Ascoltando Dolcenera di Fabrizio De André

Polcevera

Dolcenera è il quarto brano di un disco dedicato interamente al concetto di solitudine, facendone un grande elogio fino a trasformarsi per certi aspetti in un grande discorso sulla libertà.

Da qui un concept-album che trova in Anime salve il suo brano-manifesto e in Smisurata preghiera un riassunto di sette esempi di solitudine e/o emarginazione raccontanti poco prima.

Ecco, Dolcenera è il terzo esempio.

Siamo, per successiva ammissione degli autori, nella Genova del 1972 devastata da un violentissimo alluvione come “non si vedeva da una vita intera”.

Solo i primi sedici versi servono al poeta per catapultare il lettore dentro un’atmosfera apocalittica ed eccezionale dove il fiume di acqua e fango che invade la città vien personificato come Dolcenera, secondo un carattere tendenzialmente animista di De André.

Che Dolcenera sia eccezionale lo si intuisce dal suo picchiare “forte”, dal suo buttar “giù le porte”, oltre che dai versi del coro che sembrano degli al lupo, al lupo e che specificano come non siamo di fronte ad “acqua che fa sbadigliare”, piuttosto Dolcenera ricorda più verosimilmente una colata lavica “che ammazza e passa oltre”.

E nel suo procedere totalmente delirante per le vie della città, Dolcenera porta in dote a chi incontra tutta la sua negatività e jettatura congenita (“nera di malasorte”, “nera di falde amare”, “nera come la sfortuna”).

Ci sono così tutti i numeri per considerare Dolcenera, questa fiumana d’acqua dolce e nera, un tiranno vero e proprio.

E in questa Genova traviata dalla pioggia torrenziale, emergono tra i vv. 17 e 21 i volti di due innamorati.

Lei è addirittura un’adultera (“moglie di Anselmo”). L’innamorato è consapevole di vivere un amore, per quanto appagante, con una donna sposata, ma ciò gli crea un senso di colpa che alimenta delle sue paranoie e che lo porta a vedere in quella Dolcenera “arrivata da un’ora”, un qualcosa di sovrannaturale o, se preferite, divino, volto a isolarlo (“è venuta per me”) dalla moglie di Anselmo riparando all’ordine naturale delle cose.

La paranoia di sentirsi tutto contro diviene timore e, contemporaneamente, desiderio di isolarsi da colei che si ama: “la moglie di Anselmo” non “deve sapere” di Dolcenera, affinché lei non abbia a che spaventarsi e voglia chiuedere la relazione, ma nel subconscio vi è il forte desiderio che l’alluvione possa allontanarlo da lei affinché lei si riavvicini a quella che è la sua leggittima relazione.

Ma “l’amore ha l’amore come solo argomento”, e la voglia di amare ed essere corrisposti fa sì che nell’innamorato si alimenti il desiderio che nulla si frapponga fra lui e la sua dolce metà (“il tumulto del cielo ha sbagliato momento”).

Quest’ultimo desiderio, a conti fatti, è lo stesso movente che fa di Dolcenera un qualcosa che travolge la qualunque senza distinzioni e con foga rabbiosa. Insomma, quest’acqua improvvisa (“che non si aspetta”), maledetta (“altro che benedetta”), “che spacca il monte che affonda terra e ponte”, e che fa salire anche il mare annullandone la salsedine (“sale senza sale”), vive in ognuna di queste azioni la sua passione, quella di voler scorrere liberamente e poco importa se nel suo cammino qualche casa o qualche persona vuole impedirne il cammino: lo travolgerà, lo annullerà senza pentimenti, come ogni tiranno che si rispetti fa nell’abuso del suo potere.

Parallelamente al sogno folle e paranoico dell’innamorato, la moglie di Anselmo sogna il mare agitato e pur essendo impegnata in una lotta che “si fa scivolosa e profonda”, anche lei sembra aver perso il contatto con la realtà circostante o, perlomeno, alterna lucidità e follia. Finalmente quest’acqua buona per essere fotografata, per magari un giorno cercar di capire (come sempre avviene) se si poteva evitare (“per cercare i complici da maledire”), si ritira facendo cessare ogni battaglia per la sopravvivenza (“si risveglia la vita/che si prende per mano/a battaglia finita”).

L’acqua “che ha fatto sera” scorre piccolissima, a vederla ora sembra impossibile scorgerne la “Dolcenera senza cuore” di un attimo prima. Malgrado ciò, l’ansia di perdersi procurata da Dolcenera ai due innamorati, gli ha regalato la certezza di essere legati da un sentimento speciale, peccato che non potranno più viverlo, dato che la moglie di Anselmo è rimasta in un tram isolata involontariamente (“tram scollegato da ogni distanza”).

Un amore “dal mancato finale”, un amore “splendido e vero”, per l’intensità dei sentimenti provati, ma è un amore vissuto con ansia, paranoia, senso di colpa, egoismo tirannico, tutti elementi che mal si conciliano col concetto di amore che, di fatto, dovrebbe renderci anime migliori, superiori, più forti e più lucide. Per amore dell’altro in questa storia si perde la lucidità di capire oggettivamente che cosa sia quell’acquazzone in quel momento.

Dapprima viene avvertita come una minaccia, ma rivestito di significati metafisici, quindi viene totalmente annullata, in virtù di una sottovalutazione che alla fine sarà fatale. La conclusione è che la solitudine la si può anche subire involontariamente, se non, addirittura, desiderarla. Ma fu bell’amore? Apparentemente sì, “così è se vi pare”, direbbe Pirandello; un amore “da potervi ingannare”, canta Faber.

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Anni dopo penso che a ispirare Dolcenera sia stato anche il torrente Polcèvera che delimita a ponente i quartieri centrali di Genova.

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