In Sicilia anche il cittadino più distratto e poco informato si sarà ormai accorto che le pompe di benzina non sono a secco per puro caso. Semplicemente una serie di blocchi stradali ben congeniati hanno impedito i rifornimenti periodici. È la protesta di Forza d’Urto, sigla nata pochi giorni fa per unificare il Movimento dei Forconi con l’AIAS e altre sigle minori. C’è da giorni un gran indagare sui chi è e sul perché di una protesta che, partita in sordina, è ormai oggetto di cronaca di tutti i media nazionali.
Proviamo a mettere in ordine quel che fin qui è noto, senza perderci in dietrologia spicciola.

Abbiamo quindi questa Forza d’Urto, il cui sito ufficiale (forzadurto.org) è intestato a Giuseppe Richichi da Librino, noto presidente dell’AIAS (Associazione Imprese Autotrasportatori Siciliani). L’AIAS è un consorzio creato da un gruppo di camionisti il 19 settembre 2000 nei locali del Motel Gelso Bianco i quali, stanchi di affidarsi ai soliti sindacati, avevano deciso di fare da sé mettendo in atto dieci giorni dopo una protesta di una settimana fatta di blocchi stradali e richieste di defiscalizzazione del gasolio e di maggiori controlli sulle strade per combattere l’abusivismo nel settore trasporti. Quel giorno al Gelso Bianco c’era pure l’allora ex diniano deputato ARS di Rinnovamento Siciliano e assessore regionale ai Trasporti, Domenico Rotella. Questi riuscirà pure a far incontrare i rappresentanti dell’AIAS col governo Amato nella persona del ministro dell’Industria Pierluigi Bersani, il quale oltretutto era pronto a concessioni significative. Ma la resistenza di Richichi pare fece saltare tutto, compresa la vicinanza di Rotella. Si spezza pure l’AIAS il 21 ottobre quando il segretario (più moderato del presidente) Luigi Cozza se ne va con altri 1820 associati fondando l’AssIOTraT (Associazione Italiana Operatori Trasporto e Turismo). Davanti alla minaccia di nuovi blocchi da parte dell’AIAS, Bersani e ARS offrono miliaridi di lire: il primo fa inserire un centinaio di miliardi nella finanziaria per l’ammodernamento del parco macchine, mentre Palazzo d’Orleans scrive un emendamento di una quarantina di miliardi per ridurre pedaggi autostradali, costi per i traghetti e per i trasporti in nave. Da allora solo una sierie di scioperi minacciati e puntualmente revocati. Fino all’ottobre 2005, quando l’AIAS coi suoi 800 iscritti riesce nuovamente a paralizzare la Sicilia impedendo ai mezzi pesanti per cinque giorni di entrare o uscire dall’isola. Pare che i camionisti volessero il gasolio a mezzo euro.

