Creuza de mä

creuza

Ho sempre trovato quantomeno discutibile che si parli di Creuza de mä puntualmente solo come di un disco sul Mediterraneo, su Genova e il suo dialetto. Non che questi elementi non ci siano, ma appunto mi pare riduttiva l’equazione Creuza de mä = trionfo di aria salmastra e salse di basilico. L’operazione compiuta a suo tempo da Fabrizio De André, infatti, ricorda molto di più l’opera Rimini di sei anni prima, quando la città romagnola era stata assunta a metafora del lato circense di una società che nella visione deandreiana è sempre divisa fra una maggioranza che opprime e una minoranza oppressa.

Creuza de viene pubblicato nel marzo 1984 in un contesto mondiale radicalmente mutato e fortemente spostatosi a destra con un’inevitabile ricaduta sui miserabili sempre amati da Faber. Gli anni Ottanta, e nel 1984 era ormai chiarissimo, avevano definitivamente archiviato tutta una stagione di lotte e di riscossa che, ovviamente con le sue luci e le sue ombre, dava l’idea di una battaglia per il progresso aperta e incerta. Quando invece De André e Mauro Pagani iniziano a stendere Creuza de , la battaglia appare chiaramente perduta. È perduta per i comunisti del PCI di Berlinguer, figurarsi per gli indiani metropolitani e tutta la galasia movimentista per la quale Faber nutriva un debole che emerge chiaro nel già citato Rimini (soprattutto in Coda di lupo). È così successo che a Londra governa dal 1979 la Tatcher, mentre Ronald Reagan è alla Casa Bianca dal 1981. Due personalità politiche caratterizzate da una fede nella destra iperliberista che coi lavoratori non è disposta ad aprire trattative, né a fare prigionieri. In Italia è successo qualcosa di analogo. Nell’autunno 1980 Cesare Romiti per la Fiat, con la stessa rudezza antioperaia della destra anglosassone, manda a casa migliaia di lavoratori mettendo in scacco tutto il sindacalismo italiano e dà inizio alla controffensiava padronale che in politica sarà meglio interpretata, a sorpresa, dal Partito Socialista dell’anticomunista Bettino Craxi, il quale dal 1983 sarà Presidente del Consiglio per quattro anni e  contribuirà a caratterizzare gli anni Ottanta come il decennio della «Milano da bere», con tutto quello che di leggero e volgare si sottintende con quest’espressione.

Questo contesto emerge in tutto Creuza de . Il disco, in sette brani, si apre con la canzone omonima, della quale parleremo tra poco. Segue Jamin-a, nome di puttana scura a ristoro del marinaio; Sidun, la città di mare libanese flagellata dalla guerra voluta da Israele contro l’OLP; Sinàn Capudàn Pascià, il “rinnegato” cristiano a cui il caso cambiò il destino portandolo fra i musulmani, ma non lo spirito (continuando a bestemmiare, ma contro  un dio diverso); A pittima, persona che per il suo ruolo è malvisto ed emarginato fra gli emarginati, cioè gli indebitati, ai quali però, sa come dare discretamente un aiuto personale; A duménega, ovvero il giorno in cui tra puttane e signore, formalmente, non c’è nessuna differenza e l’emarginazione è annullata; D’a me riva, infine, brano di congedo, o meglio di commiato da Genova, la città vecchia in «naftalina» che guarda il mare «un po’ più al largo del dolore».

Dunque fra Creuza de e D’a me riva si raccontano cinque storie di emarginazione che si affacciano sul mare. Storie narrate ora con dolore (Sidun), ora con gioioso riscatto (A dumenega), ora con sarcasmo (Sinàn Capudàn Pascià), ora con sussurato fatalismo (A pittima).

