Breve guida alle liste delle elezioni regionali siciliane

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In ordine alfabetico i cinque candidati a Presidente della Regione Siciliana e le relative 12 liste collegate sostenute da oltre 30 forze politiche:

Giancarlo Cancelleri

  1. MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo

Claudio Fava

  1. Cento passi per la Sicilia (comprende Articolo 1 di Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani, Possibile di Pippo Civati, Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni, Rifondazione Comunista di Maurizio Acerbo, Federazione dei Verdi di Angelo Bonelli e Fiorella Zabatta, Socialisti Siciliani di Turi Lombardo).

Roberto La Rosa

  1. Siciliani Liberi di Massimo Costa

Fabrizio Micari

  1. Partito Democratico di Matteo Renzi
  2. Alternativa Popolare di Angelino Alfano & Centristi per l’Europa di Pier Ferdinando Casini
  3. Patto dei Democratici per le Riforme-Sicilia Futura di Totò Cardinale e Michele Cimino (con candidati del Partito Socialista Italiano di Riccardo Nencini e Nino Oddo)
  4. Arcipelago Sicilia di Leoluca Orlando (con candidati de Il Megafono di Rosario Crocetta, Sinistra Siciliana di Mario Meli e Generazione Next di Fabrizio Micari. Lista presente in tutta la Sicilia ad eccezione delle provincie di Messina e Siracusa)

Nello Musumeci

  1. Forza Italia (presente in tutta la Sicilia; con candidati dell’Unione dei Siciliani Indignati di Gaetano Armao, Scelta Civica di Enrico Zanetti, Rivoluzione Cristiana di Gianfranco Rotondi e Partito Liberale Italiano di Stefano De Luca)
  2. Popolari e Autonomisti (presente in tutta la Sicilia, eccetto che in provincia di Siracusa; comprende Cantiere Popolare di Saverio Romano, Movimento per le Autonomie di Pippo Reina, Idea Sicilia di Roberto Lagalla)
  3. Unione di Centro-Rete Democratica-Sicilia Vera (presente in tutta la Sicilia; comprende l’Udc di Lorenzo Cesa, il Movimento Rete Democratica di Rosario Meli, Sicilia Vera di Cateno De Luca, Centro Federativo Cristiano Democratico di Tiziana Lo Cacciato)
  4. Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni – Noi con Salvini di Matteo Salvini e Angelo Attaguile – Alleanza per la Sicilia
  5. #diventeràbellissima di Nello Musumeci e Energie per l’Italia di Stefano Parisi (presente in tutta la Sicilia, eccetto che in provincia di Siracusa; con candidati del Movimento Nazionale per la Sovranità di Francesco Storace e Gianni Alemanno e il Nuovo Cdu di Mario Tassone).

Non presenti per errori nella presentazione delle liste:

Franco Busalacchi

  1. Noi Siciliani & Vox Populi Voluntas Dei di Lucia Pinsone (con candidati di Forza del Popolo di Lillo Massimiliano Musso)

Piera Maria Loiacono

  1. Lista Civica per il Lavoro (Liberalsocialisti per l’Italia di Antonino Distefano Energia per la Sicilia – Movimento Politico Libertas di Antonio Fierro)

Pierluigi Reale

  1. Casapound Italia di Gianluca Iannone

Non presenti per non aver presentato alcuna lista:

  1. Uguaglianza per la Sicilia di Mario Figlioli e Salvatore Rubbino
  2. Partito del Popolo Siciliano di Diego Messina e Nicolò Asaro
  3. LiberaItalia di Giuseppe Benedetto
  4. Movimento Politico Rinascimento di Vittorio Sgarbi & Moderati in Rivoluzione di Gianpiero Samorì
  5. Fronte dei Siciliani contro la Partitocrazia (Movimento Sociale Fiamma Tricolore-Forza Nuova)
  6. Consumatori Italiani di Francesco Tanasi
  7. Partito Pensionati di Carlo Fatuzzo (sosterrà la candidatura di Nello Musumeci)
  8. Movimento Nazionale Siciliano (federazione che unisce Movimento per l’Indipendenza della Sicilia di Salvatore Musumeci, Fronte Nazionale Siciliano di Francesco Perspicace e Sicilia Nazione di Rino Piscitello e l’Unione degli Indignati di Gaetano Armao in Forza Italia)
  9. Sicilia Cristiana

