Se ti tagliassero a pezzetti

l'indiano

Se ti tagliassero a pezzetti appartiene a quell’album che Faber incise nel 1981 per risarcire il padre dal pagamento del riscatto del rapimento dell’ottobre-dicembre ’79.

Un album che è rimasto senza un titolo preciso, ma con un laconico Fabrizio De André scritto nel retro di copertina (ma in CD è stato aggiunto anche sul recto).

Questo non perché gli otto brani scritti per la seconda volta con Bubola fossero svincolati dal solito concept da sviluppare dalla prima all’ultima traccia, fosse stato così avrebbe usato la dicitura Vol. 10, ma perché quel nuovo disco dopo quei quattro mesi da prigioniero, doveva segnare un nuovo debutto, quasi una seconda vita, pur nella continuità.

E si sa che gli esordienti nella musica leggera, 8 volte su 10 intitolano il loro primo lavoro col proprio nome e cognome. Anche De Gregori nel 1978, dopo la celebre contestazione subita al Palalido, diede alle stampe un album che doveva segnare una nuova era nella sua vita e, quindi, un nuovo esordio, tanto da intitolarlo semplicemente De Gregori (Francesco De Gregori era già stato il titolo del suo secondo album del 1974).

In realtà, come è noto, quel De André dell’81 era un buon concept-album, pure più organico del precedente Rimini. Stavolta si trattava di raccontare l’ultima emarginazione con cui Faber aveva avuto dei contatti ravvicinati:i sardi che nel disagio socio-politico-economico, si fan banditi. E nello scrutare i sardi, che pure la famiglia De André conosceva da anni, Fabrizio ne scopre un’inquietante analogia coi nativi americani, con quei pellerossa talmente poco rispettati da diventare nell’immagginario collettivo, i cattivi da eliminare con i cow-boy o, almeno, da tenere sott’occhio relegandoli in riserve, come ai sardi è sempre toccato esser confinati nei monti e in Barbagia.

Così l’album parla dei sardi che potrebbero essere i pellerossa e viceversa, in un gioco di rimandi speculari ben bilanciati e mai ridondanti.

Rimandi giocati perdippiù in maniera così sottile per cui ogni brano potrebbe farlo proprio ogni emarginato di ogni tempo e luogo, cosa abbastanza comune all’intero canzoniere deandreiano.

Quello che non ho si apre esponendo il modo di pensare del sardo costretto a convivere con dei colonizzatori dai patrimoni ingenti, in virtù dei quali creano piscine olimpiche, ville multipiano e si comprano auto di una certa levatura, cozzando con quella vocazione alla semplicità di cui son impregnati le persone più umili che di tanta ricchezza non ne partecipano, ma che finiscono per subirne il fascino. A prova di quel che i sardi invece hanno, vi è il Canto del servo pastore:un mondo semplice, magico, bucolico per certi versi, quale dev’essere il mondo di un pastore. Peccato che questa pastore è sempre un servo.

Costretti a vivere con la minaccia che un giorno il mondo dei potenti possa scalzarti definitivamente come accadde in Nord America:Fiume Sand Creek è il racconto di una vigliaccata del generale Chiwington contro un gruppo di Cheyenne in quel momento senza i propri guerrieri impegnati nella caccia al bisonte.

Di fronte a una simile carneficina i sardi intonano la loro Ave Maria. Il lato si chiude così, presentando il contesto in cui può nascere, crescere e degenerarela convivenza tra autoctoni di un luogo e suoi colonizzatori. I nativi americani se la son dovuta vedere con inglesi, olandesi e francesi; i sardi con cartaginesi, romani e i nuovi italiani rampanti, genti diverse, ma capaci sempre della stessa arrogante violenza.

A cosa porterà mai una simile convivenza?

Le risposte son nel lato B. Per esempio ai rapimenti (Hotel Supramonte), o al banditismo più generico, una vita inquieta e da fuggiaschi, dove neanche un nido d’amore può esser costruito con tranquillità e naturalezza.

Ne sa qualcosa Franziska, ovvero com’è frustrante amare un fuorilegge latitante anche negli affetti, e incapace (perché un lusso?) del più semplice romanticismo.

Tutto ciò però dimostra come sia difficile distruggere negli uomini la propria naturale vocazione al vivere con la “signora libertà” e la “signorina fantasia” nella propria coscienza. Se ti tagliassero a pezzetti teorizza questo. Infatti, si lascia intendere nella prima strofa, per quanto la società possa tagliare a pezzetti una persona limitandone o annulandone libertà e fantasia, questa sarebbe ricomposta col “polline di Dio” e il “di Dio il sorriso”, e con la complicità del mondo della natura (“il vento”, “il regno dei ragni”, “la luna”).

