Ho visto anche degli zingari felici

Ispirato molto liberamente da Ho incontrato degli zingari felici, film yugoslavo del 1967, il brano Ho visto anche degli zingari felici è anche titolo del concept-album, quindi partire dallo spirito (o concept) ispiratore dell’LP può aiutare a far luce su un testo un po’ meno immediato di quelli presenti nelle tre precedenti opere lolliane. Vediamo come veniva presentato l’album alla sua uscita nel gennaio 1976 nel retro di copertina dell’LP. Grazie alla EMI, tale presentazione non fu mai ristampata nel CD (e di spazio ne avevano!!!):
“Ho visto anche degli zingari felici” nasce come ballata lunga alla fine del giugno ’75, come conseguenza e tentativo di adeguamento e rinnovamento espressivo nei confronti della nuova e più dinamica situazione politica che, secondo gli autori, richiede nuovi e più avanzati livelli di intervento anche in campo di elaborazione culturale. Nella sua parte letteraria la ballata è una specie di storia affettiva di una piazza e delle evoluzioni che il rapporto tra noi e questa subisce nel corso di un determinato periodo (un anno?) sempre più facendosi organico e importante. Dove la piazza (che nell’occasione è Piazza Maggiore di Bologna) rappresenta non solo tutte le piazze d’Italia, che in questo anno hanno visto una notevole crescita di “crucialità” (anche culturale), ma più in generale lo spazio aperto, politico, un nuovo ritrovarsi insieme in modo non artificioso né frustrante, a festeggiare senza illusioni e trionfalismi, ma pur sempre a festeggiare, una vittoria reale e popolare. Questa storia si svolge attorno a due poli, e se uno è appunto quello del 15, 16, 17 giugno 1975, l’altro è quello dell’agosto ’74 quando, a breve distanza dalla strage di Piazza della Loggia a Brescia, la piazza di Bologna doveva ospitare i funerali di dieci delle dodici vittime dell’Italicus, subendo anche l’affronto della presenza, a dir poco sconcertante, in nome del governo, di personaggi del calibro di Leone e Fanfani.
Tra un polo e l’altro sono inserite delle storie “private”, storie di vita e di morte, comunque viste nell’ambito di un sempre più organico confronto e di una sempre più progressiva sovrapposizione tra la propria storia e quella della piazza (cioè della società), come unica possibilità di vivere dei rapporti umani soddisfacienti e autentici. “La morte della mosca”, riflessione allegorica sulla morte di un uomo, riporta alla evidenza della divisione in classi della società; “Anna di Francia”, popolana anarchica dal nome di regina, rappresenta la difficoltà e l’insicurezza di una libertà autentica, contraddittoria e angosciosa nella misura in cui è per forza di cose libertà individuale “Albana per Togliatti” presenta un momento in cui i compagni che sono lì si riconoscono come compagni proprio per il fatto di esserci.
Le esperienze e i personaggi che forniscono il materiale per questa ballata sono in parte autentici in parte inventati come sintetizzazione di esperienze più particolari. Il titolo della ballata è citazione di un vecchio film jugoslavo che non centra comunque niente. Nell’ultima parte vi sono quattro strofe, di tre versi ciascuna, liberamente rielaborate dal testo di P. Weiss “Cantata del fantoccio lusitano” (pag. 25 ed. Einaudi) trattate con un mutamento di prospettiva rispetto al’uso originale: prese cioè come un rifiuto dei colonizzati alla colonizzazione, per un recupero dei beni di cui sono stati espropriati.