Non si presenteranno neppure l’Unione Cristiana di Domenico Scilipoti, il cui simbolo è stato bocciato perché mostrava il simbolo religioso della Croce cristiana, e il Movimento Per i Popoli di Gianfranco Sorbara e Antonio Grigoli, per carenza di documentazione. Per la stessa carenza è stato bocciato pure il simbolo – per me sconosciuto e dall’acronimo indecifrabile – di R.S.F.

Fonti ufficiali: DDG293, GURS del 25/10/2017 e GURS del 28/10/2017.

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L’incredibile capacità della sinistra siciliana di dilapidare tempo e forza

Lo spettro politico italiano dovrebbe essere sufficientemente grande da poter offrire spunti di riflessione interessanti in ogni area, ma mi capita poi puntualmente di dover constatare che è a sinistra che si consumano gli episodi più interessanti, ma anche i più farseschi.
In Sicilia avevamo lasciato l’area a sinistra del Pd il 28 ottobre 2012 riunita in due liste alleate (Italia dei Valori e Libera Sicilia) a sostegno di Giovanna Marano, candidata all’ultimo minuto per sostituire l’incandidabile Claudio Fava in quanto residente a Roma al momento dell’avvio della macchina elettorale.
Quello stesso giorno un’inchiesta di Report su Rai 3 su Antonio Di Pietro condannò all’irrilevanza politica l’Italia dei Valori e forse convinse non pochi sostenitori di Tonino a trasferirsi nel M5s.
In quelle elezioni la coalizione Marano/Fava prese complessivamente poco più del 6,6% di quella minoranza che andò a votare. Troppo poco per prendere anche solo un seggio, abbastanza per montarsi la testa che le politiche 2013 sarebbero state facili. Sappiamo com’è andata a finire quattro mesi dopo con Rivoluzione Civile di Ingroia.

In questi ultimi 5 anni ci si sarebbe aspettato che le forze che avevano animato la campagna di Libera Sicilia avrebbero cercato di lavorare pazientemente per una riscossa, anche solo per far dimenticare di non essere quelli che non capiscono nemmeno le leggi elettorali regionali. Considerato che nel frattempo la “sinistra” di Crocetta lavorava con grande efficienza all’autodemolizione di quel 30% di consenso che si era fidato della “rivoluzione” promessa dall’ex sindaco di Gela, Rifondazione, vendoliani e gli altri progressisti cosiddetti radicali avrebbero dovuto e sicuramente potuto leccarsi le ferite del 2012 coltivando l’idea di un 2017 di riscossa e rinascita.

Invece sono riusciti ad arrivare a giugno 2017 senza uno straccio di idea di coalizione e di candidati presidente da mettere in campo. Hanno navigato a vista e infine hanno fatto la figura di chi viene colto di sorpresa dall’indizione di elezioni fortemente anticipate. Invece si voterà naturalmente il prossimo 5 novembre, il che vuol dire che già il 24 settembre si dovranno depositare i simboli dei partiti e il 5 ottobre le liste dei candidati.
C’era dunque tempo. C’era. Potevano compensare le deboli forze residue giocando d’anticipo sugli avversari, lavorando per farsi conoscere dalle masse che ormai non li riconoscono più. E invece no, mosse troppo intelligenti. Meglio continuare a fare come si è sempre fatto o come si è sempre perso.