La poesia nella sua semplicità sembra quasi tradire la ricchezza di valenze simboliche di cui è dotata e, certo, non sarò io a scoprirle tutte.

A Ema e a quantialtri amano questa canzone, basterà leggere il brano come, per esempio, una riflessione di De André sui suoi anni passati con la libertà e che con la fantasia (che è un po’ anarchia, come si lascerà freudianamente scappare il poeta in un concerto).

La seconda e terza strofa raccontano il passato, come il “suonatore di chitarra”, “suonatore di mandolino” Faber l’ha vista la prima volta, e come fu il loro primo incontro, cioé una sorta di colpo di fulmine suggellato da un bacio sulle “labbra di miele rosso rosso”.

E come resistere, del resto, a una “rosa gialla, rosa di rame” “trovata lungo il fiume” che suonava “una foglia di fiore”, che cantava “parole leggere, parole d’amore”? Dopo un lungo, estenuante ed inedito ballo (“mai ballato così a lungo”), all’alba (“lungo il filo della notte sulle pietre del giorno”) i due cadono “sopra il fieno” per far cosa, Faber, non lo dice neanche sotto metafora!

Poi, nella quarta strofa, il presente, dove si constata come l’età, i nuovi impegni della maturità o chissà cosa, han allontanato la libertà/fantasia dalla vita del poeta. Succede che anche gli innamorati più felici si lascino senza un vero motivo (“persa per molto persa per poco”), forse era solo un flirt (“presa sul serio presa per gioco”), fatto sta che dopo una notte di ballo e un’alba d’amore, la sera ha portato la “fortuna” che “sorrideva come uno stagno a primavera”, cioé intrigante nella sua natura primaverile, pur nello squallore di esser comunque uno stagno, lasciando che il vento spazzasse via e mettesse in ombra la signora del ballo di un attimo prima (“spettinata da tutti i venti della sera”).

Se la quarta strofa ci ha mostrato il presente e la seconda e terza il passato (scritte, si osservi, in passato prossimo), la quinta strofa s’interroga sulle future conseguenze. Allora sarà il caso di aspettare il “domani/per avere nostalgia” di una signora/signorina “così preziosa come il vino” e gratuita “come la tristezza”, certamente con la sua “nuvola di dubbi e di bellezza” che la rende più seducente.

Questo nei propositi e nel proprio immaginario, ma capita magari di riincontrarla casualmente “alla stazione”, intrappolata in un ruolo ben preciso e magari sottoposta a dei superiori, come lascia intuire il “tailleur grigio fumo” che porta, tipico della donna in carriera, perdippiù con “i giornali in una mano” e magari una 24 ore di documenti ed effetti personali nell’altra (“e nell’altra il tuo destino”). E’ molto triste rivedere la ragazza libera e spensierata del fiume, ridursi a donna ingrigita da un ruolo imposto da una società con la quale ormai ha accettato di andare a braccetto e che, presto o tardi, la ucciderà (“camminavi fianco a fianco al tuo assassino”).

Eppure De André ne è sicuro che sotto quel tailleur, c’è ancora quella libertà/fantasia che ha conosciuto bene e anche se l’assassino dovesse riuscire a compiere il suo assassinio, Dio non potrà che lavorare per ricomporla (“ma” – congiunzione avversativa – “se ti tagliassero a pezzetti/il vento li raccoglierebbe/…”).

Insomma oggi ognuno di noi e chi è di una minoranza in particolare, vive con una libertà e una fantasia limitata, per motivi più o meno chiari. Tutti noi abbiamo messo, chi con rassegnazione, chi con insofferenza, un tailleur grigio fumo alla propria libertà, ma malgrado ciò mai nessun uomo riuscirà a distruggere definitivamente ciò che natura ha instillato in ogni individuo.

Se per la libertà e per la fantasia dell’animo c’è pur sempre speranza che essa non muoia mai, diversa è la liberazione da ogni costrizione fisica del corpo, quale può essere una riserva o una vita limitata dal potere. Sperando in una futura liberazione, anche ultraterrena, De André in segno di solidarietà canta, sul modello delle danze rituali dei pellerossa, il paradiso degli oppressi, canta Verdi pascoli “perché presto la notte” se ne vada.

Diceva Faber al tg il giorno dopo la sua liberazione:”I veri sequestrati erano loro, che stanno ancora là mentre noi siamo qua liberi a fare una vita normale”.

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