Il cammino senza speranza

Il ladro di bambini

Il seminario di lettura del film dell’edizione 2002 di CinemAvvenire si terrà sull’opera di un grande regista italiano come Gianni Amelio. Tenendo conto che, nel 2001, il seminario svoltosi su “I quattrocento colpi” di François Truffaut ha consentito di approfondire il tema della condizione degli adolescenti ed il loro bisogno di valori umani autentici nel confronto con gli adulti e con le istituzioni, esprimi secondo te come affronta Amelio questo tema, dal punto di vista sia etico che estetico, nel film “Il ladro di bambini”, eventualmente mettendo a confronto l’opera dei due autori.

Nanni Moretti non si era sbagliato ad organizzare la prima nazionale de Il ladro di bambini nel suo mitico cinema Nuovo Sacher. L’autore di Palombella rossa fu il primo a credere nell’undicesima opera di Gianni Amelio. Di lì a un anno, infatti, Amelio avrebbe fatto incetta di David di Donatello e di Globi d’oro, oltre a strappare il Gran premio speciale della giuria a Cannes ritagliandosi, nella storia del cinema in Italia, il titolo morale di miglior pellicola del 1992. Il ladro di bambini è la storia di un carabiniere che deve “tradurre” due fratelli giovanissimi da Milano a un istituto di Gela. Tra le due città i tre avranno tempo per odiarsi, amarsi, comprendersi, avvicinarsi e allontanarsi, lasciandoci intravedere la complessità d’animo dei protagonisti e dell’Italia dell’imminente Tangentopoli. L’idea di un film che si sviluppa man mano che si percorre la nostra penisola non è una novità. Un esempio su tutti potrebbe essere Il cammino della speranza di Germi, ma qui partenza e arrivo vengono capovolti e il cammino che fa intraprendere Amelio al suo terzetto, non è proprio dettato dalla speranza, quanto da un degrado che rimarrà onnipresente nel film sia nei personaggi, che nelle istituzioni, che negli ambienti che faranno via via da sfondo. Così il concetto di degrado nelle sue più sensibili sfumature, lo si percepisce fin dalla prima inquadratura che mostra gli occhi sconsolati e nervosi del piccolo Luciano di nove anni. Occhi costretti a guardare una casa, la propria, immersa in un buio eccessivo disturbato a malapena e in malomodo dall’unica finestra aperta: quella televisiva che trasmette una soap americana. E anche uscendo di casa la situazione non migliora: lo spettatore si ritrova nella periferia di una Milano già bevuta, abbandonata a sé stessa. È in un tal contesto che la sorella undicenne di Luciano, Rosetta, deve prostituirsi istigata dalla madre degradata sia nel suo ruolo materno che come essere umano in senso lato. Ma non è certo il degrado di una periferia e di chi vi abita che interessa ad Amelio, artista troppo raffinato per fermarsi sulla condizione umana più abusata nei film drammatici urbani. Difatti il titolo del film sullo schermo appare subito dopo l’uscita di scena della madre e della casa milanese, volendo tratteggiare un confine tra l’antefatto girato volutamente in stile televisivo, e il film vero e proprio. Si badi bene che Amelio intende “indagare” e non scavare, concetto quest’ultimo che implicherebbe una violenza, che stonerebbe nei riguardi dei due bambini. Amelio evita l’introspezione tenace, magari con monologhi interiori dalle forti tinte cupe. Ne Il ladro di bambini si cercano informazioni, indizi e risposte dai gesti, dalle curiose espressioni dei suoi protagonisti, da quello che la macchina da presa può mostrarci. Si va, insomma, per allusioni, per intuizioni, che rifuggono la psicologia spicciola o la sociologia da manuale. Del resto se si vuol trovare una sorte di lezione dall’opera di Amelio, questa non ci verrà mai dall’alto, da qualche saggio di turno, ma solo dai bambini, da un rapporto diretto con le loro angosce più o meno somatizzate. Il che, comunque, non è facile. Perché non è facile decodificare i lunghi silenzi introversi di Luciano che di fronte al dolore preferisce ingoiare e somatizzare, fino a diventar malato di asma. Perché non è facile affrontare la pur forte personalità di Rosetta che oscilla continuamente fra maturità, eredità di una vita all’insegna del dolore, e fragilità infantili tutto sommato normali per i suoi anni. Per i due minori l’inizio del film dovrebbe essere la fine del loro degrado interiore grazie alla prontezza delle istituzioni, ma è pura illusione, considerato che sono le stesse istituzioni a essere degradate per prime. Nel treno in partenza da Milano, uno dei due carabinieri preferisce una sosta amorosa a Bologna, che accompagnare a Civitavecchia una da egli stesso bollata come puttana. Non è da meno il carabiniere interpretato da Lo Verso