Stiamo parlando di una galassia di 7-8 partiti che ancora nel giugno 2017 si spaccava sull’annosa questione se fosse meglio allearsi o scontrarsi col Pd di Renzi e Crocetta. Dopo 5 anni di governo di quest’ultimo, dopo quanto accaduto nelle urne siciliane col referendum del 4 dicembre, dopo quanto accaduto puntualmente alle elezioni amministrative dell’ultimo lustro, ancora ci si chiede se sia utile un bel centrosinistra old style. Quelli con più pudore al massimo si ponevano come unica condizione non essere alleati di Ap di Alfano, ma non tutti.
Il 30 giugno veniva lanciata la candidatura quasi unitaria di Ottavio Navarra, in sostanza il presidente della federazione palermitana di Mdp. Si parte? No, neanche per idea. In fondo mancavano ancora quasi 4 mesi al deposito delle liste, quindi c’era tempo per Mdp e Si di ragionare col Pd se c’era posto in coalizione, magari al posto di Ap, magari con Pietro Grasso candidato, ma magari anche col rettore Micari. “Vediamo!”, si saranno detti. E “vediamo!” ovvero “aspettiamo!” si saranno detti anche i partiti vicini a Navarra, curiosi di capire che cosa il destino riservava ai bersaniani e vendoliani in salsa sicula.
E tra un vediamo e un aspettiamo arriviamo al 24 agosto, quando viene lanciata la candidatura di Claudio Fava. Del resto se come nel 2012 il M5s ripresenta Cancelleri e il centrodestra (con poco centro) ripresenta per la terza volta Musumeci, allora perché a sinistra non si dovrebbe contribuire a questo clima da deja vu rilanciando il candidato-non-candidato Fava?
Tra il 24 agosto e il 4 settembre i progressisti siciliani sono stati in ostaggio dello stucchevole dubbio amletico “meglio Fava o Navarra?”, con tanto di maxiriunioni a Enna dove coerentemente si decideva di non decidere. Tanto, l’avrete capito, c’era tempo!

Oggi Navarra si è ritirato per lasciare campo libero a Fava candidato unico, per la gioia in genere di chi vive nella Sicilia occidentale, perché sulla costa jonica Fava lo conoscono da tempo e spesso ne diffidano ampiamente, come quando alle elezioni comunali del 2008 i catanesi accordarono a Fava appena 173 (centosettantatrè) preferenze.
Trovato il candidato, non si sa ancora perché lo si dovrebbe votare, non si conosce il nome di chi lo sosterrà, ignote le parole d’ordine della campagna elettorale e la prospettiva. Le sapremo, certo, le conosceremo, ma di certo ormai non gli basteranno i prossimi due mesi per raggiungere e convincere almeno il 5% dei 5 milioni di elettori interessati. E gli altri, i santoni elettorali e i giustizieri della notte digitale, ringraziano.

Quando legalità non fa rima con solidarietà e migrante fa rima con idrante.

Il prefetto di Roma è soddisfatto dell’operazione di stamattina contro i rifugiati. Sono state «ripristinate le condizioni di legalità», ha detto.
Anche quando durante la guerra i treni riprendevano a deportare gli ebrei nei campi di sterminio venivano ripristinate le condizioni di legalità. E sempre per ripristinate le condizioni di legalità il Sudafrica incarcerò Mandela e applicò con zelo l’apartheid per oltre 40 anni. La legalità, che è quanto di più relativo possa esserci, eletta a valore assoluto diventa o un tic burocratico o un comodo alibi morale per coprire o non fare i conti con quei casi in cui il ripristino della legalità comporta necessariamente la cessazione della solidarietà umana. Così può diventare accettabile che in nome della legalità migrante faccia rima con idrante, che intorno alla stazione Termini scatti una caccia all’uomo colpevole solo di ostinarsi precariamente ad esistere.
So tuttavia, ché lo sento e lo leggo, che le parole del prefetto suscitano forse più approvazione che biasimo. E magari da chi quotidianamente ha spregio delle leggi dello Stato quando si tratta di evadere qualche tassa o di prendersi qualche libertà personale ai danni della collettività.
Troppi “mai più” giurati nel 1945 sono stati traditi o vanificati e presto o tardi ne pagheremo tutti un conto salato e barbaro.