L’altra grande compontende di Forza d’Urto è quella degli imprenditori agricoli del Movimento dei Forconi di Mariano Ferro da Avola, Martino Morsello da Marsala e Giuseppe Scarlata da San Cataldo. Tre persone con tre storie abbastanza diverse.
Non so se questo Ferro sia lo stesso che nel 1997 si candidò sindaco di Avola per il Polo delle Libertà perdendo contro l’ulivista Gaetano Cangemi, di certo il leader del “Forconi” sul suo profilo Facebook si dichiara antifascista e nel giugno 2011 è intervenuto all’assemblea regionale dell’MPA.
Martino Morsello pare invece sia stato assessore all’Agricoltura nella sua Marsala dal 1980 al 1993. Nel 2008 si candida deputato regionale per Raffaele Lombardo presidente con la lista Democratici Autonomisti. Nell’aprile 2011 ritroviamo Morsello delegato al congresso regionale di fondazione del Movimento di Responsabilità Nazionale di Domenico Scilipoti. Come segretario regionale di Altragricoltura Sicilia lo scorso 28 maggio è stato relatore di un convegno sull’usura bancaria presieduto dal segretario provinciale di Forza Nuova di Terni. Del resto a Forza Nuova aderisce la figlia Antonella. Sempre a Morsello dallo scorso agosto appartiene il dominio movimentodeiforconi.it. Giusto un mese fa, 10 dicembre, Morsello è intervenuto al congresso nazionale di Forza Nuova a nome dei Forconi dichiarando che occorre fare la «rivoluzione» e che per questo guarda con interesse al partito di Fiore, precisando che «noi non partecipiamo ai convegni di altri partiti perché sono quei partiti tutti messi assieme (…) per spartirsi il “porco”».
Giuseppe Scarlata pare invece di simpatie democristiane.
I Forconi nascono ufficialmente ad Avola il 20 maggio 2011 per unire il Movimento Pastori Sardi con gli agricoltori siciliani. Quel giorno all’assemblea costitutiva partecipa Saverio Romano, leader dei Pid e da neanche due mesi ministro dell’Agricoltura, il quale tuttavia non sembra essere mai stato in grado di istaurare un reale dialogo coi Forconi siculi.
Da maggio a oggi ci sono stati diverse manifestazioni pacifiche dei Forconi e passate sotto silenzio nei centri delle principali città siciliane. Di quella di Catania del 15 dicembre Forza Nuova etnea ha pubblicato un video che testimonia il proprio fiancheggiamento.
La «Guerra Totale al Sistema» proclamata lo scorso settembre ha quindi raggiunto l’apice con i blocchi del 16-20 gennaio 2012. La protesta è partita in sordina sui media, ma non nel web, dove il profilo Facebook del Movimento dei Forconiè passato rapidamente da 5mila a quasi 39mila “Mi piace”.Quello che colpisce è che Forza d’Urto non sembra voler protestare in chiave nazionale, ma esclusivamente regionale. Così la protesta si presenta nei simboli delle associazioni, come nei post in rete come inni alla sicilianità secolarmente oppressa di sapore molto antico.
Scriveva il Partito Comunista d’Italia nelle sue Tesi per il lavoro contadino nel Mezzogiorno del 1926 che «il sicilianismo nel suo significato più stretto è la difesa del feudalesimo isolano contro la invadenza del capitalismo, la difesa dello “statu quo”, della tradizione. Il sicilianismo ritiene che nel processo della unificazione politica italiana esso si trova nelle condizioni di un alleato che può in qualunque momento spezzare questa alleanza qualora diventi dannosa e lo metta in pericolo». Vent’anni dopo queste parole trovavano nuove conferme nel Movimento Indipendentista Siciliano, nelle prodezze di Giuliano e nelle manovre occulte che portarono al sangue di Portella della Ginestra. E ancora nel 1993 quando la mafia si trovava in gradi difficoltà interne e davanti a una prima Repubblica alla bancarotta, accarezzò per mesi l’idea di scendere in politica con movimenti sicilianisti inneggianti alla “libertà” come Sicilia Libera.
Si comprende quindi la ratio delle dichiarazioni a La Stampa del presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, che ha parlato di «professionisti della protesta» con «evidenti strumentalizzazioni politiche di demagoghi in servizio permanente effettivo», e per giunta col rischio che in «alcune frange dell’iniziativa ci siano realtà criminali organizzate che mirano a far saltare tutto».
Il movimento Forza d’Urto ribattezzato, significativamente, dei «nuovi Vespri siciliani» avrà sicuramente dalla sua anche delle buone ragioni e certo in queste ore vede manifestare diversi lavoratori onesti. La crisi è reale, il disagio di tanti autentico, la voglia di rivoluzione sempre più diffusa, e non da ieri. Ma vista l’eterogeneità, le parole d’ordine e certi fiancheggiatori, il dubbio agghiacciate è che forse siamo davanti a un movimento con finalità ultime reazionarie.
Qui egemone non sembra l’anticapitalismo progressista, ma quello reazionario che anima tutti i gruppi di estrema destra nel mondo, quelli che sognano il mondo diviso in tante piccole patrie che si guardano in cagnesco l’uno con l’altro. Del resto sono molte le sigle dell’estrema destra che solidarizzano coi manifestanti siciliani. Sostegno anche dalla poco nota AlbaMediterranea, un’associazione nata lo scorso 10 luglio a Formello che dice di rifarsi al partito di Hugo Chavez e costituita da personalità che a novembre hanno partecipato a un convegno di storia ed economia tra i cui relatori spiccavano Roberto Fiore e Adriano Tilgher, il fondatore del Fronte sociale Nazionale confluito ne La Destra di Francesco Storace. Ebbene sul canale YouTube di AlbaMediterranea ci sono dei video sulla protesta che caricati fin dal 15 gennaio (un appello con tanto di immancabile forcone, del quale «si prega massima diffusione»).
E tuttavia il movimento riscuote consensi anche fra i meno politicizzati. Sono consensi spesso confusi, impastati di qualunquismo e di sterile ribellismo, che trovano sponda persino in Francesco Facchinetti (e relativa compagna Marcuzzi) fin dal 17 gennaio per i microfoni napoletani dell’emittente nazionale Radio KissKiss. Meglio glissare sullo Zamparini già noto per aver recentemente fondato il Movimento per la Gente.
Si dice che la storia d’Italia sia sempre stata fatta in Sicilia. C’è molto di vero. Occorre quindi evitare nuove delusioni nelle masse orientandole verso obiettivi di vera liberazione, per evitare che dai forconi dei contadini passino a quelli dei forcaioli.

Niente autorizza a pensare che l’esperienza politica di Silvio Berlusconi sia finita, ma i fatti dell’8 novembre sono letti dai più alla stregua di quello che fu il 25 luglio 1943 per Benito Mussolini o il 6 aprile 1992 per il CAF. Punti di non ritorno oltre le quali ai protagonisti della ribalta non resta che rassegnarsi alle quinte. Chi si illude del contrario finisce per pagare con la morte. In entrambi i casi la fine per chi la vive è un qualcosa di imprevisto, non calcolato e per questo più amaro. Mentre per i più lucidi che ne stanno fuori certe cose non solo non stupiscono (tutte le cose umane hanno un inizio e una fine), ma vengono presagite con la stessa naturalezza di uno sportivo che sa che ogni volta che lancia una palla in aria questa tornerà per terra.
In giro per i media di tutto il mondo c’è grande affanno a pubblicare e trasmettere dei coccodrilli su Berlusconi politico italiano (1993-2011) e non proprio coi toni commossi e ammirati dedicati qualche settimana prima a Steve Jobs. Domina ora la soddisfazione, ora la pietas per un uomo sconfitto in primo luogo da se stesso. Su tutti il dubbio non detto e destinato a rimanere oggetto di controversia su come un personaggio così italiano abbia influito così tanto sull’Italia del dopo Moro tanto rapidamente quanto stabilmente.

