Vergogne segrete di Stato

Da quando 60 anni fa è caduto il fascismo e l’Italia s’è ridata una nuova democrazia, il nuovo (?) potere è stato solo in grado di portar in dote alla storia del nostro Bel Paese, un nuovo numero di piccole e grandi vergogne. Le prime sotto gli occhi di tutti e sempre sdoganate o minimizzate con sorrisini ipocriti da chi le commetteva con orgoglio; le seconde finite in polverosi archivi sotto il timbro burocratico Segreto distato. Stato rigorosamente con la S grande, come grande è sempre stata la capacità di questo di coprire le verità per diffonderne di alternative, magari affascinanti come un noir e ricche di omissis. Quando andava bene. A veder l’ultimo Paolo Benvenuti, in concorso con l’aiuto economico di Domenico Procacci, quella Portella della Ginestra storicamente accreditata ai balordi banditi di Salvatore Giuliano, da qualche anno sembra chiamare in correità persone (se poi tali sono) “al di sopra di ogni sospetto”. Benvenuti con Segreti di Stato vuole scuoterci e spiegarci quel maledetto primo maggio 1947, che vide cadere al suolo tanti innocenti colpevoli solo di credere nella bandiera rossa e di gioire per la festa dei lavoratori. Aiutato in sceneggiatura dalla moglie Paola Baroni e sulla base di ricerche storiche tra Usa e Italia realizzate dallo storico Tranfaglia, Benvenuti torna in sala a tre anni da Costanza da Libbiano, per spiegarci che proprio Giuliano è tra i più “innocenti” del caso Portella, per puntar il dito sulla trinità Usa-Vaticano-Dc, un’inquietante associazione volta a sradicare il comunismo italiano. Uno scenario complicatissimo che indigna e ripugna e che Segreti di Stato cerca di ricostruire attraverso l’ostinazione e l’attivismo dell’avvocato Crisafulli (un buon Antonio Catania) che ha il compito di difendere un Gaspare Pisciotta ansioso di dire al mondo la verità su Giuliano e la trinità che lo usava efficacemente. Raccontar una simile vergogna segreta (fino al ’98) di Stato, significa dover lottare per evitar di scadere nel film sì didattico, ma non didascalico. Non sempre gli riesce, ma è interessante la scelta di far parlar Crisafulli attraverso disegni in bianco & nero realizzati da Loredano Ugolini. E così fra ricordi più o meno attendibili di un Pisciotta già condannato a morte da Cosa Nostra, e quel che la Commissione antimafia presieduta da Del Turco ha desecretato, si arriva anche a suggerire un rapporto impensabile fra Portella e il vicino e successivo attentato a Togliatti. In conferenza stampa il regista e Tranfaglia mettono le mani avanti onde evitar roventi polemiche (che già II Giornale porta avanti da prima della prima),spiegando che pur attenendosi scrupolosamente ai documenti, nel film viene aggiunto un minimo di interpretazione, che poi è una peculiarità di ogni buon storico. In conferenza era presente anche una sopravvissuta di Portella che ha raccontato i suoi ricordi commuovendosi e commuovendoci e strappandoci un dovuto applauso. Applauso che non ha però visto partecipe la moglie di Giuliano Ferrara. E non se ne vede il motivo, dato che nelle parole della sopravvissuta a Giuliano, non c’era nessun comizio politico o affini, solo il sincero racconto di una strage che, comunque, è avvenuta e per la quale non ha mai ricevuto nessun aiuto. Un film quindi della cui esistenza in questa Italia smemorata se ne avvertiva l’esigenza. Peccato regia e immagini non siano altrettanto entusiasmanti e ricercate, ma son tutti aspetti tecnici perdonabili a chi decide di raccontarci la storia madre di Mattei, piazza Fontana, Italcus, Ustica, ecc, ecc, ecc.

per CinemAvvenire.it daily

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