Neoborbonici, no vax e quella crisi di egemonia delle classi dirigenti

Ho letto la posizione dell’Associazione Italiana di Public History (AIPH) in merito alla Mozione approvata dal Consiglio Regionale della Puglia il 4 luglio 2017 e al diffondersi della “controstoria neoborbonica”.
I bufalari neoborbonici al servizio del pretendente al trono di Napoli sono diventati tanto egemoni perché bravi? Perché hanno Povia che mette le loro bufale in musica? Perché è sempre forte la tentazione reazionaria di guardare al passato con astratta e mitologica nostalgia? Oppure sono le stesse dinamiche che vediamo coi “no vax” per cui qualunque affermazione scientifica fondata e autorevole è una truffa e lo scienziato riconosciuto è un truffatore che cospira contro la “verità”, la quale, però, il popolo sa riconoscere istintivamente per virtù naturale, come ci insegnano i populisti di ogni era e luogo.
Poi c’è il problema che non se ne può più di riempire il calendario con giornate istituzionali per ricordare ogni data che sta a cuore a una qualche sottocomunità di questo paese.

Attualmente, al contrario di quanto sostiene l’AIPH, sembra montare il pessimismo: qualunque tentativo di smontare le bufale con documenti e ragionevolezza non solo non funziona, ma rafforza le convinzioni errate. Non so se sia vero, ma mi pare verosimile perché il problema a monte non è uno scontro fa interpretazioni alternative, non è una riedizione rozza e ridicola dello scontro fra gramsciani e Romeo. La questione mi pare che risalga, come per i “no vax” e altri fenomeni analoghi, alla crisi di egemonia delle classi dirigenti su quegli strati della popolazione che stanno pagando caro la crisi economica e la fine del welfare. Sono masse che hanno capito di essere state fregate (giustamente), ma non avendo chiaro perché e quando sono state fregate, hanno preso a prendersela confusamente verso l’alto con chiunque stia in posizione dominante non riconoscendogli più alcun diritto di parola o addirittura di esistenza. E verso il basso se la prendono con lo spettro dei migranti viste (e storicamente non è una novità) come le cavallette venute a spogliarli di quel po’ che gli è rimasto e a fregargli quel po’ di welfare sopravvissuto nel 2017. Dunque crisi di egemonia e xenofobia si saldano insieme e danno luogo agli esiti più tragici e tragicomici. E il bufalaro con le sue tesi “alternative” e le sue “verità” nascoste diventa il nuovo intellettuale di riferimento la cui autorevolezza è inversamente proporzionale a quanto stia ai margini dalla comunità scientifica. La marginalità, lungi dall’essere un problema, diventa la prova della sua ragionevolezza e della sua estranietà ai dominanti che vogliono male al popolo subalterno.
Se ho ragione, in questo quadro, invocare come fa l’AIPH una «più diffusa consapevolezza storica» è utile quanto ingenuo. Così come non si può rifluire nel pessimismo con punte di aristocraticismo di chi dice che tanto non si può far cambiare idea al popolo-bue, così non si può pensare ottimisticamente che sia solo una questione di quanti lumi possiamo accendere.

«Non esiste una classe indipendente di intellettuali, ma ogni classe ha i suoi intellettuali; però gli intellettuali della classe storicamente progressiva esercitano un tale potere di attrazione, che finiscono, in ultima analisi, col subordinarsi gli intellettuali delle altre classi e col creare l’ambiente di una solidarietà di tutti gli intellettuali con legami di carattere psicologico (vanità ecc.) e spesso di casta (tecnico-giuridici, corporativi).
«Questo fenomeno si verifica “spontaneamente” nei periodi in cui quella determinata classe è realmente progressiva, cioè fa avanzare l’intera società, soddisfacendo alle sue esigenze esistenziali non solo, ma ampliando continuamente i suoi quadri per una continua presa di possesso di nuove sfere di attività industriale-produttiva. Quando la classe dominante ha esaurito la sua funzione, il blocco ideologico tende a sgretolarsi e allora alla “spontaneità” succede la “costrizione” in forme sempre meno larvate e indirette, fino alle misure vere e proprie di polizia e ai colpi di Stato». Antonio Gramsci, Q1 §44.

“Tv-verità”, trent’anni dopo.