Ci sarà tempo e col tempo ci saranno anche i documenti e la serenità necessaria per dare le risposte dovute. Chi scrive però vuole ricordare come tutto ebbe inizio.
La mitologia berlusconiana preferisce far partire il proprio evo quasi ventennale da quella videocassetta del 26 gennaio 1994, ma forse nessuno ricorda che lo scoop spetta alla giornalista Valeria Sacchi – nientemeno che la zia materna di Giovanna Mezzogiorno – la quale nell’edizione de La Stampa del 26 luglio 1993 nelle sue consuete pagine economiche annotò in taglio basso che «Silvio Berlusconi ha un nuovo traguardo: fondare un partito politico». Corriere e Repubblica avrebbero dato la stessa notizia solo due giorni dopo spingendo il cavaliere nero di Arcore a dare la prima di una lunga serie di smentite inverosimili. Oggi sappiamo che già il 29 giugno precedente alcuni uomini vicini a Berlusconi come Dell’Utri e Previti aveva costituito Forza Italia! Associazione per il buon governo, quindi la Sacchi era stata informata bene.
Possiamo immaginare l’Italia del 26 luglio in crisi politica ed economica che si distende al mare distratta, al più presa a ragionar di politica parlando ancora di Dc e Psi, di repubblicani e comunisti e di quella cosa nuova che era il Pds di Occhetto e D’Alema. Il 27 e 28 luglio le bombe mafiose a Milano e Roma avrebbero traumaticamente messo all’ordine del giorno ben altre inquietudini e paure. Del partito Fininvest si sarebbe ricominciato a parlare più ampiamente in autunno, ma intanto 9 mesi prima della nascita del primo governo Berlusconi, la notizia che nulla sarebbe stato più come prima era solo la curiosità economica estiva di un quotidiano torinese. Chissà che già da mesi qualcuno non abbia già scritto in un trafiletto il nostro futuro prossimo. Chissà che i calcoli e i desideri di Pd e Udc, di Pdl e Lega non siano già vecchi e nessuno lo sa ancora. La caduta di Berlusconi dà a tutti il brivido delle vertigini perché in definitiva, per dirla alla De Gregori, «la storia dà i brividi perché nessuno la può fermare». E pochi la sanno cogliere nel suo sviluppo reale.

Spesso il dibattito politico italiano ha l’abitudine di deviare su problematiche di secondo-terzo piano. All’opinione pubblica si cerca di far capire che invece si tratta di questioni di vitale importanza che se risolte sarebbero foriere di risvolti più che positivi.
Quando dunque la politica vuole distrarsi o distarci, sposta l’attenzione sulla legge elettorale. In genere funziona così: la legge elettorale in vigore siccome fa schifo crea una politica schifosa; mentre la legge elettorale futura è il sol dell’avvenire. In certi casi ciò corrisponde al vero, ma in verità molto di rado. In genere la legge elettorale ha poche o nessuna colpa sull’andazzo della vita politica, mentre spesso o sempre è colpa degli eletti.
Di colpo mentre le borse bruciavano miliardi e Berlusconi non sapeva che pesci pigliare, si è rianimato il dibattito sul che fare del cosiddettoporcellum, la legge elettorale che da quando è entrata in vigore nel dicembre 2005 non ha mai goduto di grande sostegno.  Il meccanismo ideato in effetti è cervellotico e truffaldino in più aspetti e può dare esiti diversi a seconda di come le forze politiche si coalizzano o meno.
Visto comunque che l’impianto formalmente proporzionale non era comunque malvagio, il 10 giugno 2011 Stefano Passigli e altri hanno proposto 3 referendum per rendere il porcellum una legge elettorale democraticamente accettabile abrogando il premio di maggioranza, le liste bloccate e l’indicazione del capo del partito o della coalizione, e prevedendo un unico sbarramento del 4%.
Non l’avessero mai fatto! Il comitato promotore è stato attaccato da più parti fino a quando il 4 luglio Arturo Parisi e Walter Veltroni gli hanno contrapposto altre due proposte di referendum per tornare alla precedente legge elettorale maggioritaria del 1993.
Il 7 luglio Bersani decide di ricompattare il Pd proponendo a entrambi i comitati di smettere di raccogliere le firme e lavorare a una riforma elettorale per via parlamentare. Passigli accetta la tregua, gli altri invece tirano dritto e conquistano dalla loro parte anche Di Pietro, Vendola e Segni e tutti insieme ad oggi hanno già raccolto oltre 400mila firme di cittadini che in buona parte sono convinti che tornando alla legge elettorale del 1993, i cittadini torneranno ad avere un parlamento più democratico con parlamentari non cooptati ma scelti liberamente a giudizio dell’elettore. Niente di più falso, visto che il maggioritario rappresenta solo il più forte da scegliere in liste che non permettono di esprimere alcuna preferenza. Così si propone di sostituire una porcata con una merdata. Tornando al 1993 e alla legge elettorale che ha creato la Seconda Repubblica, si ripropone un sistema elettorale ottocentesco, da italietta liberale, quando in Parlamento facevano il bello e cattivo tempo nobili di ogni sorta.
Quel che più stupisce non è certo la presenza di un antidemocratico storico come Mariotto Segni, quanto la presenza di alfieri del progresso come Di Pietro e soprattutto Vendola. Passi Di Pietro la cui formazione politica è di estrazione moderata, ma Vendola è addirittura in contraddizione col suo passato di deputato, quando con tutta Rifondazione Comunista non votò mai a favore del maggioritario.
È evidente che ancora una volta è prevalsa l’idea non di spingere per una legge elettorale che  garantisca al meglio tutti, destra e sinistra, piccoli e grandi partiti, ma quella che ci si illude farebbe più comodo, fosse pure per una sola e breve stagione politica.
La politica fatta di tornaconto spicciolo segna dunque un altro punto a proprio favore e mi spinge con la memoria fino alla primavera del 1979, quando Enrico Berlinguer, segretario generale di un Pci al 30%, bocciò con forza l’idea democristiana (sostenuta già allora da Segni) dell’introduzione del maggioritario a favore della conservazione del proporzionale addirittura senza sbarramenti. La questione per il Pci non era né tecnica né burocratica, né tanto meno di convenienza, ma di principio. Qualunque proposta diversa dal proporzionale puro, avrebbe consegnato un Parlamento meno democratico, anche se un Pci del 30% avrebbe avuto tutto l’interesse a scrivere una riforma elettorale che premiando di fatto i primi due partiti del paese, avrebbe consegnato più eletti e forse addirittura la maggioranza ai comunisti.
Propongo di seguito quindi il ragionamento lineare e da sincero democratico che fece allora Berlinguer ai lettori de l’Unità che segna una distanza siderale dall’attuale sinistra per il maggioritario incarnata da Idv, Sel e buona parte del Pd (Prodi e Veltroni in testa) e, almeno stavolta, non dallaFederazione della Sinistra, la quale ancora adesso invita a non firmare per i referendum pro maggioritario.

