Non siamo a Woodstock

100 passi

Alla Mostra di Venezia del 2000 i giovani di CinemAvvenire hanno premiato, come miglior film, ”I cento passi” di Marco Tullio Giordana, che sta avendo un notevole successo di critica e di pubblico.
Questo film di impegno civile, non fondato sull’ideologia ma su una ricerca della verità e su corrette soluzioni formali e di linguaggio, emoziona e allo stesso tempo apre nuove speranze. Tratta di una vicenda di coraggioso impegno umano e civile che, anche se conclusasi tragicamente, non è passata invano.
Sei d’accordo con questo giudizio? Può essere questo film, secondo te, un esempio di cinema che racconta la vita in tutta la sua drammaticità e complessità, interrogandosi al tempo stesso sull’arte e sulla immaginazione creativa e proponendosi un rapporto tra finzione e realtà capace di costruire senso?
Commenta questa ipotesi e indica almeno un altro film, anche se di genere diverso, che, secondo te, raggiunge un analogo risultato a livello narrativo ed estetico.

I cento passi è l’espressione di un successo sincero, a cui pochi tendevano e di cui molti non si aspettavano. In fin dei conti si tratta solo di una pellicola di cinque miliardi e 400 milioni, scritto a quattro mani da Claudio Fava (tutt’altro “addetto ai lavori”, dati i suoi impegni politici), e da Monica Zapelli (una giovane donna alla sua seconda sceneggiatura), quindi da professionisti della scrittura, più che del mondo cinematografico. Per il regista Marco Tullio Giordana invece non si tratta certo del primo film. Nell’ambiente della settima arte è conosciuto da vent’anni (fra alti e bassi), e molti si ricordano il suo Pasolini, un delitto italiano del 1995, quest’ultimo apprezzato sì, ma caduto purtroppo nell’oblio troppo rapidamente. Girare I cento passi cinque anni dopo Pasolini, significa per Giordana continuare e rilanciare il film inchiesta su storie “scomode”, cercando di rimediare agli eventuali errori estetici e linguistici riscontrabili in Pasolini. In quest’ottica si spiega e si giustifica il lustro di intervallo fra le due opere: cinque anni per maturare ulteriormente certe idee e metterle a frutto nel progetto I cento passi. Frutti che non si sono fatti attendere: il premio come miglior film di CinemAvvenire, il leone come miglior sceneggiatura, cinque David di Donatello, una nomination all’oscar poi sfumata e altri premi minori, oltre a un consistente successo commerciale. I cento passi è la storia vera del giovane di Cinisi Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978 per le sue tenaci e originali opposizioni al regime del boss Gaetano Badalamenti, distante appena cento passi dalla famiglia Impastato. Insomma, niente grandi personalità illustri (come fu Pasolini), ma un semplice universitario del palermitano, uno dei tanti, ma non come tanti. Stavolta Giordana ci risparmia l’”accanimento” documentaristico per trovare una verità ad ogni costo, per restituirci una storia di vita vera, vissuta fino all’ultimo con forte spirito. Un film ricchissimo di emozioni, ma quelle comuni e vere, senza retoriche, riuscendo così a compiere quel salto di qualità che agli artisti viene sempre più difficile in questi anni, ovvero il superare le barriere del tempo e dello spazio: se I cento passi ha ricevuto il premio dei giovani di CinemAvvenire e il David di Donatello-scuola, significa che i ragazzi italiani degli anni ’90, anche se molti non sapevano nulla di cosa significasse avere una radio libera negli anni ’70, o fare le lotte studentesche o, cosa più ardua, capire cosa era la Sicilia di 20 e più anni fa di paesi come Cinisi, sono riusciti a far loro la vita di Impastato e dei suoi amici, uscendo dalle proiezioni commossi (chi più, chi meno). E qua non troviamo le musiche composte ad hoc da un Morricone, che sa inserire con maestria un violino per suggerirci certe emozioni e, magari, salvare un film debole. La colonna sonora del film di Giordana è basato al 75% su celeberrimi brani anni ’70 o giù di lì, rigorosamente anglosassoni: c’è la Suzanne di Cohen o A wither shade of pale dei Procol Harum, musiche tutt’altro che familiari, a chi consuma perlopiù i video di MTV! E forse il film si propone più ai giovani e giovanissimi, che ai coetanei 50enni di Giordana. Del resto non si tratta di un film sulla mafia (come ha sempre puntualizzato l’autore fin dall’inizio). La mafia qui è “solo” un elemento necessario, causa primaria di tutti i drammi della famiglia Impastato. Dico necessario, perché difficilmente a Cinisi poteva essere differentemente; c’è un momento in cui Peppino fa notare come nel suo paese non ci si può prendere la libertà di fare gli hippy, perché “non siamo a Woodstock, nemmeno all’isola di Wight”, se c’è un qualcosa a cui ribellarsi a Cinisi, quel qualcosa