
Questi giovani chiedono film che soddisfino all’inverosimile la pancia e tralascino la mente, che sappiano cioè riprodurre gli stessi meccanismi di evasione ed edonismo della neotv. E in questo l’industria filmica Usa è certo campione. È vero che gli americani sono i più bravi e potenti nel promuovere i loro prodotti in Europa, ma è anche vero che, almeno in Italia, questi non di rado vengono accolti con tifi da stadio. Sia chiaro che così come non tutti i giovani scelgono film per la pancia, così anche non tutti i film americani sono pensati per questo pubblico, ma è indubbio che entrambi i fenomeni siano in maggioranza e si vengono incontro con estrema facilità. Non a caso, al povero cinema europeo questi giovani rimproverano di essere poco o per nulla “americano”, cioè di essere incapace di riprodurre certe “magie” al buio delle sale. Così i film italiani che riescono ad acquisire popolarità, diventano solo quelli che sanno far fare grasse risate (ai limiti della trivialità) e quelli particolarmente sentimentali, entrambi narrati con regie e montaggi da videoclip musicali, cioè con i ritmi più prossimi allo spot pubblicitario e allo zapping casalingo (altro fenomeno da neotv). Anche il cinema per la televisione made in Italy se n’è accorto da tempo e va avanti a polpettoni che riciclano il vecchio genere del romanzetto d’appendice.
È giusto precisare che in sé il film per la pancia non è negativo, però il rischio di un consumo continuo ed esclusivo di questo, può indurre ad alimentare visioni distorte del mondo, ad ottundere le proprie capacità critiche e di gusto, e a creare dei disadattati in ogni circostanza che pone la vita. La neotv e certi film sono come le caramelle, magari piacevoli, ma che non possono farsi pasto abituale. Qualcosa di simile la denunciava già nel 1956 quel genio di Orson Welles al New York Herald Tribune, dicendo: «Odio la televisione. La odio come le noccioline. Ma non riesco a smettere di mangiar noccioline».
Purtroppo essere giovani nel 2004 non è cosa da poco: ci si sente attanagliati da un senso di precarietà in nome del quale si rinuncia a costruire o a immaginare soltanto un futuro, pena una gran depressione. Davanti a tutto questo, molti giovani cercano la scorciatoia dell’evasione. Fenomeno non tanto diverso da quel che accadeva agli italiani degli anni ’30 quando imperversava il cosiddetto cinema dei telefoni bianchi, un filone che prevedeva tanto ottimismo, epiche arrampicate sociali, ricchi ambienti borghesi e la conquista dell’amore. Per evadere dalla realtà di miseria umana ed economica dell’Italia fascista, si puntava su un sogno cinematografico avulso dalla realtà.
Quando quindi un autore di film si mette al servizio esclusivo di un cinema d’evasione, non fa solo una scelta tecnica o commerciale, ma esplicita anche il proprio atteggiamento d’animo, la propria sensibilità davanti al reale, al mondo, cercando di mostrarne i lati migliori e più gai di questo. Nasce così un cinema che fa derealizzazione in una continua celebrazione dell’apparenza, per sospendere ed “anestetizzare” i dolori dello spettatore per non più di tre ore. Colui che invece avverte tutta la problematicità del reale, sarà un autore che cercherà di far vivere in maniera più forte allo spettatore tutte le asprezze del mondo. Se poi questo coinvolgimento viene fatto meditando anche sulle scelte stilistiche e di linguaggio del mezzo cinematografico, rifiutando l’improvvisazione e la grossolanità, allora si può parlare a buon diritto di film d’autore. Risulta quindi evidente quanto lucido era Truffaut quando sosteneva che «avere un’idea sul cinema, significa anche avere un’idea sul mondo»; un ragionamento, quello del regista francese, che non vale solo per il cinema, ma per la arti in genere: si pensi alla differenza tra i libri di Liala e quelli di Pasolini.