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l’Unità, 22/4/1979

Dell’on. Piccoli e della ingovernabilità

di Enrico Berlinguer

Forse l’opinione pubblica non si è ancora resa pienamente conto del significato di alcune proposte di modifica della legge elettorale, che sono state avventurosamente lanciate da certi esponenti democristiani e sulle quali vanno ricamando anche giornalisti e « politologi » di orientamento laico e socialista.
La più grave di queste proposte è venuta non da un uomo politico di secondo piano ma addirittura dal presidente della DC, on. Piccoli. Secondo questa proposta il partito che abbia conquistato la maggioranza relativa dei voti (ed è ovvio che la DC pensi a sa stessa) godrebbe di un premio di maggioranza talmente grosso da prendersi la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. A questo modo la DC considera che le sarebbe possibile garantirsi la certezza di farsi i governi e le leggi che più le piacciono, di fare le nomine che più le aggradano, e persino i presidenti della Repubblica che le fanno comodo, giacché gli altri partiti, anche se coalizzati tutti insieme, resterebbero sempre in minoranza in qualsìasi votazione delle Camere, dove la DC, da sola, avrebbe la maggioranza assoluta. Siamo dunque di fronte a una proposta che è persino più abnorme di quella della legge truffa del 1953 (giacché questa prevedeva un premio di maggioranza a una coalizione di partiti che avessero superato il 50% dei voti) e che rassomiglia molto alla famigerata legge Acerbo, con la quale, nel 1924, i fascisti e i nazionalisti, pur non avendo la maggioranza assoluta dei voti, si attribuirono la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Deputati.

Un principio una garanzia

Se dovesse affermarsi la riforma del sistema elettorale proposta dall’onorevole Piccoli si colpirebbe quel principio della proporzionale il quale — frutto di decenni di lotte del movimento operaio socialista e comunista e dello stesso movimento popolare cattolico — costituisce una delle garanzie fondamentali della pluralità dei partiti e della loro pari dignità. Il Parlamento non sarebbe più il riflesso di un Paese, quale è l’Italia, dove la storia ha fatto nascere e vivere, e ha dato un insostituibile ruolo, a correnti culturali e politiche diverse, a forze di ispirazione ideale differente, ciascuna delle quali non può e non deve essere cancellata dalla rappresentanza politica, della nazione, ma ha diritto non solo di esprimersi liberamente, ma di contare per quel che è.
Ecco perché noi comunisti gettiamo l’allarme a tutti i democratici e avvertiamo gli elettori: state attenti a non incoraggiare, con il vostro voto, una DC il cui presidente annuncia propositi così pericolosi per il libero dispiegarsi della dialettica democratica.
Circola poi una seconda proposta, che noi giudichiamo egualmente Inaccettabile. Essa consiste nel fissare la percentuale minima di voti che un partito deve raccogliere — poniamo il 4% o il 5% — per poter avere suoi rappresentanti in Parlamento. Una simile norma porterebbe alla conseguenza che una serie di forze intermedie e minori — ad esempio il partito repubblicano, il partito socialdemocratico, il partito liberale e altre formazioni politiche le cui percentuali di voti si fermassero al di sotto del 4 o 5 per cento — verrebbero cacciate via dal Parlamento. E così le opinioni, le volontà di quelle minoranze di cittadini che hanno votato per tali partiti non conterebbero un’acca, non potrebbero «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», come prescrive l’articolo 49 della nostra Costituzione in riferimento alla funzione dei partiti.
Sono questi, dunque, i propositi che vengono accarezzati da coloro che polemizzano con noi su totalitarismo e pluralismo!