Ho visto anche degli zingari felici è, quindi, un disco “rosso”, come pochissimi a tutt’oggi in circolazione dopo 25 anni. Nel disco ci sono militanti, contadini, lavoratori, cioè tutte classi sociali, per tradizione e/o convenzione di sinistra che, secondo il clima del tempo, lottano nella vita per rovesciare la classe dominante, come teorizzò Marx nel XIX secolo e si predicò da Togliatti in poi nelle piazze italiane(si veda il settimo brano del disco). Nel lungo racconto di Lolli oltre ai militanti, che tutto sommato possono anche essere borghesi benestanti, ci sono anche gli zingari. Sono loro i veri ultimi, quelli che lavorano da eterni sfruttati come il classico proletariato, ma con l’aggravante della discriminazione. La loro è una vita dove difficilmente si trova l’occasione per affacciarsi al mondo, “dalle finestre” e poter sorridere alla luce del sole, perché questo non c’è, “perché la notte vince sempre sul giorno”. Ma un destino infame vuole che la notte sia il loro unico momento distensivo delle 24 ore, in quanto “non produce sangue” mantenendoli lontani dalla dura vita dei campi. Il tutto all’interno di un‘aria che si fa “sempre più ragazzina” o ingenua, perché loro non sono i borghesi che più sono adulti più diventano seri e incapaci di far sogni, gli zingari hanno la fortuna che col passar del tempo conservano sempre quel loro modo gaio di affrontar la vita e il mondo. Aria sicuramente dal forte fascino se “si fa correre dietro lungo le strade”, anche se queste si rivelano “senza uscita” in quanto non si capisce dove dovrebbero o potrebbero portare. Queste son strade senza sbocco che si percorrono per il gusto di farlo, cosa che non capiscono i borghesi che, per rampantismo o arrivismo, sono abituati a prendere strade utili a far fare loro carriera, o che li porteranno verso chissà quale pentolaccia d’oro (come se loro potessero vedere l’arcobaleno…). I luoghi comuni, tuttavia, sugli zingari abbondano. Così passano per gente ignorante che non sa parlare e che quando fa sentire la sua voce per protestare, viene messa a tacere (“parliamo sempre troppo”). Di qui parte una sequela di “è vero”, quasi a voler confermare tutti i luoghi comuni circolanti, anche se incongruenti fra loro: è l’ironia socratica che dovrebbe alla fine restituire la verità a chi ascolta il disco. E allora salta fuori lo zingaro superstizioso alla vista di “un gobbo o un 13”, e quello che sputa per terra perché non vuole incrinare l’equilibrio del padrone felice per la propria “obesità senza fine”, a sottolineare che si pappa tutto lui!!! Di seguito viene a galla l’angoscia e la rabbia di dover essere sempre i capri espiatori delle nefandezze dei più potenti (“non vogliamo pagare la colpa di non avere colpe”, al punto da preferire orgogliosamente la morte “piuttosto che abbassar la faccia”. Per tali zingari non c’è sollievo neanche nel mito dell’amore: finiscono “sempre nelle braccia sbagliate” (forse quelle di chi ROM non è), a sottolineare che l’amore è cieco e talmente potente che essi neanche si pongono la questione se si innamorano della persona giusta o di chi non potrebbe far altro che frustrarli ulteriormente. E allora l’alternativa qual è? Quella di imborghesirsi e andare a vivere in una casa abbandonando la roulotte? Quella di diventar sedentari e conformarsi al modus vivendi del cittadino occidentale medio? No! Meglio rimanere nel proprio “inverno” che mutarlo in una presunta “estate”. Chi ha dunque la sensibilità di capire la questione degli zingari in occidente? I poeti? No di certo, in quanto perché questi (e in senso lato gli intellettuali), scadono facilmente nel pietismo facile (“accarezzano troppo le gobbe”), e perché si pongono come coloro che amano la lotta e “odiano la fine della giornata”, come dire agli antipodi dei desideri degli zingari, come ho spiegato sopra. Il divario fra poeta e zingaro è tale da produrre in quest’ultimo paura e un ovvio rifiuto delle finestre sul mondo che il poeta con slanci titanici offre. Per come la possano pensare gli intellettuali a riguardo, per la gente comune rimangono quelli che non parlano “mai in due la stessa lingua”, quelli che hanno paura del buio (come molti esseri umani) e paradossalmente “anche della luce” (quella del giorno che li vede faticare), ma si prova a spiegar e chiarir il paradosso ai benpensanti, si passa per uno che, con tutto quel cha ha da fare, non fa “mai niente”! Insomma, quel “va a lavurà barbun” spesso in bocca a tanti milanesi ottusi. Quindi subentra uno dei palcosceni principali della vita zingara: la strada. Strada intesa come luogo d’alienazione, ma anche di lotta all’alienazione, dove ci si abbrutisce al punto da non riuscir a riconoscer “i nostri fratelli” nello sforzo di rovesciare le autorità (“il sangue dei nostri padri”), o addirittura odiare donne e amici. E in questa visione apocalittica di pura anarchia arriva quel “ma” avversativo che offre la speranza. Gli zingari felici si possono trovare, viaggiando, girando, magari passando da Piazza Maggiore a Bologna, ma si possono trovare. Così parlò Claudio Lolli a 26 anni. A 47 anni ritornerà sull’argomento oramai da essere maturo che ha visto, visto e visto tanto da poter concludere che nel terzo millennio “certamente non basta più viaggiare per sembrare degli zingari felici”, ma questa è un’altra storia.

Si conclude così la parte introduttiva del concept di Lolli. Segue un viaggio nel quale vediamo la strage dell’Italicus (4/8/1974), il funerale delle dieci vittime bolognesi dell’Italicus, il sangue del Vietnam, il destino del compagno semplice, la libertà anarchica di Anna e un compagno comiziante che sogna di unir le sinistre. Tutte storie utili a introdurre in conclusione il manifesto degli zingari. Basta coi luoghi comuni, con le dicerie, è il tempo di chiarire e precisare! Chiarire che sono gli zingari che arricchiscono la terra (moralmente e materialmente), vera macchina agraria che, sopportando sonno e malaria, aiuta a sostenere “gli altri”, quelli che finiscono poi per combatterli. Non solo! Gli zingari sono rimasti gli ultimi “a far bella la luna” con la loro vita così colorata e folkloristica, così diversa da quella grigia degli altri che, si ribadisce, li “respingono indietro come un insulto” o addirittura, “come un ragno nella stanza”. Detto ciò, nuovo “ma” avversativo, stavolta per avversare la prorpia condizione: zingari di tutto il mondo unitevi! verrebbe da esclamare, di modo che ci si possa riappropriare della propria vita, della terra, della luna e anche dell’abbondanza, visto che per troppo tempo si è lavorato per dare tutto agli altri, ai soliti borghesi.

Il lavoro di Lolli è tale da permetterci una spontanea, non per forza ovvia, immedesimazione della vita da compagno con quella di uno zingaro. Così coloro che vorrebbero far un mondo più giusto, passano agli occhi dei borghesi come capelloni che anzicché studiar tranquilli, fanno tanta confusione e non concludono nulla (“abbiamo tanto da fare e non facciamo mai niente”); gli stessi ragazzi che in quegli anni rifiutavano tutti i modelli sociali e di sviluppo della borghesia (non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate). E via così. Qualunque sia il piano di lettura che si voglia dare, il messaggio è uguale per tutti: riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l’abbondanza.

Nel gennaio 1976 certe cose si possono ancora cantare per dar vita al movimento del ’77, almeno finché “un Cristo uscito dal circo Togni” non dirà al megafono: “Disoccupate le strade dai sogni, sono ingombranti, inutili, vivi”. Gli anni ’80 sono dietro l’angolo spazzando tutto via, anche Lolli.

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