Quest’estate ricorrono i 30 anni dalla vera creazione di Rai 3. Il terzo canale di Stato era nato formalmente nel 1979, ma ancora nel 1987 trasmetteva poco e male, lasciata a fare la parte di un canale nazionale su base locale e su frequenze instabili cannibalizzate selvaggiamente dalle Tv private. Poi nel marzo 1987 fu nominato direttore di rete Angelo Guglielmi, uomo di azienda esperto di palinsesti, che subito si diede da fare per creare una vera terza rete, anche se visibile solo nel 70% del territorio nazionale e appunto con molte interferenze.
Primo programma della nuova era fu Telefono giallo di Corrado Augias. Era il 29 settembre 1987. A rivedere la sigla oggi l’impressione è che nonostante le tinte gialle-noir, sia perfettamente aderente allo spirito del tempo di allora, gli anni ’80, con in più un’incredibile comicità involontaria ad ogni “fotogramma”, persino nel volto di Augias pensieroso come l’icona di Mazzini nel ruolo di attento inquirente depositario di indicibili confidenze telefoniche.
Con Guglielmi e Telefono giallo nacque la cosiddetta Tv-verità, la quale nelle intenzioni voleva porsi in antagonismo alla televisione ipocrita e reticente degli altri canali, quella che si rifiutava di mostrare le asprezze di una realtà ben lungi dall’essere idillica. Tuttavia la battaglia della Tv-verità era ingenua, non faceva i conti col medium e ben presto in definitiva divenne solo un altro modo artificioso, non meno ipocrita e talora cinico che cinque anni dopo avrebbe ispirato appunto la Cinico Tv di Ciprì e Maresco.
La sigla di Telefono giallo sembra dirci anche questo, sembra cioè essere inevitabilmente e forse suo malgrado il prodotto di un tempo ben preciso e lascia intravedere a cosa sarà destinata quest’esperienza velleitaria.

Intorno al dibattito sul ddl Fiano

«Ma dobbiamo domandarci: basta questa legge ad impedire la riorganizzazione del partito fascista, una ripresa del fascismo? Diciamo subito di no. Ci vuole altro. Questa legge noi la approveremo; ma, approvandola, abbiamo il dovere di dire a noi stessi che essa non basta. Più che una legge ci vuole una politica antifascista. Senza questa politica la legge che voteremo resterà inoperante, come fu inoperante quella del 1947. Occorre una politica antifascista che, realizzando le aspirazioni innovatrici dell’antifascismo militante, colpisca non soltanto le apparenze, il ciarpame, gli “alalà”, i gagliardetti, ma colpisca la base stessa del fascismo, nelle forze sociali che sostengono, che aiutano, che finanziano e che spingono avanti questo movimento».

Giorgio Amendola nel dibattito alla Camera sulla legge Scelba, 5 giugno 1952.

* * *

Il ddl Fiano, non senza ipocrisia, chiede di introdurre nel Codice penale un nuovo articolo, il 293-bis, ovvero il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista. Questo perché le leggi Scelba e Mancino non sono sufficienti in quanto con quelle si può perseguire solo chi fa apologia del fascismo e chi inneggia all’odio razziale in compagnia di almeno altre quattro persone. Il singolo che fa una pagina Facebook piena di foto e meme fascisti e che vi ricorda quanto fosse bello e buono Mussolini e il suo regime non commette di fatto alcun reato, pur essendo palese il veleno che propaganda. Non è altrettanto punibile chi fa il saluto romano da solo. Qualche tempo fa hanno assolto quattro tifosi che allo stadio avevano fatto il saluto romano, proprio perché erano solo quattro.

Ecco il testo del 293-bis proposto: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.
La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici».