Le cause reali

Qual è l’argomento che si usa per giustificare simili disegni? È che l’Italia di oggi, con i rapporti di forza attualmente esistenti tra i partiti, non sarebbe più governabile. Questa scoperta è stala fatta oggi, quando si è rivelato impossibile formare maggioranze parlamentari e governi politicamente plausibili senza il concorso determinante dei comunisti. Quando, dopo due anni e poco più, si è capito quali conseguenze comporta il collaborare con noi e l’assumere impegni con noi nell’attività del Parlamento, nei metodi di governo, nei rapporti delle istituzioni con la società e soprattutto nella condotta dei partiti, allora è scattata la reazione di rigetto, allora sono venute le resistenze conservatrici, le violazioni degli accordi sottoscritti; allora si è sviluppato il sabotaggio della politica di solidarietà democratica ed è scoppiata la crisi della maggioranza parlamentare che la esprimeva. E dopo che noi abbiamo denuncialo questi comportamenti e non abbiamo voluto subire e far subire al Paese le loro conseguenze è fiorita la tesi della ingover* nabililà. Una tesi, dunque, che nasce, per un verso, dal rifiuto di accettare e attuare con coerenza la linea della solidarietà democratica, che è oggi l’unica via chiara e realistica che può salvare la democrazìa, risanare lo Stato, rinnovare la società; e, per altro verso, è una tesi che nasce dall’impotenza e dall’incapacità della DC e di altri partiti di presentare una via diversa ma valida e praticabile.
Ecco come si spiega iI ricorso dell’on. Piccoli a quelle sue pericolose e inaccettabili proposte di modifica della legge elettorale: invece di risolvere per via politica il problema centrale della vita italiana, cioè il problema, maturo da anni, di una collaborazione al governo con tutto il movimento operaio italiano, compreso quindi il PCI, si tenta di aggirarlo con un artificio tecnico-legislativo di stampo antidemocratico.
La ingovernabilità del paese non nasce dal peso e dalla influenza di un Partito comunista attorno al quale si raccoglie il nerbo della classe operaia italiana e che è, ormai, un elemento costitutivo e indistruttibile della nostra società. L’ingovernabilità nasce essenzialmente dalle posizioni politiche finora assunte dalla DC (anche se non unicamente da essa) che mettono in un cul di sacco la situazione italiana.
Quali sono, infatti, queste posizioni?
Per ora se ne distinguono due. Le correnti e i gruppi più conservatori e integralisti vogliono che il partito democristiano si batta e si pronunci possibilmente per un ritorno al centrismo, ma almeno per una riedizione del centro-sinistra. Quali capacità e possibilità abbia una simile proposta e prospettiva di assicurare la governabilità del Paese è inutile dire: parlano per noi i lunghi anni di centro-sinistra con le loro delusioni, convulsioni e crisi a ripetizione.
Le correnti più democratiche e più aperte della DC, anche perché consapevoli della improponibilità attuale e della sterilità politica di una scelta esplicita per un ritorno al centro-sinistra, dichiarano, invece, che è valida ancora la linea del «confronto» e della solidarietà nazionale. Ma essa viene cosi impoverita e svuotata, e a tal punto indebolita e in definitiva vanificata dalla ossessiva ripetizione del no all’ingresso dei comunisti al governo, da renderla una linea senza concrete prospettive di realizzabilità.
Da un lato, non si vuole la partecipazione del PCI al governo, ma, dall’altro lato, non si vuole nemmeno il passaggio del PCI all’opposizione: in sostanza si vorrebbe formare un governo senza i comunisti ma in qualche modo appoggiato o sostenuto dai comunisti. Con ciò queste forze della DC escludono sia la prospettiva di governare l’Italia con una politica di effettiva e garantita solidarietà democratica e nazionale, sia la prospettiva di governare secondo il tanto conclamato metodo dell’alternanza, che dovrebbe prevedere il PCI (o la DC) all’opposizione.

La spinta involutiva

Ecco, dunque, la riprova che non abbiamo avuto certo torto a denunciare negli ultimi mesi la spinta involutiva esercitata sulla condotta complessiva della DC dalle sue correnti più retrive e rozzamente anticomuniste. Ma ecco anche la prova che le forze che nella DC sono sulle posizioni dell’on. Zaccagnini esprimono oggi una linea quanto mai contraddittoria, timida e infeconda. Può la DC con queste posizioni — diverse, ma entrambe insufficienti e miopi — presentarsi come una forza che contribuisce a garantire governi democraticamente solidi, autorevoli, efficienti, nei quali il Paese può aver fiducia? A noi sembra francamente di no. È proprio la posizione della DC che apre un vuoto di prospettiva, un vuoto di governo; è essa, quindi, la fonte della ingovernabilità del Paese: una ingovernabilità a cui non possono certo porre rimedio le trovate dell’onorevole Piccoli.

Bersani compagno della provvidenza?