non sono le aule universitarie affollate o l’aborto, ma la mafia e tutto ciò che implica la sua parola. La straordinarietà di questa ennesima lotta alla mafia, è che non siamo di fronte a persone eccezionali della magistratura come gli stra-incensati Falcone e Borsellino, né arditi poliziotti col passamontagna nero, qui troviamo un ragazzo che non ha neanche la patente per circolare in auto, però ha in sé un’arma potentissima della quale nessuno mai si ricorda: l’ironia!!! “La verità bisogna dirla sulle proprie insufficienze, sui propri limiti”, dice Peppino solitario al microfono di Radio Aut. E considerati i propri limiti, Peppino Impastato si inventa così cantastorie degli intrallazzi mafia-politica sotto il municipio alla presenza del sindaco, o crea parodie della Commedia di Dante inserendo i mafiosi locali, e via così. È il potere dell’ironia, dell’arte, della creatività che può colpire più di quanto si possa immaginare. Per molti aspetti il tipo di lotta che suggeriscono Fava, Zapelli e Giordana, è quello grazie al quale Dario Fo e Franca Rame hanno ricevuto il Nobel per la letteratura. L’Accademia nel 1997 assegnò il premio al Mistero buffo perché “nella tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere e restituisce la dignità agli oppressi”. Altrimenti perché Badalamenti se la prendeva così tanto? In fin dei conti Impastato era un ragazzo che non ha mai esposto denuncia alla magistratura, né ha mai fotografato un traffico di droga a Punta Raisi: semplicemente cercava di aprire gli occhi ai suoi paesani ancora “puliti”, su una mafia che stava mutando pericolosamente. Nel 1978 oramai non c’è più il boss garante a modo suo di un certo ordine, che sostituiva lo Stato dove non arrivava. Quello è il mafioso della cui esistenza è ancora convinto il cugino Antony “da ‘merica”, un boss al quale basta regalare una cravatta, oggetto riservato ai signori (cfr. le prime battute del film), come avveniva nel 1958 quando Antony lasciò la Sicilia, per ricucire qualche incomprensione. Per Peppino, però, la lotta inizia in famiglia, dove non trova l’appoggio di nessuno. Suo padre, tutto sommato, ammira l’anticonformismo del figlio, ma lo ostacola perché non può appoggiarlo; la madre Felicia si comporta da madre sicula, silenziosa e ubbidiente al marito, ma che non può fare a meno di amare il proprio figlio; per non parlare del fratello, che è disposto sì a lottare con Peppino, ma finché la lotta è sostenibile. Riassumendo, ne I cento passi ci sono tutti gli ingredienti per un ottimo film, quale poi è, anche se a qualcuno non è mai andato giù la presenza di un eccessivo colorito rosso: troppe falci e martello sui muri, un critico addirittura è arrivato a parlare di film-comizio. “Purtroppo per loro è storia”, ha detto a proposito a sua difesa Giordana la sera dei David di Donatello; anche un assessore di destra del Comune di Catania davanti a Fava ha ammesso che negli anni di Impastato i giovani che non erano comunisti non si interessavano minimamente di lotta alla mafia. E comunque aldilà della vicenda di Impastato, di un film come I cento passi il cinema italiano ne aveva di bisogno. Non per mettere in attivo i conti del Dipartimento spettacoli che ha finanziato la pellicola, né tanto meno per avere qualcosa di buono da presentare al mondo dopo La vita è bella di Benigni, ma per creare un paradigma per i registi italiani che, a guardare l’ultima stagione, non riescono a produrre granché, a parte qualche piacevolissima eccezione. Giordana ci dimostra come, anche con un budget piccolissimo, si può fare un’ottima opera d’arte. Certo, se ci fosse stato qualche miliardo in più si sarebbe potuto reclutare qualche attore meno impacciato in certe scene e ovviare a certi problemi. Il continuo rifacimento della sceneggiatura è poi un’ottima risposta a chi non è capace di soffermarsi su uno scritto per limarlo. Qua il mo pensiero va a Scimeca e al suo Placido Rizzotto che, nella fretta di presentarlo a Venezia, ha soprasseduto su molti aspetti è il risultato finale rasenta il disastro, non a caso nessuno è riuscito a portar dentro di sé la triste storia del sindacalista di Corleone fatto fuori con lupara bianca negli anni ’40. I cento passi è soprattutto l’affermazione personale di Marco Tullio Giordana che sapeva che “prima o poi, il giorno del riconoscimento sarebbe arrivato. Bisogna resistere agli insuccessi, come alle pioggie e alle nevicate. Poi viene il sole, e si è felici”. E non poteva essere che la Sicilia a dargli il sole, a lui come a Impastato, che adesso è di dominio pubblico, come a noi pubblico che siamo tornati a emozionarci e a sperare su cose concrete e di casa nostra.

tema (vincente) per il concorso CinemAvvenire 2001.

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