Il senso del 27 maggio

Uno spettro si aggira per l’Italia, lo spettro di un nuovo bipolarismo isterico

Sono ore d’isteria di massa. Sembra di essere tornati ai peggiori momenti della seconda Repubblica, quando il bipolarismo era stile di vita e abito mentale fondato su Silvio Berlusconi: o stavi con lui esaltandolo come il sublime e provvidenziale statista mai avuto e sempre sognato, o stavi contro di lui dipingendolo come l’origine di ogni male. Da qui il degenerare della politica in eterno braccio di ferro fra due sorde e inconcludenti tifoserie.

Ora, più tragicamente, a Berlusconi come figura-discrimine si è sostituito Sergio Mattarella, il mite Presidente della Repubblica la cui decisione forte di rifiutarsi di nominare il prof. Paolo Savona ministro dell’Economia e delle Finanze sembra aver originato due nuove sorde tifoserie. Quelli che stanno con Mattarella lo esaltano come salvatore della patria con tanto di hashtag #iostoconmattarella, tra quelli invece che lo criticano oltre alla Lega, c’è chi come il M5s e Fd’I si spinge a chiederne la messa in stato di accusa per attentato alla Costituzione. Nel novero dei critici con Mattarella non includiamo però tutto quello squallore senza vergogna vomitato da quegli hater estranei alla democrazia che hanno augurato al Presidente ogni male possibile infangando pure la memoria del suo compianto fratello, motivo per cui, al di là di ogni opinione politica, è cosa buona e giusta esprimere viva solidarietà al nostro Presidente e difenderlo dalla canaglia e da chi la accarezza.

Legittimità costituzionale e opportunità politica.

Al di là dell’emotività alla base delle opposte tifoserie, quanto è avvenuto al Quirinale la sera del 27 maggio merita un’attenta riflessione.
Ricordiamo in breve cosa è accaduto: dopo quattro giorni di riflessioni e trattative, il prof. avv. Giuseppe Conte ha rinunciato all’incarico di formare il nuovo governo sostenuto dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega Salvini premier. Sono cose che succedono. Meno consueto è il motivo della rinuncia: il Presidente non era d’accordo sulla proposta di sostituire l’attuale ministro Pier Carlo Padoan con Savona e di contro Conte, sostenuto da Di Maio e Salvini, non era disposto ad accettare soluzioni alternative.

Le uniche due categorie che possiamo ritenere utili per analizzare questo episodio sono solo quelle della legittimità costituzionale e della opportunità politica. Avremo dunque quattro casi possibili: la decisione presidenziale è stata legittima e opportuna, o legittima e inopportuna, o illegittima e opportuna, o illegittima e inopportuna. Chi scrive non ha le necessarie competenze giuridiche per giudicare scientificamente l’operato del Presidente Mattarella, quindi sulla legittimità non possiamo dire niente di serio e utile, anche se la questione ha la sua importanza. Può, cioè, un Presidente della Repubblica rifiutare la proposta del Presidente del Consiglio incaricato di nominare un ministro? Ovviamente sì, ma a quali condizioni non è esplicitamente scritto nella nostra Costituzione, motivo per cui il dibattito fra i costituzionalisti è da tempo aperto. A titolo di esempio si veda il documento sottoscritto da 14 costituzionalisti per i quali nelle nomine ministeriali «l’ultima parola spetta al Capo dello Stato, il quale assume su di sé in pieno la responsabilità delle sue decisioni. In questo quadro, il comportamento del Presidente Mattarella appare del tutto conforme alla lettera della Costituzione e alla prassi». Di diverso avviso l’associazione Giuristi Democratici, secondo la quale «il rifiuto alla nomina non può mai fondarsi su un giudizio politico sul soggetto, ma solo su una sua inidoneità giuridica a ricoprire l’incarico». La questione, come si vede, vede divisi gli stessi “addetti ai lavori”.

Anche la storia da questo punto di vista non ci aiuta. In Assemblea Costituente dibattendo su quello che sarà l’art. 92 della nostra Costituzione, Luigi Einaudi e Umberto Terracini la pensavano in modo molto preciso. Per il costituente liberale e futuro primo Presidente della Repubblica «la disposizione per cui i Ministri vengono nominati dal Primo Ministro (…) è suggerita da una necessità tecnica. Infatti, il Presidente della Repubblica nomina il Primo Ministro e non può nominare contemporaneamente Ministri, perché non può sapere quali persone godano la fiducia di quello. Nelle due nomine è dunque necessario procedere gradualmente, in quanto una caratteristica del Gabinetto è data dalla fiducia reciproca tra Primo Ministro e Ministri» (4 gennaio 1947). Più deciso il comunista Terracini riteneva, un mese prima di essere eletto Presidente della Costituente, che «è ormai universalmente accettato il sistema di procedere in primo luogo alla designazione del Presidente del Consiglio dei Ministri, lasciando a questi di condurre le trattative per la scelta dei Ministri, ed è assurdo pensare che il Presidente della Repubblica possa presumere di scegliere egli stesso i Ministri» (9 gennaio 1947).

