Hannah e le sue sorelle

Hannah

Lunedì scorso il mio prof di Storia e critice del cinema, ha proiettato Hannah e le sue sorelle di Allen. Mercoledì ho detto al classico dibattito che nel film (che vedevo per la prima volta), ho notato un prevalere del colore giallo su tutti gli altri colori, salvo poi nel finale l’emergere di un rosso che, nelle ultime scene, è presente al 50% col giallo. Poi qua e là compariva qualcosa di blu. Mi è sembrata una fotografia troppo poco lasciata al caso e ho cercato di darne una motivazione. Credo che il giallo sia usato per incorniciare e segnalare tutte le scene dove c’è nell’aria voglia di tradimento, di easione, di fuga. Del resto gialli sono i taxi di Manhattan , cioé quei mezzi di trasporto guidati da uno sconosciuto che ci portano in giro solo per qualche istante, tradendo i propri piedi o, magari, la propria auto. Ma quando nel film i protagonisti iniziano a far passi indietro rivalutndo ciò che avevano tradito, ecco che di colpo serpeggia nelle scene il rosso, notoriamente colore della passione e della vitalità riacquisita. Anche all’inizio del tradimento c’è una certa nuova vitalità, ma a danno di un amore ufficiale che, guardacaso, ingiallisce. Quindi il finale del film è una vittoria politicamente corretta del rosso sul giallo? No, perché il tavolo della cucina dell’ultima festa del ringraziamento, è per metà gialla e per metà rossa. Perché nella realtà anche se dopo un tradimento ci si può ravvedere, resta sempre latente una voglia di svincolarsi e tradir nuovamente. E questo lo si avverte, neanche tanto sottilmente, dallo sguardo di Elliot verso Lee, sua ex amante. Elliot è felice di esser tornato dalla sua legittima compagna, ma… ha degli occhi malinconici. Ebbene nelle scene malinconiche tende a predominare del colore blu che, notoriamente, in lingua inglese viene usato come sinonimo di tristezza, malinconia (per via del blues). Non sto qui a spiegare le tante scene che potrei usare per portar acqua al mio mulino, però credo che chiunque guardi questo Allen dell’86 non può restare indifferente a questa fotografia che strizza l’occhio in modo fin troppo sospetto, perché essa non sottenda un qualche simbolismo. Il professore, persona acuta e competente, pur non sposando apertamente le mie ipotesi, tende a non escluderle; mentre i miei colleghi più vivaci mi han accusato di forzature sostenendo che “sono i critici a far grandi i registi”. Vero, succede, però compito di chi è, beato lui, critico d’arte, è quello di ritrovare e capire le motivazioni più nascoste nell’inconscio degli autori che han portato all’uso di qusto o quell’altro movimento di macchina, o quello, piuttosto che quell’altro colore.

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