Rosenstrasse: cara von Trotta, meglio gli anni di piombo

Torna in concorso per Venezia 60 Margarethe von Trotta, berlinese che, quando venne al Lido nel 1981 con Annidi piombo, se ne ripartì per la sua Germania col Leone d’Oro in valigia. Un gradito ritorno, quindi, anche considerato che, di fatto, la von Trotta manca dal grande schermo dal 1994, anno di Das Versprechen. Poi tanta televisione, anche per sopravvivere. È in questi nove anni che nasce, cresce e si adegua ai no dei produttori, Rosenstrasse. Film sontuoso per durata (136′) e apparato tecnico che ha aiutato la regista a portar sullo schermo un reale episodio di amore fra tedeschi ed ebrei (sic!) nella Berlino del 1943. In quel tempo accadde che la Gestapo aveva deciso di deportare anche gli ebrei che avevano sposato “ariane”. Un’iniziativa rientrata e affossata dopo otto giorni grazie all’ostinata, radicale, ma moderata protesta delle quasi vedove in Rosenstrasse (sede dell’internamento degli ebrei di “matrimonio misto”). Un delizioso aneddotto della seconda guerra mondiale che, dato lo scarso livello di popolarità, meritava probabilmente di esser messo sullo schermo. Eppure a dispetto di regista, fondi e soggetto, il risultato oscilla tra la mediocrità e la sufficienza. Vuoi l’incomprensibile lunghezza che ne impedisce una certa agilità, vuoi il fatto che comunque Rosenstrasse si inserisce in un filone ormai parecchio inflazionato dove per trasmettere il proprio messaggio (e gareggiare dignitosamente a Venezia), serve una narrazione inconsueta, un espediente tecnico anche minimo, in pratica un tocco di originalità che può esser trovato più nella genialità che nell’esperienza. Non a caso Spielberg con quella furbata americana di Schindler’s list, e Benigni con La vita è bella, han dovuto ricorrere l’uno al bianco & nero e l’altro a un’inimmaginabile comicità che, a conti fatto, ha pagato pienamente, pur essendo opere di tono minore, paragonate, facendo un esempio a caso, a Train de vie. La von Trotta invece arriva a scadere, registicamente, verso un taglio televisivo! Segno evidente che l’aver lavorato (tre film e una miniserie) dal 1997 per la Tv, è risultato reddittizio economicamente,ma un suicidio per la tecnica di regia. Peccato.

per CinemAvvenire.it daily

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