È dunque questo lo spirito autentico dell’art. 92 della Costituzione? Chissà. Sono noti invece alcuni rifiuti presidenziali degli ultimi 40 anni. Per quanto se ne sa, visto che ufficialmente non sono fatti registrati ufficialmente, pare furono rifiutati Darida alla Difesa e Previti, Maroni e Gratteri alla Giustizia rispettivamente da Pertini, Scalfaro, Ciampi e Napolitano. I primi quattro furono comunque nominati ministri, ma in altri ministeri. I motivi del rifiuto presidenziale furono di incompatibilità o inopportunità. Previti era l’avvocato di Berlusconi, quindi meglio alla Difesa che alla Giustizia; Maroni era imputato all’epoca dei fatti e quindi meglio al Lavoro che alla Giustizia; Gratteri era magistrato in piena attività e quindi era meglio lasciarlo lavorare alle sue inchieste importanti. Sulla nomina del fanfaniano Clelio Darida nel primo governo Cossiga le testimonianze sono discordanti. Forse si trattò di una questione di equilibri politici. Antonio Tatò scrisse che nel 1979 «si è spostato Sarti alla difesa, che è un fedele di Cossiga; si è nominato Darida ai rapporti col Parlamento, che non dà troppo fastidio in quell’incarico» (Antonio Tatò, Caro Berlinguer. Note e appunti riservati di Antonio Tatò a Enrico Berlinguer, 1969-1984, Torino, Einaudi, 2003).

Le ragioni del Presidente Mattarella.

Nel caso di Savona è Mattarella stesso ad aver motivato il suo rifiuto. Sostiene il Presidente che al MEF non vedeva bene Savona perché questi è «visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro». E poiché, sostiene sempre il Presidente, «la designazione del ministro dell’Economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari», il rischio di far nominare Savona avrebbe «posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende» e posto «rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane». Dunque Mattarella ritenendo suo «dovere, nello svolgere il compito di nomina dei ministri (…) essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani. In questo modo, si riafferma, concretamente, la sovranità italiana». Per il Quirinale occorreva, ovviamente, anteporre «a qualunque altro aspetto, la difesa della Costituzione e dell’interesse della nostra comunità nazionale», interesse che però a parere del Presidente passa dalla riaffermazione limpida che «quella dell’adesione all’Euro è una scelta di importanza fondamentale per le prospettive del nostro Paese e dei nostri giovani» per cui «se si vuole discuterne lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento. Anche perché si tratta di un tema che non è stato in primo piano durante la recente campagna elettorale».
Per Mattarella dunque il problema erano le pubbliche opinioni da economista di spessore fatte da Savona, già ministro del governo Ciampi, su euro e Unione Europea, e le potenziali ricadute sui mercati e a nulla è valso il comunicato ufficiale di rassicurazione del prof. Savona.

Dubbi e rischi dietro le motivazioni di Mattarella.

Il problema non è se Mattarella sia legittimato a rifiutarsi di nominare un ministro, ma se poteva rifiutare Savona con quella motivazione. Mattarella è un galantuomo e un uomo prudente, oltre a essere stato giudice costituzionale. Non è dunque persona da colpi di testa né persona capace di attentare alla Costituzione. Una sua messa in stato d’accusa sembra inverosimile. Però in effetti resta il dubbio se si possa dire di no a una persona in base alle sue idee di politica economica o solo perché si teme di esporre l’Italia a una ipotetica speculazione finanziaria.  Non si rischierà persino di lanciare erroneamente il messaggio che i mercati contano al punto che di fatto scelgono il nostro ministro dell’Economia? O che addirittura che la politica economica è come la Legge sulle tavole di Mosè: intangibile ed eterna.

Temo che con simili motivazioni si corra il rischio di creare un precedente pericolosissimo. Oggi al Palazzo del Quirinale siede una persona assennata, ma se un domani ci fosse un personaggio di dubbia qualità? E se un giorno questo ipotetico Presidente intollerante dell’opinione altrui rifiutasse di nominare ministro della salute un immunologo solo perché il Quirinale è in mano a un sostenitore dei no-vax? O se un Presidente rifiutasse di nominare ministro dell’Istruzione un sostenitore del metodo Montessori perché lo ritenesse un metodo nocivo per i bambini italiani? O se si rifiutasse la nomina di una ministra alle Pari Opportunità perché è una nota femminista? Sarebbe di certo un pessimo Presidente, ma potrebbe comunque agire così senza violare la Costituzione?

C’è poi un problema storico diacronico e sincronico. Nel recente passato Ciampi e Napolitano non ebbero nulla da ridire a nominare Umberto Bossi ministro delle Riforme costituzionali, pur essendo noto che il fondatore della Lega Nord fosse non proprio innamorato dell’Unità d’Italia e capo di un partito per Statuto a favore dell’indipendenza della cosiddetta Padania. In quelle circostanze la nomina fu giusta o sbagliata?
Dal punto di vista sincronico il 27 maggio Mattarella ha detto che aveva accettato tutte le altre proposte di nomina. Da Di Maio sappiamo che tra queste c’era quella di mettere Matteo Salvini a capo dell’Interno pur essendo note le idee del leghista su migranti, ruspe e rom. La difesa dei risparmi degli italiani pesa più della difesa dei diritti dei più indifesi?