Creuza de è però il vero brano manifesto di tutta l’opera deandreiana. Qui si parla di marinai dai visi stanchi e scavati («ombre di facce») appena giunti al porto per «asciugare le ossa dall’Andrea». Dicono di venire da «un posto dove la luna si mostra nuda», cioè dal mare aperto, dove hanno scampato il peggio quando la notte gli «ha puntato il coltello alla gola». Ma il mondo è sottosopra: «a montare l’asino c’è rimasto Dio», mentre «il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido». Ora, sarà un caso, ma a Genova c’è ancora oggi l’osteria “da Dria”, cioè da Andrea, presso il Santuario dell’Acquasanta, cos’ detto perché costruito sopra una fonte di acqua sulfurea che quindi ricorda quella «fontana dei colombi nella casa di pietra» presso cui sta l’osteria della canzone. Oltretutto “casa di pietra”, com’è noto, è espressione evangelica usata in luogo di chiesa, escludendo così che De André volesse alludere ai piccoli “nuraghe” presenti nella zona che in dialetto sono detti “baracche de pria”  e non “ca de pria”. Ma è anche vero che esisterebbe una fontana dei colombi verso Nicola, frazione di Ortolengo e non lontana dallo stesso mare di Genova.

A ogni modo l’impressione generale è che Faber non volesse parlar solo di trattorie per marinai. Abbiamo già detto come “casa di pietra” ci ricordi la chiesa. Si potrebbe aggiungere che Andrea, nome che ha fatto molta storia a Genova, sia prima di tutto il fratello di Pietro ed entrambi pescatori e apostoli di Gesù. Sappiamo bene che Fabrizio De André fin dagli esordi non ha mai fatto mistero di avere in grande stima il lato rivoluzionario del messaggio evangelico di quell’«uomo come dio passato alla storia».

Nel corso dei primissimi anni Ottanta fece clamore il fatto che la banca Vaticana, lo IOR, fosse in qualche modo implicata in casi oscuri come il crack del Banco Ambrosiano. La Chiesa era dunque davvero quella casa dei poveri fondata sulla pietra? Dunque un povero marinaio se oggi andasse a chiedere ristoro alla casa di pietra – o di Pietro – e trovasse ad accoglierlo il fratello Andrea che, è detto in Creuza, «non è marinaio», ma pescatore prima di pesci e poi di anime, cosa troverebbe? O meglio, «chi ci sarà»?, e «cosa gli darà»? Troveremmo, sempre per rimanere in argomento banche, «gente di Lugano facce da tagliaborse/quelli che della spigola preferiscono l’ala», ma anche «ragazze di famiglia, odore di buono/che puoi guardarle senza preservativo». È proprio vero che il diavolo si è sostituito a dio! Il ristoro è comunque garantito, anche se certo il «pasticcio in agrodolce di lepre di tegole», cioè di gatto, non è il massimo dell’onestà culinaria. Ma è comunque un momento buono per darsi all’euforia, alla baldoria da taverna fatta di brilli “naufragi” («nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli)» e con la sensazione di essere solo degli «emigranti della risata con i chiodi negli occhi», cioè una sorte di sonno provvisorio in una notte che stavolta non punta il coltello alla gola.

Quanto durerà questa euforia? È forse cambiato qualcosa per i marinai andando da Andrea? L’ultima strofa di Creuza ce lo spiega fin troppo bene con tutto lo scetticismo che un anarchico e intellettuale come De André può avere guardando al suo tempo. Il dolce sonno dei marinai fatto di «cose da bere, cose da mangiare» durerà «finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere», cioè fino all’alba, un’alba socialista o socialdemocratica perché «fratello dei garofani e delle ragazze», vale a dire di quel nuovo PSI craxiano che ha fatto del garofano un proprio simbolo di ottimismo e belle ragazze per uomini rampanti secondo il nuovo spirito dei tempi. Ma è pura illusione. Il garofano, le ragazze, il nuovo PSI, sono solo il volto nuovo del solito vecchio potere «padrone della corda marcia d’acqua e di sale/che ci lega e ci porta in una creuza de ma». Fosse stato Craxi un socialista in senso rivoluzionario, avrebbe spezzato quella corda e i nostri marinai non sarebbero più stati emigranti della risata.

Il potere può concedere qualche gioia apparente e comunque precaria, ma non la liberazione a marinai che si vuole per sempre chini a faticare (non a caso il “ritornello” è quell'”anda e anda” che simula gli “o issa, o issa” dei lavoratori sulle navi) e a vivere ai margini. Perché, si badi bene, la creuza non era tracciata in punti a caso, ma sempre fra i margini di due proprietà, preumibilmente di persone troppo avide per concedere uno spazio adeguato per una vera strada, di certo benestanti quanto basta per evitargli il conoscere il sapore acre del sale e del sudore in mezzo al mare.

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