Davanti a una proposta del genere l’on. pentastellato Vittorio Ferraresi in quanto relatore di minoranza scrive e deposita che «il testo all’esame dell’Assemblea, se pur con intenti astrattamente condivisibili, introduce una norma che contraddice la prevalente giurisprudenza, dando luogo a misure potenzialmente e sostanzialmente arbitrarie o liberticide. (…) La compatibilità dei suddetti reati con il principio di libera manifestazione del pensiero è stata infatti più volte affermata nel presupposto che assumano rilievo penale esclusivamente le condotte poste in essere in condizioni di pubblicità tali da rappresentare un concreto tentativo di raccogliere adesioni ad un progetto di ricostituzione del partito fascista. (…) Non si può affermare, infatti, che colui che vende oggetti che si riferiscono al fascismo – o ad altri regimi dittatoriali seppur non considerati dalla XII disposizione transitoria della Costituzione – sia antidemocratico e che quindi stia facendo una pericolosa propaganda sovversiva. Si tratta, più banalmente, di commercio, magari discutibile, ma da sottoporsi alle “leggi del mercato” piuttosto che al diritto penale».

Chi ragiona così, chi pensa che vendere gadget fascisti o fare un saluto romano con un paio di amici sia roba da bontemponi innocui o è un ingenuo o è un cripto-fascista. In ogni caso contrastare con un No e con quelle giustificazioni un norma che rende la vita più difficile ai neofascisti non è certo una grande dimostrazione di spirito democratico e antifascista. E se Grillo e Casaleggio non hanno nulla da ridire sull’operato di Ferraresi, si consolida l’idea che se anche la base del M5s non fosse fascistoide, è probabile che lo sia il suo vertice dirigente ed è del tutto coerente con le ultime posizioni del M5s volte a inseguire l’estrema destra su immigrazione e rom. Se questo è il “cambiamento”, è il classico cambiamento reazionario.

Ad ogni modo, intendiamoci, non ci facciamo illusioni che se anche sparisse ogni apologo del regime fascista sparirebbe d’emblée il fascismo. Aveva ragione Amendola: ci vuole altro, ci vuole una politica antifascista.

Se ci meritavamo Sordi, non ci meritavamo Villaggio

Paolo Villaggio era un autentico autore satirico fin quando credette che il suo lavoro potesse contribuire a scuotere il piccolo borghese dalla sua miseria, a mutare l’orizzonte asfittico delle sue ambizioni da eterno subalterno più o meno entusiasta fino a spingerlo alla rivolta. Non ci riuscì e lo capì quando vide, parole sue, che il pubblico lo ringraziava perché con Fantozzi aveva creato un personaggio in cui era bello rispecchiarsi. Così verso i 50 anni passò dalla satira alla farsa, ma in concomitanza erano arrivati gli anni Ottanta e nessuno se ne accorse, come disse una volta il reverendo Lovejoy parlando delle sue origini di prete impegnato.
Forse in cuor suo Villaggio continuò a sperarci in un’Italia migliore (nel 1987 per 6 voti (sei!) non diventò deputato di Democrazia Proletaria e ci toccò Franco Russo), ma ormai il paese aveva preso la china che conosciamo, quella che nelle migliori delle ipotesi porta al “privilegio” di fare da triglia nell’acquario del Megadirettore galattico. Oppure il ribelle fantozziano a 5 stelle, che è quasi la stessa cosa.
Quando incontrai Villaggio, una dozzina di anni fa, appena dopo aver superato la sua enorme pancia, mi confermò a prima vista l’impressione di un uomo arreso a una realtà inferiore alle sue iniziali aspettative. Forse per questo, deluso, aveva evidentemente preso a darsi alla pazza gioia a tavola. In compenso invecchiando si prese il gusto e il lusso di non coltivare l’arte della falsità e dell’ipocrisia che caratterizza lo scintillante mondo dello spettacolo, e credo si divertisse pure a sabotare, con garbo, certe interviste o certe fiere della superficialità.
E allora, vadi Villaggio, vadi! Salutaci Faber e gli altri genovesi che (non) ci meritavamo.

L’eterno oscillare di Rifondazione tra fiancheggiamento e repulsione del Pd

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Ho cercato di verificare, limitandomi ai soli comuni capoluogo e incrociando stampa, profili Fb ufficiali e dati del Viminale, come e quanto il Prc sia davvero anti-dem a questo giro elettorale amministrativo.