Mattarella ci ha tutelati economicamente dal peggio?

Lasciamo per ora da parte la controversa questione della legittimità della scelta di Mattarella e concentriamoci sulla sua opportunità politica. Qui la questione è capire se la scelta di Mattarella sia stata saggia e lungimirante. Chiariamo subito: non lo possiamo sapere oggi. Solo tra qualche mese o anno lo sapremo con relativa certezza, perché non possiamo sapere che cosa di virtuoso o nefasto discenderà per il futuro da quella scelta. Al momento possiamo solo provare a fare delle libere ipotesi.

Il Presidente Mattarella sostiene che il suo no a Savona fosse necessario, lo ricordiamo, per evitare «rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane». È possibile, ma ovviamente non avremo mai la controprova. Sappiamo però che il mercato è per definizione imprevedibile e incontrollabile perché animato da una pluralità di soggetti di ogni tipo, dall’ignorante di economia alla mente raffinatissima, dal proprietario di capitali da poche centinaia di euro a miliardari potentissimi, da chi investe dopo studi attentissimi a chi lo fa con cieco istinto come giocasse alla roulette di un casinò. L’insieme di questi operatori, ognuno col suo peso e con il proprio interesse, concorre a generare il destino di una giornata di borsa. Chi ci assicura che ciò che è stato presumibilmente scongiurato il 28 maggio 2018 non possa ripresentarsi in un futuro prossimo? Se c’è qualcuno che voglia conquistare economicamente il nostro paese non si fermerà di certo perché gli è venuto meno un pretesto politico-economico come Savona alla guida del MEF, né nell’immediato il paese sembra avviato verso una fase di normalità politica ed economica. Se poi rifiutare Savona aveva il prevedibile prezzo di spingere la legislatura a morte prematurissima con conseguente nuova rovente campagna elettorale a settembre, non è questa una situazione di instabilità ideale per gli speculatori che vogliono male alla nostra economia?
Senza voler entrare nello spinosissimo dilemma se il nostro paese ci guadagnerebbe di più rimanendo nell’euro o ritornando alla lira o addirittura imitando le recenti scelte del Regno Unito, poniamo il fatto che abbia ragione chi sostiene che uscire dall’euro o dall’UE sarebbe una iattura, il no a Savona fondato su motivazioni così esplicitamente pro-euro, potrebbe spingere le masse più facili a credere nei grandi complotti populisti e ansiose di un riscatto sociale, a rafforzare per reazione il fronte finora minoritario dei no euro pur di colpire le odiate élite che affamano il popolo. L’invito di fatto del Presidente Mattarella a dibattere la questione nella prossima campagna elettorale per evitare ambiguità, potrebbe essere colto da M5s e Lega, che così rispolvererebbero e aggiornerebbero il loro euroscetticismo saldandolo agli altri temi populisti e sdoganarlo definitivamente invocando una plebiscitaria fiducia in bianco. Il tema della sovranità popolare diventerà un tutt’uno col tema della sovranità nazionale e sarà declinato in modo rozzo e non progressivo, se non addirittura fascistoide.

Il peggio reale che ci potrebbe aspettare

I sinceri democratici potrebbero consolarsi pensando che almeno il Presidente Mattarella tenendo testa alle pressioni di M5s e Lega su Savona abbia scongiurato quello che, contratto alla mano, temo sarebbe stato il governo più reazionario della nostra storia repubblicana. Sicuramente per ora è così, ma il risultato finale sarà probabilmente all’opposto quello di aver involontariamente rafforzato la ragione populista e consacrando suo malgrado Di Maio e Salvini a unici difensori della sovranità popolare e democratica. Sarà infatti facile per pentastellati e grillini agitare le masse nei prossimi mesi raccontando loro che non hanno potuto governare per conto di milioni di cittadini perché non lo hanno voluto pochi potenti. Non è difficile immaginare i toni vittimistici misti a pose spaccone di chi annuncia che la pazienza è finita e che bisogna andare in guerra contro i poteri forti senza fare prigionieri. Chiederanno allora più voti per spezzare le resistenze romane e internazionali al “cambiamento”. E verosimilmente riusciranno davvero ad avere più voti di prima con la conseguenza che il governo giallo-verde nella prossima e imminente legislatura si farà con numeri più robusti, si passerà dal 50% al 60% e con un programma più incarognito e populista, quello di chi abbandona ogni cautela e chiama più che alla vittoria, alla rivincita più gradassa. Se poi raggiungessero il 67% potrebbero arrivare a cambiare la Costituzione senza dovere passare dal referendum confermativo.

Conclusioni: anche quando si è senza scelta, c’è sempre una scelta.

La decisione di Mattarella del 27 maggio fu dunque scelta legittima? Probabilmente sì, anche se con motivazioni a mio avviso fragili e potenzialmente rischiose per il futuro.
Fu scelta opportuna? Probabilmente no, perché è stata una scelta che gettando involontariamente benzina sul fuoco potrebbe creare più problemi di quanto ne voleva risolvere. Il paese è una polveriera pronta ad esplodere. In circolazione ci sono dei novelli apprendisti stregoni che evocano forze che non sapranno controllare. Il Presidente della Repubblica e chiunque abbia responsabilità pubbliche dovrebbe lavorare per scongiurare questi rischi ponderando bene le proprie scelte.