Posted: 1 marzo 2011 in PdCI, PRC


Il 19 febbraio scorso Diliberto, incalzato dai giornalisti di In onda sulle future alleanze, ha nuovamente rilanciato l’idea dell’accordo programmatico col Pd su 2-3 cose non meglio definite. La novità è che il leader del Pdci ha detto che ciò sarebbe reso possibile dal fatto che Bersani è un «riformista emiliano».
Piuttosto che vedere in Bersani il leader di un partito avverso, Diliberto si ostina a considerare e propagandare il segretario democratico come una sorta di fratello maggiore, un compagno del Pci che si è “smarrito”, ma non del tutto. In altre parole, il figlio di Peppone col quale sarà possibile concludere rapidamente un accordo di programma seduti al tavolino di una balera emiliana.
Tuttavia questo modo bonario e certo interessato di accattivarsi Bersani è una novità relativamente recente, da quando cioè si era capito che D’Alema l’aveva scelto come testa d’ariete per sfrattare Veltroni dalla prima poltrona del Pd.
Ancora il 31 marzo 2008, in campagna elettorale, si metteva in guardia sul fatto che «il manifesto ideologico del Pd di Veltroni sta tutto nel Bersani-pensiero che colloca saldamente il partito sul versante del centrodestra». Veltroni e Bersani pari sono e pure di destra!
Il 5 maggio, divenuta la sinistra extraparlamentare, arriva invece il contrordine: Bersani e Veltroni sono diversi perché il primo è buono come D’Alema, l’altro è cattivo. Da qui il tifo allusivo della Palermi: «D’Alema e Bersani, pensateci voi».
Tifo che per bocca di Diliberto il 20 ottobre 2009, a cinque giorni dalla primarie per il segretario Pd, si fa decisamente esplicito per Bersani: «Spero che domenica prossima vinca Bersani. Perché Bersani ha promesso agli italiani e alla sinistra italiana di tornare a un sistema di alleanze». Il Pdci (ma anche buona parte del Prc) non riesce ad uscire dalla logica bipolare e siccome l’ansia di tornare sugli scranni di Montecitorio si fa sentire, ergo, tra le mille opzioni politiche possibile, meglio puntare puntare sul fiancheggiamento del Pd e della sua maggioranza dalemiana in particolare, così che almeno si venga recuperati all’interno del centrosinistra per riconoscenza.
Infatti il 26 ottobre il presidente Pdci Cuffaro si congratula «vivamente» con Bersani per la sua elezione battendo subito cassa «per la costruzione di un ampio fronte democratico».
Con queste premesse, il colloquio a quattro Diliberto-Ferrero-Salvi-Bersani del 30 ottobre non poteva concludersi che positivamente. In realtà non è successo nulla, ma tanto basta a Diliberto per parlare di «”clima diverso” rispetto ai precedenti leader del Pd e che “nonostante ci siano differenze programmatiche, abbiamo due terreni comuni su cui lavorare: la questione economica e sociale e la questione democratica”».

Di fondo c’è la credenza – non so quanto reale o strumentale – che Pd e comunisti condividano ancora lo stesso “popolo” del Pci scito diviso dalla Bolognina, come in un eterno 1991. Ecco perché Diliberto si rivolge a Bersani parlando delle rispettive basi come di un unico «nostro popolo».
Dopo il primo mese di segretaria Bersani, il 25 novembre Diliberto fa il punto su la Rinascita della sinistra. Il segretario Pdci si mostra cosciente del lato capitalista del nuovo leader democratico: «Bersani è un liberalizzatore, che da noi significa un privatizzatore», però «ha dato una risposta positiva rispetto al tema della autosufficienza del Partito Democratico». Sembra trapelare la sicurezza che grazie a Bersani ci sarà «una sorta di largo CLN, dove si incontrano tutti quelli che si oppongono alla deriva autoritaria e reazionaria che c’è in Italia» che permetterà ai comunisti di tornare in Parlamento, ma non al governo perché ci vuole ancora un «confronto programmatico».
Bersani è dunque il compagno della provvidenza mandato da D’Alema o quantomeno come tale andrebbe apprezzato e coccolato da tutta Federazione della Sinistra.
Ovviamente Bersani e il gruppo dirigente del Pd a tutto pensa meno che alla Fds ridotta al lumicino. In ballo c’è il tentativo di ricostruire sì il centrosinistra, ma da allargare a destra anche a scapito di sacrificare qualcosina alla sinistra.
Quando quindi il 23 aprile 2010, tre settimane dopo le regionali stravinte dalla destra, Bersani su l’Unità lancia l’idea di «un patto repubblicano per difendere gli assetti della democrazia nel solco della nostra Costituzione (…) a tutte le forze disponibili, anche oltre il centrosinistra», Diliberto preoccupato ma affettuoso chiede «Caro Bersani, che vuol dire ‘oltre il centrosinistra’?». Il dubbio di tutti è che il Pd punti a coinvolgere Fini, nonostante questo sia ancora interno al Pdl. Basterà una debole smentita di Bersani per far tornare il sereno: «Sono molto contento per la puntualizzazione di Bersani. Fini sta conducendo una battaglia rispettabile, ma non c’entra nulla con il centrosinistra».
Quattro giorni dopo questi fatti, Diliberto finisce persino per tessere su Facebook le lodi di uno scritto di Bersani per il suo presunto carattere progressista: «Oggi c’è una lettera splendida di Bersani ad una lettrice dell’Unità. Vi invito a leggerla. Scrive che occorre ripartire dalla battaglia delle idee e, prima tra tutte, dall’uguaglianza. E’ musica per le mie orecchie. Confesso che era parecchio che non sentivo un esponente del Pd affermare queste cose. Per la verità da molto tempo non li sentivo più nominare quella parola che i comunisti amano da sempre: uguaglianza». Sull’episodio rimando al mio post del 28 aprile scorso.
A dimostrazione di quanto fosse debile la smentita di Bersani del 23 aprile, il 29 D’Alema sul Corriere della Sera riprende le idee di Bersani su un patto repubblicano precisando che Fini «può essere un interlocutore».
Diliberto sbotta: «si torna ad un modo di ragionare stantio e perdente e, D’Alema me lo permetta, tutto politicista». Non si fa in tempo a dipingere Bersani come un grande progressista, che D’Alema apre a Fini. Ma la rottura come opsione politica è rifiutata, tanto che la critica dilibertiana è lanciata con un «D’Alema me lo permetta» che la dice lunga.
Stavolta le smentite o le retromarce non arrivano. Viceversa Diliberto concede su l’Unità del 3 maggio che se Casini ci sta, l’Udc può entrare nel futuro centrosinistra. «Dopodiché – precisa – dentro questa coalizione ampia bisogna ricostruire la sinistra, mantenendo ciascuno la propria specificità». Dunque né più né meno che la vecchia e fallimentare Unione con Casini al posto di Mastella. E pazienza se i rapporti di forza stavolta sarebbero nettamente a favore della destra della coalizione.
Il 12 maggio Aprile on line, storico sito della vecchia sinistra Ds, si dà un restyling e diventa PaneAcqua. Al suo interno si incontrano vendoliani e democratici veltroniani. Diliberto ne approfitta per irridere l’iniziativa («Che aspetta la sinistra a fare meno salotti e più sinistra?») sostenendo che l’operazione PaneAcqua è «contro il segretario di un partito, nel caso Bersani».