che mostra continuamente segni d’insofferenza per l’ordine ricevuto. Niente umanità d’animo, neanche di fronte alla comune meridionalità dei tre. Andrà peggio con la Chiesa rappresentata dal direttore dell’orfanotrofio cattolico di Civitavecchia. Anch’egli meridionale, anch’egli un’istituzione con tanto di foto del papa nello studio, che cercherà ogni cavillo per evitare i due piccoli che a forza di esser emarginati tendono ad autoemarginarsi fra loro (“non ci fanno stare per colpa tua“, rinfaccerà Luciano alla sorella). Saranno obbligati a dirigersi verso Gela, ma anche se fossero rimasti, i due piccoli non avrebbero avuto sorte migliore. Il piccolo Luciano accompagnandoci fra le stanze dell’orfanotrofio ci mostra suore dedite a un vero e proprio lavaggio del cervello sui valori cristiani, senza alcun sentimento, senza voglia di trasmettere sentimenti a chi, sicuramente, ne ha ricevuti troppo pochi. Si noti il discutibile coro degli orfani di sottofondo che canta “non importa chi noi siamo, l’importante è che ci amiamo”. Nel film Amelio trova spazio anche per mostrarci il degrado di un paese come tanti della Calabria (da intendersi come meridione), dove troviamo gente dalla mentalità mafiosa (non mafiosa, sia chiaro) che non concepisce il concetto di abusivismo edilizio, né di falso invalido, disprezzando la politica e coltivando la propria ignoranza a forti dosi di giornaletti stile Cronaca vera. Gente civilmente degradata e dal qualunquismo radicato. Si aggiungano poi i disastri del rampantismo anni ‘80 che hanno spinto la gente comune con poco senso finanziario come la madre del carabiniere, a costruire un gran locale dalle dubbie prospettive economiche, a scapito della propria serenità sacrificata fra stanze non stuccate e con tende in luogo di comuni pareti divisorie, solo perché “i soldi li abbiamo spesi tutti per il locale”; però si scopre che sono già stati ordinati i mobili e che si costruirà un altro piano. Mancano i soldi, ma l’importante è dimostrare benessere. È interessante il pianosequenza a 360° che Amelio fa sul “terrazzo” della casa che mostra come attorno lo scempio edilizio abbia degradato anche l’ambiente. E di degrado in degrado l’apice si raggiunge probabilmente quando il carabiniere viene accusato dall’arma di essere diventato per lo Stato un sequestratore dei piccoli, di essere il ladro di bambini. Qui l’arma parla in italiano, la lingua ufficiale, e nella sua ottusità burocratica è incapace di vedere la buonafede del pubblico ufficiale, colpevole solo di “pensare”. Di pensare che quei piccoli erano delle vere vittime (“ma che c’entrate voi”), di essere persone che meritavano piccole botte di vita, dopo una vita di botte, come l’episodio del mare, unico luogo nel film risparmiato dal degrado. L’attacco alle istituzioni che (inconsapevolmente?) vanno contro ai bambini con grandi disagi, trattandoli con indifferenza e insofferenza, è forse un gran punto di contatto tra il film di Amelio e I quattrocento colpi di Truffaut, dove Antoine Doinel si vede complicare la vita prima dalla famiglia, poi dalla scuola, quindi dalla polizia e infine dal riformatorio. Solo che Antoine riesce autonomamente a prendersi la libertà di fuggire con l’illusione di potersi fare una vita nuova, mentre nei due bambini il desiderio di fuga è solo un’idea e niente più. Di fuga ne parla solo Rosetta a Messina chiedendola al carabiniere che ovviamente risponde negativamente. Così l’idea di fuga muore prima ancora di prender corpo nella mente di Rosetta. Questione di carattere? Probabilmente è rassegnazione davanti a una realtà che fa apparire le fughe come pure velleità. Luciano chiede al carabiniere a Noto quanti anni rimarrà in istituto e azzarda un sei anni e si rassegna. Preferisce sognare cosa farà quando uscirà da lì a tempo debito, che escogitare un modo per anticiparne l’uscita. Anche nello stesso finale ci sono tutti i presupposti per fuggire, dato il profondo sonno del loro carabiniere, ma preferiscono guardar la strada consolandosi, ritrovando un’unione nuova davanti alla prospettiva di un nuovo tipo di solitudine. Dunque Amelio è capace in mezzo al degrado che corrode l’Italia e gli italiani da nord a sud, di far emergere la storia di tre vinti comunque, ma che nel frattempo han compreso la lezione più importante che Amelio vuol farci cogliere: la solitudine può essere alleviata dalla solidarietà. La stessa solidarietà assente nelle istituzioni, che anzi la punisce, ma presente nel quotidiano anche in un piccolo gesto come una giacca sulle spalle.

tema (vincente) per CinemAvvenire 2002.

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