La scelta verosimilmente legittima e inopportuna del Presidente Mattarella forse avrà salvato le prerogative della presidenza della Repubblica, ma non la presidenza in sé, la quale ora rischia di trovarsi a essere vista da una parte consistente delle masse popolari non più come una istituzione di garanzia, ma come un luogo sospetto. E l’ultima cosa che ci serve in questo momento di crisi generale è una presidenza dimezzata e azzoppata nel prestigio e quindi compromessa nella sua funzione di istituzione-faro per i cittadini. Un Mattarella screditato agli occhi di un pezzo del paese potrebbe persino rianimare le pulsioni presidenzialiste di chi da sempre vorrebbe liquidare l’istituzione di garanzia che conosciamo riformando la Costituzione in senso autoritario e plebiscitario. E col clima che c’è, col rischio per l’Italia di un’inedita situazione quasi weimeriana, una presidenza della Repubblica debole in una crisi istituzionale isterica proiettata verso una campagna elettorale urlata e scomposta, è un problema che fino al 26 maggio ci eravamo evitati.

Si dirà che il Presidente Mattarella non aveva scelta. Non conosciamo il contesto reale in cui il Presidente si è trovato a operare, per cui è imbarazzante giudicarlo dal proprio comodo cantuccio. Sicuramente il Presidente non era davanti a scelte facili e comode. Tuttavia c’è sempre una scelta. E in questo caso forse sarebbe stato preferibile lasciar comunque salpare la nave del governo Conte con la sua maggioranza risicata, per poi vigilare dal Colle col proprio prestigio intatto e tutta la propria competenza costituzionalista sulla regolarità delle leggi del Parlamento, attendendo infine l’inevitabile naufragio negli atti e nel consenso che tocca a tutti gli avventurieri politici senza arte né parte.

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I sette limiti del nostro dibattito pubblico

La crisi di governo sta mettendo in luce i limiti del dibattito pubblico degli ultimi decenni:
1) i giornali sono quasi tutti uguali e quasi del tutto inutili perché incapaci di fare cronaca e buona opinione: in coro ebete ci lasciano intendere, tra un pettegolezzo e una sciocchezza, che il popolo bue ci sta mettendo nei guai e quanti milioni ci sta costando questo scherzetto;
2) i suddetti giornali sono orientati a ragionare in termini apocalittici su cosa ne sarà del paese col nuovo governo bicolore in politica estera (euro incluso), mentre non hanno niente da dire sui drammatici provvedimenti interni annunciati dal “contratto”;
3) si fanno le pulci al cv di Conte, ma non si accenna al senso generale di quel cv e perché questo presidente “antisistema” lavori abitualmente nelle “fabbriche” del sistema che contano, come la Luiss;
4) sempre grazie ai giornalisti sappiamo che Conte ama le pochette e quale stato aveva su WhatsApp, ma nessuno che ci dica che visione del mondo emerge dai suoi pubblici scritti di diritto privato e commerciale;
5) si può mettere in discussione tutto, purché non cambi nulla;
6) non esistono più né i giornalisti né i politici: non resta che la farsa di una rozza chiacchiera tra presuntuosi senza occhi, senza orecchie e senza coscienza;
7) la storia comunque va avanti e nessuno ha il potere di dirigerla da solo dove preferisce.

Moro e Impastato Colonne d’Ercole della Repubblica

Quarant’anni fa Impastato e Moro non avevano nulla in comune. Tecnicamente erano pure avversari. Neanche da morti furono uguali, il primo subito calunniato come terrorista, il secondo subito santificato dagli amici ipocriti come martire. Però quelle vite terminate lo stesso 9 maggio 1978 sembrano star lì a segnare le Colonne d’Ercole della Repubblica nata dalla resistenza, oltrepassate le quali di progressiva ci fu solo la degenerazione della società politica e di quella civile.
Così, fatti salvo tutti i distinguo e senza voler tagliare la complessità della storia con l’accetta, non mi pare un caso che il quarantennale di quei due omicidi politici cada nel bel mezzo della crisi politica più patetica e reazionaria dal 1922. La matassa è complicata, ma il bandolo è semplice.

FAQ sulle elezioni politiche del 4 marzo 2018 ovvero La crisi del governo Gentiloni for dummies

1) Chi ha vinto le elezioni?
La coalizione Lega-Forza Italia-Fratelli d’Italia-Noi con l’Italia che ha eletto 264 deputati su 630 (41,9%) e 137 senatori su 315 (43,5%).

2) Qual è stato il partito più votato?
Il Movimento 5 Stelle che ha eletto 222 deputati (35,2%) e 111 senatori (35,2%), di cui 2 espulsi.