Il segretario del Pd non va dunque disturbato e se possibile stimolato, come se lui e solo lui può salvar il paese. Di questo è tenore è infatti la tiratina per la giacchetta fatta da Diliberto il 9 giugno che il 16 luglio, per bocca di Pignatiello, diventa ad un tempo plauso e incitamento: «Bersani ha ragione. (…) Attrezziamoci per le elezioni politiche anticipate: scendiamo in piazza uniti, parliamo alla gente, incontriamoci e decidiamo un programma».
L’effimera proposta di Bersani del 26 agosto di un Nuovo Ulivo non può quindi che attirarsi le lodi (anche un po’ nostalgiche) di Diliberto: «Personalmente apprezzo molto lo sforzo di sintesi e di unità di Bersani, avendo creduto fortemente nell’Ulivo, che è stato il momento più alto di unità nel centrosinistra e di consenso da parte degli elettori».
L’Ulivo 2.0 cade ben presto nel vuoto, tanto che ogni occasione, anche la più spiacevole, diventa buona per ribadire a Bersani la richiesta di un nuovo centrosinistra e di una stabile intesa fra Pd e Fds. Si veda a tal fine le dichiarazioni del 14 ottobre e soprattutto quelle che dall’8 novembre chiedono a Bersani di trasformare la manifestazione del Pd programmata per l’11 dicembre in una manifestazione di tutto il centrosinistra. Il 16 novembre in particolare viene ribadito il concetto di «nostro popolo» e la difficoltà ad «accettare la disinvoltura con la quale dirigenti stimati del Pd prefigurino un’alleanza con Fini», dove lo “stimato” non può essere centro Veltroni, ma D’Alema.
Alla fine l’11 dicembre il Pd farà la sua manifestazione senza dare alcuna risposta a Diliberto, il quale, cionostante, si presenta in piazza ufficialmente «per portare un saluto» che si trasforma in un caloroso abbraccio a Bersani.
Tutto ciò dovrebbe preludere al voto di sfiducia alla Camera del 14 che dovrebbe far cadere il governo Berlusconi. Non ci sarà nessuna caduta, né alcuna precipitazione verso elezioni anticipate. Bersani, fallito clamorosamente il colpo, il 15 incontra Veltroni e il 17 dalla colonne de la Repubblica abbandona la sinistra per corteggiare l’intero terzo polo.
Quello stesso giorno la Palermi tuona: «Non mi piace l’intervista di Bersani a ‘la Repubblica’. È solo tattica, fra l’altra messa in campo senza nessuna probabilità di risposte positive. Quando si pensa ad un accordo col Terzo Polo, bisogna avere il coraggio di dire che il Pd ha cambiato totalmente natura, e che non solo noi comunisti, ma anche Vendola e Di Pietro sono alleati scomodi che ci si tiene buoni solo perché portano un po’ di voti».
Nei giorni successivi Bersani non muta la linea politica che anzi viene approvata dal partito nei suoi massimi organismi dirigenti. Dal canto suo il terzo polo non sembra escludere nulla. Davanti a questo mutamento tutt’altro che imprevedibile, Diliberto imbarazzato il 9 gennaio 2011 ammette «di essere deluso da Bersani».