Davanti alle inquietudini umane che ci consumano, cercare il cinema può essere un atteggiamento positivo, ma a patto che si tratti proprio di cinema d’autore, capace di aiutare (l’arte deve solo dare dubbi) a trovare delle risposte ai propri problemi, riattivando e rigenerando mente e cuore umani. Se invece, come fanno in tanti, si cerca il cinema per annebbiarci, come si potrebbe fare con dell’alcol, allora si finisce per abdicare la Vita, per chiudersi in un giardino incantato simile all’Eden di Adamo ed Eva: ignorando che esiste il bene ed il male.
Forse le rivoluzioni non si fanno coi film d’autore, ma certo questi, come tutte le buone opere d’arte, possono aiutare a formare dei giovani in grado di far rivoluzioni o, perlomeno, in grado di evitare di far del male a sé e agli altri. Viviamo in un clima di odio e di guerra fra civiltà tanto differenti quanto sorelle, e questo perché in tanti sono incapaci di amare e di comprendere l’altro e l’altrove. Certo ha ragione Gillo Pontecorvo quando sostiene che il cinema «può aiutare a capire un po’ più la vita e a viverla meglio», ma dirò di più: può aiutare a capire tutte le vite e a farle convivere meglio. Nel 2003 a Berlino è stato consegnato l’Orso d’Oro a Michael Winterbottom per il suo Cose di questo mondo. Si tratta di un film sul viaggio della speranza di due ragazzi afgani dal proprio paese natale fino a Londra come clandestini, attraverso difficoltà e strazianti sofferenze tipiche di chi cerca di dar una svolta alla propria vita, partendo da una situazione di accentuato svantaggio. A onor del vero la regia non è il massimo (non ci si pone troppo il problema di dove collocare la macchina da presa, per intenderci), ma Winterbottom è bravissimo nel far cogliere in un’ora e mezza cosa significhi essere afgani qualunque nel XXI secolo. Comprendiamo quanto siano piccoli i nostri problemi e come siano sporche le nostre ricchezze costruite anche sulle spalle di nostri simili, ma colpevoli solo di esser nati dal lato sbagliato del mondo. E così tanto Occidente, nell’ignoranza più totale di simili storie, perde il suo tempo a giudicare i mediorientali come dei beduini, degli incivili, dei nostri nemici. Oppure continua la sua vita egoisticamente ignorando le vite più lontane dalla propria, salvo poi lapidarle se si viene derubati. Nel film si vede il protagonista più piccolo (poco più di un bambino), rubare una borsetta a Trieste per pura fame. Tra l’Afganistan e Trieste quel ragazzino vive un’autentica odissea e certo un furto per fame non può essere condannato. Il cinema fa anche questo: pone davanti a una realtà altra, pone il dubbio che quel che si vede non sia giusto e fa maturare nuove consapevolezze.
Ma l’alterità può anche essere dentro il nostro mondo sottoforma di handicap. Spesso il portatore di handicap viene considerato come un essere umano di serie B, se non un mostro, indipendentemente dalla percentuale e dalla tipologia di handicap di cui si è portatori. Per chiunque ha la fortuna di essere considerato “sano” (ma fine a che punto lo si è?), può essere utile guardare il sudcoreano Oasis di Chang-Dong Lee, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2002. È la storia di un giovane leggermente ritardato appena uscito di prigione per un omicidio commesso dal fratello. Il giovane cerca di scusarsi con la figlia del defunto, che però è affetta da paralisi; tra i due nascerà l’amore, di quelli bellissimi, poetici e vitali. Un amore che non sa e non può esprimersi nelle forme canoniche a cui siamo abituati e che neanche nasce con un corteggiamento dialettico come Romeo e Giulietta al balcone. Qui tutto è tanto naturale, quanto incomprensibile per lo spettatore e per chiunque nel film sia esterno alla coppia. Con lo scorrere della pellicola a far la figura di handicappati sono proprio i sani che pur avendo tutti in sensi in funzione non sanno comprendere e riconoscere la cosa più bella che possa capitare nella vita: un amore sincero. Comprese le famiglie di lui e lei che vedranno nel primo solo uno stupratore affetto da chissà che forma di perversione sessuale. Il fatto che sia una storia coreana non significa nulla, perché al centro vengono poste delle problematiche umane universali (l’amore, l’odio) all’interno di un contesto ipocrita esistente tanto in Corea, quanto in Italia.