3) Perché allora non ha vinto il M5S?
La nuova legge elettorale, pur essendo al 63% un sistema proporzionale con sbarramento al 3%, permetteva la creazione di coalizioni per aggiudicarsi, in teoria più facilmente, quanti più seggi possibili nel rimanente 37% a sistema maggioritario. In base dunque allo spirito della legge elettorale, vince lo schieramento che ha saputo eleggere più candidati. Continua a leggere

Era di maggio

Manzoni non capì mai che quel che fu tolto al mondo il 5 maggio 1821 non era niente rispetto a ciò che fu dato il 5 maggio 1818 a chi campa solo di salario: il genio sagace che ci donò gli occhiali per salvarci dall’abbaglio di vivere nel migliore dei mondi possibili guidati da ricchi illuminati che ci vogliono tanto bene e che lavorano per noi, basta che stiamo buoni e facciamo come dicono loro.
Due secoli fa nasceva Prometeo che rubò il fuoco agli dei per insegnarci come dare fuoco all’ingiustizia. E non per gioco o per un sogno, ma per una reale possibilità di futuro.
Si chiamava Karl e amava Jenny, Spartaco e la demistificazione.
Tutto il resto aveva il buon gusto di mandarlo a quel paese.

A scuola non va persa di vista la violenza maggiore

Si è talmente parlato e straparlato tanto della nota “Amaca” del 20 aprile scorso, che non volevo aggiungere anche la mia. Inflazionare il “dibattito del momento” con la mia voce sarebbe come aggiungere un piatto di tortellini alla panna in un banchetto dove ci si è già mangiati 5 primi e il menù prevede ancora 20 portate.
Tuttavia in passato ho scritto delle Amache di Serra anche col prezioso aiuto a distanza del suo autore, cosa di cui ancora gli sono grato, e nel presente credo di conoscere un filino la scuola, tanto che l’argomento dell’Amaca del 20 aprile l’avevo discusso alla buona con tre amici insegnanti solo il giorno prima. Quindi, volendo, a rigore, non sono io che mi aggiungo al dibattito, è Serra che si è aggiunto al mio!

Il problema di quell’Amaca è che ha visto polarizzare il grosso del dibattito intorno al punto di vista di Serra, il quale da tempo non coicide più con quello della parte più avanzata della classe dei lavoratori, ma con quello borghese. E la borghesia notoriamente non ha mai capito o non ha mai voluto capire granché del fenomeno della violenza nella scuola. E dico fenomeno perché qui davvero si ragiona sull’apparenza delle cose, mai sulla sostanza.
Sostiene Serra che: 1) esiste una verità indicibile: c’è più violenza nei tecnici e nei professionali che nei licei; 2) che ciò accade perché ancora nei licei vanno di solito i figli della borghesia e negli altri istituti il resto del mondo; 3) che la buona educazione è “direttamente proporzionale” all’altezza della piramide sociale di provenienza; 4) che il “popolo” è violento perché sa di essere debole e impreparato davanti alla borghesia; 5) che il populismo è una operazione consolatoria che incentiva il popolo a disprezzare con orgoglio le regole.
Non mi interessa smontare queste 5 tesi, vuoi perché sono “solo” parzialmente errate, vuoi perché Serra stesso le ha smentite il giorno dopo adducendo come scusa di essere stato frainteso perché si era dovuto esprimere in 1500 battute (formato del quale però è un professionista quotidiano dal 1992 che dunque mi pare difficile lo possa mettere in difficoltà).
Mi preme di più notare come sia comodo per Serra ricordare che l’Italia è ancora un paese diviso in classi, che c’è un alto e un basso e poi di fatto biasimare la classe bassa senza minimamente accennare alle colpe della classe alta. La colpa della classe dominata, è spiegato bene nella replica del 21 aprile condita ruffianamente con riferimenti a Engels, don Milani e Di Vittorio, è quella di non sapere più contestare alla classe dominante ciò che dovrebbe pretendere, come un’ottima istruzione. Il che è vero, ma un discorso così è gravemente monco perché non accenna a cosa ha fatto la classe dominante negli ultimi decenni per ridurre la classe dominata a massa ribelle relativamente innocua. Alla fine a leggere Serra la colpa è sempre di Berlusconi Grande Corruttore e da un po’ anche dei populisti che vanno in giro a spiegare che il popolo nasce e vive perfetto e che quindi devono lavorare per salvaguardare la propria purezza. È chiaro che Berlusconi ha avuto un ruolo importante dal 1980 in poi, è chiaro che il populismo è un discorso reazionario che non fa mai gli interessi del popolo, ma vogliamo dire – pur nello spazio angusto di un articolo di quotidiano che per giunta è l’orrenda Repubblica – che c’è una classe dominante che oltre a mandare i propri figli (non sempre bravi) al liceo classico, scientifico quando non al collegio svizzero, ha delle responsabilità di violenza maggiore sula classe dominata?