Quello che era il massimo partito della sinistra italiana dopo la fine del Pci e padre di quasi tutte le organizzazioni politiche che si agitano a sinistra del Pd, ad aprile ha concluso il suo X congresso nazionale con la parola d’ordine «C’è bisogno di rivoluzione» e proponendo la «costruzione di un soggetto unitario della  sinistra antiliberista che raccolga il complesso delle forze sociali, culturali e politiche che si pongono sul terreno dell’alternativa alle politiche liberiste, dunque alternativo al PD ed ai socialisti europei». Ancora il 7 maggio scorso approvava un ordine del giorno sulle elezioni amministrative dove invitava i propri iscritti nei territori interessati «a costruire liste autonome e alternative alle destre e al Partito Democratico invitando a non costruire accordi di coalizione con il PD, tanto attraverso l’utilizzo del proprio simbolo quanto attraverso liste unitarie e/o civiche alleate al PD». Ma poiché il partito a lungo guidato da Fausto Bertinotti e oggi da Maurizio Acerbo non ha dato spesso ottime prove di disciplina di partito, è lecito chiedersi: com’è andata a finire?

Salvo errori – non è sempre facile capire dietro un simbolo “civico” quali e quanti partiti vi partecipino – Rifondazione Comunista sarà presente alle elezioni comunali di 16 comuni capoluogo su 25 al voto il prossimo 11 giugno.
Solo a Parma presenta una lista col proprio logo di partito a sostegno di un candidato sindaco comune col Pci.

Negli altri 15 comuni:

  • Monza e Gorizia: lista comune e unica con Pci e Sinistra Anticapitalista;
  • Padova: lista comune con Sinistra Italiana, Possibile, ReteDem e Padova 2020, alleata con una lista civica del candidato sindaco;
  • Verona: lista comune con Sinistra Italiana e Possibile, alleata con una lista civica del candidato sindaco;
  • Genova e Lucca: lista comune e unica con Sinistra Italiana, Possibile e Pci;
  • La Spezia: lista unica “Spezia Bene Comune”;
  • Piacenza: lista comune e unica con Sinistra Italiana e Possibile;
  • Pistoia: “Lista Comunista”, alleata del Pd;
  • Frosinone: lista comune e unica con Sinistra Italiana, Possibile, Pci e Azione Civile;
  • Rieti: lista comune con Pci, Sinistra Italiana e Possibile, alleata del Pd;
  • L’Aquila: lista “L’Aquila Bene Comune/L’Aquila a Sinistra”, alleata con altre due liste civiche;
  • Lecce: lista comune e unica con Sinistra Italiana;
  • Taranto: lista “Taranto in Comune”, alleata con altre 3 liste civiche;
  • Palermo: lista comune con Sinistra Italiana e L’Altra Europa, alleata del Pd e Area Popolare.

A questo punto non resta che chiedersi quanto pagherà tanta variabilità di nomi, simboli, tattiche e compagni di strada? Attendiamo lunedì prossimo.

Cosa ci dicono i numeri dei ballottaggi presidenziali francesi del 2002 e del 2017?

Nel 2002 uno scialbo Chirac al potere sconfisse il vecchio Le Pen con 25.537.956 di voti (82,21% dei voti validi) contro 5.525.032 (17,79%). In quell’occasione gli astenuti furono 8.358.874 (20,29%).

Ieri lo “sconosciuto” Macron ha sconfitto la “nuova” Le Pen con 20.753.798 di voti (66,1%) contro 10.644.118 (33,9%) e ha visto astenersi 16.170.672 elettori (33,99%).

Non è cosa da poco notare che 15 anni fa Chirac fu eletto in funzione antifascista dal 62% degli elettori, mentre Macron, nonostante abbia goduto ampiamente della stessa grancassa mediatica che metteva in guardia dal pericolo Le Pen e diversi altri vantaggi sulla sfidante, ha convinto al ballottaggio solo il 43,63% degli elettori e i lepenisti sono raddoppiati quanto gli astenuti.

C’è una tendenza del popolo sovrano a considerare progressivamente accettabili certe soluzioni reazionarie? C’è una tendenza a un sano rifiuto del ricatto del voto binario secondo la logica montanelliana del “turarsi il naso”? Mi sembrano questioni importanti eppure non ho letto o ascoltato riflessioni in merito.