Se il cinema, per dirla alla Rossellini, deve continuare a servire a qualcosa, allora deve oggi più che mai arrivare ai giovani per aiutarli a riprendersi ciò che è loro e che hanno assopito in sé: la propria giovinezza. Giovinezza da intendersi come capacità innata di saper scuotere il mondo diventando forza di progresso, alla faccia della neotv e delle insulsaggini che propaganda. Purtroppo non è cosa facile, perché se il film d’autore non viene incontro alla gioventù, difficilmente la maggioranza di questa potrà conoscere che esiste un cinema altro che propone realtà altre (o che riafferma radicalmente la nostra). Questo incontro spesso viene meno perché le sale cinematografiche non sono distribuite capillarmente e, quelle esistenti, per amor di denaro, preferiscono proiettare cinema d’evasione, ritenuti gli unici in grado di riempire le sale. E l’home video si comporta simmetricamente. Dal canto suo la TV si guarda bene dal trasmettere i capolavori della storia del cinema, se non a orari improbabili della notte. Per cui a guardare la TV si fa presto a conoscere a memoria la filmografia di Bud Spencer e Terence Hill (piacevole, ma non meritiamo di più?!?), e si ignora l’esistenza di un, per esempio, Rocco e i suoi fratelli di Visconti. Peccato, perché tutto ciò avviene in un momento interessante, se non felice, per il cinema d’autore italiano: agli autori emergenti sembra tornata la voglia di raccontare ottime storie con idee che non cadono nel banale, che raccontano il paese, senza più essere affetti da un inspiegabile ed eccessivo intimismo minimalista. Non si scimmiottano neanche più i grandi maestri di cinema del passato, anche se spesso si finisce per prendere per maestra la TV e la pubblicità, quando addirittura non si finisce per credere di poter far da soli. C’è qualcosa di nuovo nell’aria, c’è aria di riscatto per il giovane cinema d’autore. Almeno potenzialmente. Tutto dipende da chi riuscirà a far vedere un po’ di questo cinema ai giovani della neotv. Nel dir ciò, è sottinteso che per qualunque giovane di oggi esiste la concreta possibilità di affrancarsi dalle logiche perverse del video edonista, dato che questi giovani, malgrado tanti abbiano alle spalle scarse letture e troppe ore TV, restano delle persone pronte a incuriosirsi con poco da un momento all’altro, questione di stimoli. E questi stimoli è più facile che arrivino, strategicamente per primi, da un cinema europeo piuttosto che da quello americano; un po’ perché quello europeo è un cinema particolarmente vicino alle tradizioni culturali dei giovani italiani, fosse anche un film norvegese; ma soprattutto perché troppe volte gli statunitensi si son rivelati inadeguati ad approfondire temi essenzialmente umani. Sarà un caso, ma gli artisti Usa più amati dall’Europa, come ad esempio Woody Allen, hanno qualche difficoltà a farsi accogliere calorosamente in patria. A onor del vero chi ha anche dimostrato di saper trattare egregiamente tematiche umane, è stato il cinema asiatico, ma per la sua distanza dalla cultura europea, la visione di questi film per un giovane inesperto, potrebbe riservare qualche problema di comprensione.
Ci sono tante giovani coscienze da (ri)costruire, e non è problema da poco per il futuro del mondo. E l’arte e gli artisti hanno profonde responsabilità in merito: quando dei giovani in divisa praticano ludicamente la tortura, allora lì perde sì l’uomo, ma perde anche l’arte che non è riuscita a farsi modello e veicolo di valori positivi.
Considerato che la nostra civiltà può anche minacciarci e tagliarci a pezzetti, ma che libertà e fantasia restano indistruttibili nella coscienza dell’uomo, urge far sì che la vita possa tornare a confrontarsi e ad imitare l’arte, altrimenti si rischia di lasciar campo libero alla cattiva maestra TV.
Investire, dunque, col cinema d’autore nei giovani contemporanei, significa non dover un giorno ridursi come Woody Allen in Mariti e mogli del 1992, quando, parlando all’allieva Juliette Lewis, ammette: «Ho trovato stupendo quel tuo “la vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione”: è assolutamente vero».

tema (vincente) per CinemAvvenire 2004.

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