Diceva Paulo Freire nel 1984: «Un giudizio ingenuo comincerebbe dicendo: “Vedi come la massa è incolta, come la massa popolare è deparavata e ignorante”. Il che rafforzerebbe semplicemente la concezione ideologica dei poveri – oppressi ed emarginati dalle classi dominanti -, degli abitanti delle favelas, ecc., che sarebbero necessariamente delinquenti. Questo è il profilo degli emarginati, tratteggiato dai gruppi dominanti. Ovviamente, questa non è la nostra posizione; quando ci preoccupiamo di localizzare socialmente la maggiore incidenza della violenza contro le scuole, è per richiamare l’attenzione sul fatto che, in un certo senso, essa è una risposta ad una violenza maggiore che è esercitata contro quelle popolazioni».
E a questo Moacir Gadotti aggiungeva: «È necessario non perdere di vista la violenza maggiore, la violenza dello sfruttamento del lavoro. Questa è l’origine, se noi lo dimentichiamo, non riusciremo a superare il problema».
Non credo ci sia altro da aggiungere.

Le perplessità del buon Lupo

I complotti esistono, ma non giustificano i complottismi, i quali sono spesso portati avanti con astratto furore da menti che nel giusto sforzo di vederci meglio, deformano il reale affinché coincida con la loro fantasia, in genere tesa a spiegare la complessità di una triste realtà con un facile capro espiatorio o con un giorno X maledetto.
La cosiddetta trattativa Stato-Cosa nostra eccita gli animi della peggiore antimafia, ma non regge davanti al tribunale della ragione: o la trattativa non c’è stata, e allora non si capisce di cosa si sta parlando, o la trattativa c’è stata per il bene della collettività e ha visto vincere lo Stato e dunque dovremmo dire grazie all’Arma.
Anche dal punto di vista etico parole d’ordine come “con la mafia non si tratta mai!” sono risibili. In certi contesti e a certe condizioni non trattare è intollerabile: forse che qualcuno si indigna quando vediamo lo Stato trattare con un ladro, un terrorista o un folle barricato armato in un ufficio che prende in ostaggio una manciata di persone?

Condivido quindi le riflessioni del prof. Salvatore Lupo.

Politiche 2018. Popolarità su Facebook delle 31 liste elettorali presenti in Italia (Aosta esclusa)

Ecco una banale statistica sulla popolarità delle 31 sigle elettorali che compariranno nelle schede elettorali in giro per l’Italia. Semplici like che dicono poco e niente su cosa accadrà il 4 marzo, ma conoscerli non fa male.

  1. Movimento 5 Stelle 1.164.159
  2. Lega Salvini Premier 367.729
  3. CasaPound Italia 246.031
  4. Partito Democratico 237.473
  5. Forza Italia 174.665
  6. Fratelli d’Italia 159.973
  7. 10 Volte Meglio 124.725
  8. Potere al Popolo! 61.478
  9. +Europa 52.086
  10. Liberi e Uguali 41.472
  11. Il Popolo della Famiglia 35.820
  12. Partito Comunista 34.117
  13. Rinascimento-MIR 15.474+3.818=19.292
  14. Italia Europa Insieme 14.615
  15. Per Una Sinistra Rivoluzionaria (PCL+SCR) 9.944+4.286=14.230
  16. Partito Valore Umano 8.561
  17. Progetto AutodetermiNatzione 8.278
  18. Partito Repubblicano Italiano – Alleanza Liberalpopolare-Autonomie 2.490+5.753=8.243
  19. Südtiroler Volkspartei-Partito Autonomista Trentino Tirolese 4.839+2.976=7.815
  20. Movimento Italia nel Cuore 6.421
  21. SìAmo 5.671
  22. Noi con l’Italia-UdC 4.194+1.388=5.582
  23. Civica Popolare 5.500
  24. Lista del Popolo per la Costituzione 3.798
  25. Italia agli Italiani 3.300
  26. Confederazione Grande Nord 2.302
  27. Movimento per le Destre Unite-Movimento Politico Forconi 2.258
  28. Patto per l’Autonomia 1.453
  29. Stato Moderno Solidale 252
  30. Blocco Nazionale per le Libertà 209
  31. Associazione Democrazia Cristiana ?

 

 

Politiche 2018. Le 41 liste al voto

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Alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 si presentano:

  • 41 liste, di cui 6 solo all’estero.

Solo 9 liste hanno deciso di collegarsi in due coalizioni:

Secondo la nuova Legge n. 165 del 3/11/2017 (cd. Rosatellum bis) e il relativo Decreto Legislativo n. 189 del 12/12/2017, il territorio nazionale è diviso per la Camera dei Deputati in 231 collegi uninominali raggruppati 63 collegi plurinominali, mentre per il Senato la divisione è di 115 collegi uninominali raggruppati in 33 collegi plurinominali. A questi va aggiunto il collegio uninominale della Valle d’Aosta, uno ciascuno per Camera e Senato.
Dunque alla Camera 386 deputati saranno eletti nei collegi plurinominali, 232 negli uninominali e 12 all’Estero. Al Senato 193 senatori saranno eletti nei collegi plurinominali, 116 negli uninominali e 6 all’Estero.
L’assegnazione dei seggi in Italia avviene nel plurinominale con un proporzionale con sbarramento nazionale di lista al 3% e senza preferenze, mentre nell’uninominale con un maggioritario a turno unico. Il riparto però alla Camera è su base nazionale, mentre al Senato e su base regionale. In ogni caso si può votare un’unica lista comune a uninominale e plurinominale. Non è previsto quindi il voto disgiunto.
All’estero si applica un proporzionale puro con preferenze.

Delle 35 liste per le circoscrizioni nazionali:

Alla Camera sono presenti in Italia oltre alle 11 liste nazionali anche (in ordine per diffusione decrescente nei collegi plurinominali):

  • CasaPound Italia (in tutti i 63 collegi plurinominali)
  • Il Popolo della Famiglia (62/63: non presente in Molise)
  • Italia agli Italiani (45/63: non presente in Basilicata, Liguria, Lombardia 1-02, Lombardia 1-04, Lombardia 2-01, Lombardia 4-02, Marche, Piemonte 1-01, Piemonte 1-02, Puglia 1, Sardegna, Toscana 3, Trentino-Alto Adige, Veneto 1-01, Veneto 1-02).
  • Partito Comunista (38/63: non presente in Campania 1-01, Campania 1-02, Campania 1-03, Emilia Romagna 2, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte 2-01, Piemonte 2-02, Puglia 4, Sicilia 1-03, Trentino-Alto Adige, Veneto)
  • Partito Valore Umano (32/63: non presente in Campania 1-01, Campania 1-02, Campania 1-03, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Puglia 1, Sicilia 1-01, Sicilia 1-02, Sicilia 1-03, Toscana, Veneto 2-03)
  • SCRPCL Per una Sinistra Rivoluzionaria (30/63: presente in Basilicata, Calabria, Campania 1-01, Campania 1-02, Campania 1-03, Campania 2-02, Campania 2-03, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia 1-01, Lombardia 1-02, Lombardia 1-03, Lombardia 2-01, Lombardia 2-02, Lombardia 4-01, Lombardia 4-02, Toscana 2, Toscana 3, Toscana 4)
  • 10 Volte Meglio (28/63: presente in Abruzzo, Basilicata, Campania 2-01, Campania 2-03, Friuli Venezia Giulia, Lazio 1-01, Lazio 1-02, Liguria, Lombardia 1-01, Lombardia 1-02, Lombardia 1-03, Lombardia 1-04, Lombardia 2-01, Lombardia 2-02, Lombardia 3-01, Lombardia 4-01, Puglia, Umbria, Veneto)
  • Partito Repubblicano ItalianoAlleanza Liberalpopolare-Autonomie (28/63: presente in Campania 1-02, Campania 1-03, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Molise, Puglia 1, Puglia 2, Puglia 3, Umbria, Veneto)
  • Lista del Popolo per la Costituzione (18/63: presente in Basilicata, Calabria, Campania 2-01, Campania 2-02, Friuli Venezia Giulia, Lazio 1-01, Lazio 1-02, Lazio 2-01, Lazio 2-02, Marche, Sicilia)
  • Confederazione Grande Nord (9/63: presente in Lombardia 2-01, Lombardia 2-02, Lombardia 3-01, Lombardia 3-02, Veneto)
  • Blocco Nazionale per le Libertà (8/63: presente in Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lazio 1-01, Lazio 1-02, Lazio 1-03, Lombardia 2-01, Lombardia 2-02, Molise)
  • Progetto AutodetermiNatzione (2/63: presente in Sardegna)
  • Movimento Italia nel Cuore (1/63: presente in Lombardia 3-01)
  • Patto per l’Autonomia (1/63: presente in Friuli Venezia Giulia)
  • RinascimentoModerati in Rivoluzione (1/63: presente in Friuli Venezia Giulia)
  • SìAmo (1/63: presente in Friuli Venezia Giulia)
  • Südtiroler Volkspartei-Partito Autonomista Trentino Tirolese (1/63: presente in Trentino Alto Adige).

Al Senato sono presenti in Italia anche (in ordine per diffusione decrescente nei collegi uninominali):

  • CasaPound Italia (114/115: non presente nel collegio di Trento)
  • Il Popolo della Famiglia (114/115: non presente in Molise)
  • Italia agli Italiani (99/115: non presente in Basilicata, Liguria, Molise, Sardegna, Trentino Alto Adige e nei collegi di Cologno Monzese e Lecce)
  • Partito Repubblicano Italiano – Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (83/115: non presente in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Marche, Sardegna, Toscana, Trentino Alto Adige)
  • SCR-PCL Per una Sinistra Rivoluzionaria (72/115: non presente in Abruzzo, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Trentino Alto Adige, Umbria e nei collegi di Bergamo, Treviglio, Brescia e Lumezzane)
  • Partito Comunista (67/115: non presente in Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Sicilia, Trentino Alto Adige, Veneto e nei collegi campani 4, 6, 7 e 8 di Giugliano, Casoria e Napoli)
  • Partito Valore Umano (54/115: presente in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Molise, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Umbria, Veneto)
  • Lista del Popolo per la Costituzione (35/115: presente in Basilicata, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, Puglia, Sicilia eccetto Palermo Resuttana-San Lorenzo)
  • Confederazione Grande Nord (17/115: presente in Piemonte e Veneto)
  • Movimento per le Destre Unite-Movimento Politico Forconi (12/115: presente in Calabria e Emilia Romagna)
  • Associazione Democrazia Cristiana (10/115: presente in Lazio)
  • Südtiroler Volkspartei-Partito Autonomista Trentino Tirolese (6/115: presente in Trentino Alto Adige)
  • Progetto AutodetermiNatzione (3/115: presente in Sardegna)
  • Patto per l’Autonomia (2/115: presente in Friuli Venezia Giulia)
  • SìAmo (2/115: presente in Friuli Venezia Giulia)
  • Rinascimento-Moderati in Rivoluzione (1/115: presente nel collegio di Udine)
  • Stato Moderno Solidale (1/115: presente in Basilicata)

In Valle d’Aosta sono presenti con proprie liste alla Camera e al Senato anche Casapound Italia, Lega Salvini Premier, Movimento 5 Stelle, Partito Valore Umano e Potere al Popolo!

Nelle 4 circoscrizioni all’estero ci sono Civica Popolare, Liberi e Uguali, Movimento 5 Stelle, Noi con l’Italia-UdC (solo Europa), Partito Democratico, PRI-ALA (solo alla Camera, solo in Europa e America Centro-Nord), +Europa (assente in America Meridionale al Senato). A queste vanno aggiunte altre 6 liste presenti solo per gli italiani nel mondo: Free Flights to Italy (solo Camera, solo in America Centro-Nord), Lega Salvini Premier-Forza Italia-Fratelli d’Italia, Movimento Associativo Italiani all’Estero (solo nelle Americhe), Movimento delle Libertà (solo in Europa), Unione Tricolore America Latina (solo alla Camera, solo in America Meridionale), Unione Sudamericana Emigrati Italiani (solo in America Meridionale).

Questa di Dori Ghezzi è la storia vera…

La miniserie “Fabrizio De André principe libero” ha ingiustamente deluso tanti per un banale equivoco. Molti avevano capito che si trattava di un film biografico su De André, invece era un film su come Dori Ghezzi ha trovato marito.
Diviso in due parti, nella prima viene narrato perché De André non riusciva a legare con Dori Ghezzi: si guardano, si incontrano, si perdono, si reincontrano, il tutto sotto lo sguardo complice di Cristiano Malgioglio, all’epoca complice dama di compagnia di Dori. L’amore vero è come la vita: non segue rette vie, ma quelle tortuose del caso e del contesto. Così nel frattempo Fabrizio passa il tempo o tra le gambe di sfatte prostitute o a bere e fumare. Ogni tanto incide qualche disco. Il resto del tempo lo spreca a dirigere una scuola privata di papà, ad accompagnare l’amico Paolo Villaggio, noto pagliaccio obeso genovese, nei teatrini di città, a sbronzarsi con personaggi tenebrosi e futuri suicidi come Tenco e Mannerini. Fabrizio come un povero Dante perso nella selva oscura del peccato in attesa di essere salvato da Beatrice-Dori. Ma l’ateo Fabrizio dimostra nel film che fin dalla tenera età è l’unico a capire le lezioni di religione del suo prete, quindi in fondo ha in sé le giustificazioni per poter ottenere la grazia divina.
Nella seconda parte troviamo Fabrizio e Dori finalmente uniti, seppur tra mille difficoltà imprevedibili: la casa, i figli, il lavoro, l’ex di lui, il suocero, il cognato, le mucche, le bollette, Fernanda Pivano che li va a trovare. Non è facile stare vicino a un principe libero, interpretato frettolosamente dal bravo Luca Marinelli con quel velo di romanità che è un evidente omaggio a Er Principe di “Bianco, Rosso e Verdone”, da qui il titolo del film (davero!).
Non è facile per Dori star vicino al suo amore soprattutto quando in una notte di fine estate ti sequestrano. In quella tragica esperienza si nota bene nel film come Dori patisca più di Fabrizio. Ma l’amore trionfa e anni dopo Fabrizio, ormai ripulito da ogni vizio e riconciliato col mondo, fa l’unica cosa che conta davvero nella sua vita: chiede a Dori di sposarlo. Lei entusiasta e commossa accetta e su una cascata di riso cala il sipario. Anzi no. Alla fine vediamo gli attori del film accalcarsi in un teatro per ascoltare il vero Fabrizio De André dal vivo che canta Bocca di rosa, perché dopo tanta fatica il cast si merita pure di distrarsi ascoltando una canzone del marito di Dori.
Anche se nessuno se ne è accorto, il film aveva pure un regista. Si chiama Luca Facchini, ha fatto un episodio de “La squadra” nel 2008 e soprattutto un documentario su Fernanda Pivano nel 2001 e tanto sarà bastato per renderlo perfetto per il ruolo di fictionaro gradito alla Fondazione Fabrizio De André ONLUS presieduta da Dori Ghezzi.
I protagonisti, Luca Marinelli e Valentina Bellé, sono stati presi dall’ultimo film di Paolo Taviani, “Una questione privata”. E coerentemente hanno trattato la storia di Dori e Fabrizio come una questione privata. Però stavolta privata di tutto, persino della recitazione. Ma che volete che sia davanti al trionfo dell’Amore sulla prima serata di Rai1 il giorno di San Valentino?