Non basta la categoria dell’opportunismo per spiegare come un comunista possa cambiare idea in pochi mesi su un partito e il suo gruppo dirigente. Bersani, e non da oggi, non è né un compagno né un uomo di sinistra. Può essere in certi temi vagamente progressista, ma resta il fatto che sia fodamentalmente il segretario di un partito centrista che cerca di fare al meglio il suo gioco per giungere al governo nella migliore posizione possibile. In quest’ottica gli alleati possono variare in funzione del momento politico, dando priorità a chi è ideologicamente più affine e popolare. La scelta democratica di agganciare il terzo polo è dunque molto logica, quanto quella di non considerare più di tanto le richieste di una Fds tanto piccola quanto potenzialmente foriera di troppi mal di pancia per la sua nota ideologia di fondo. Non conta dunque quanto Diliberto possa genuflettersi o coccolare Bersani. Questi farà, e non certo da solo, le sue scelte politiche in base alla pura convenienza politica ed elettorale, due campi non coincidenti dove la Fds ha ben poco da pretendere.
Vendola dal canto suo, che pure ha lo stesso problema di Diliberto, pur avendo scelto da tempo di collocarsi strategicamente dentro il centrosinistra (che non c’è) e pur potendo vantare un seguito a sinistra secondo al solo Pd, non ha scelto la strada del fiancheggiamento, ma al contrario quello della competizione. Vendola quando parla dice sì al centrosinistra tanto quando Diliberto, ma non sceglie la posizione critica, modesta e burocratica di chi si accontenterebbe di concordare 2-3 punti di programma, preferendo quella di chi vuole creare un centrosinistra inedito e di fatto egemonizzato da delle non meglio precisate idee di sinistra delle quali lo stesso leader di Sel dovrebbe essere autore, garante ed esecutore.
Tuttavia tanto Vendola quanto Diliberto nei loro disegni sono destinati al fallimento. Il primo perché non ha nessuna garanzia che prossimamente si costituirà un centrosinistra, né con chi, ed eventualmente tutto lascia presagire che tale centrosinistra sia destinato a fallire come i precedenti per gli stessi identici motivi di classe. Unica consolazione per Sel sarebbe che ormai Vendola ha fidelizzato un discreto popolo che se anche venisse sconfitto su tutta la linea non ottenendo né la guida del centrosinistra, né l’alleanza col Pd, non lo abbandonerebbe per nessun motivo e gli darebbe energia sufficiente per portare Sel in parlamento.
Alla Fds andrebbe peggio perché avendo sprecato tempo a mostrarsi come il migliore amico del Pd, ha finito per regalare ampie fette di elettorato a un Vendola percepito come più radicale, riducendola a una forza politica che forse non sarebbe in grado di superare neppure la soglia di sbarramento di coalizione del 2%. Inoltre tanta accondiscendenza verso Bersani ha ovviamente annullato ogni suo potere contrattuale coi democratici, e i numeri non sono appunto tali da poter fargli pretendere alcunché. Sperare sulla riconoscenza di Bersani è impolitico, per cui alla fine ai comunisti non resterebbe che la cosa isolata e sterile o la richiesta di ospitalità in liste altrui , ma inquest’ultimo caso la Fds porrebbe una seria ipoteca sulla propria sopravvivenza autonoma.
Tanto Sel quando la Fds sono dunque velleitari dimostrando di essere incapaci di pensarsi politicamente terzi ad eventi politici che non sanno controllare o prevedere, rischiando di farsi cogliere impreparati come nel 2008. E nel caso della Fds anche deboli.

Ci siamo: nasce la Fds

Con la celebrazione del Congresso costituente della Federazione della Sinistra giunge al culmine un processo politico di 20 mesi che ricongiunge principalmente Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani in una forza politica di circa 70mila iscritti. Un percorso accidentato, ricco di battute di arresto e di ripartenze che poteva sfociare nella rottura di ogni forma di unità, come anche in una definitiva fusione che sanasse la scissione del 1998. Così, almeno per ora, non è stato. Può darsi che la Federazione sia la premessa di una fusione auspicata da tanti, me compreso, come però non è da escludere un’esplosione e il ripristino dell’automia di Prc e Pdci. Sono fenomeni politici noti alla storia, basterebbe ricordare la scissione, fusione e riscissione del Psdi dal Psi. Per ora, dunque, si resta a metà del guado tra la delusione cocente di avrebbe voluto almeno un congresso vero senza delegati quotizzati e con organismi dirigenti trasparenti, e l’incognita di cosa potranno mettere in moto nella galassia della sinistra le elezioni politiche del 2011 o 2012 e i congressi ordinari di Prc e Pdci.

I limiti della Fds

Ad ogni modo la creazione della Fds nasce per portare al superamento dei limiti e delle difficolà che avvolgono i partiti di Ferrero e Diliberto, ma così per ora non è e non potrebbe essere altrimenti. La Fds unisce due case deboli per farne una più robusta, ma se dentro i mobili sono sgangherati e le tubature gocciolanti c’è poco da stare allegri. Per motivi vari e vizi antichi oggi Prc e Pdci scontano il problema di farsi scoprire impreparati all’esterno davanti alla realtà italiana e all’interno davanti ad ampi settori di iscritti, per cui poi anche elettoralmente si viene politicamente emarginati e scavalcati con relativa facilità. Tali difficoltà sono talmente profondi ed evidenti che purtroppo una semplice Fds è la condizione necessaria, ma non sufficiente per risanarsi.

La madre di tutti tutti i problemi dei comunisti in Italia è certamente la confusione ideologica originata nel Prc da un’eccessiva parcellizzazione di opzioni politiche in eterna attesa di una sintesi, e nel Pdci da una forte carenza di elasticità mentale nell’applicazione del marxismo al giorno d’oggi. Entrambi hanno troato nella Fds un compromesso ideologico chiamato «socialismo del XXI secolo» ovvero «un’alternativa di sistema» che allude a Chavez, ma non chiaramente definita in modo concreto, rimanendo così un vago orizzonte esotico tutto da approfondire.

Gli autoinganni

Nella confusione ideologica è facile cadere in un sonno della ragione che, come diceva Goya, genera mostri. o più semplicemente degli errori politici mostruosi.

A tal riguardo giova ricordare uno dei tanti ammonimenti di Gramsci scritti in carcere:

«L’errore in cui si cade spesso nelle analisi storico-politiche consiste nel non saper trovare il giusto rapporto tra ciò che è organico e ciò che è occasionale. Si riesce così o ad esporre come immediatamente operanti cause che invece sono operanti mediatamente, o ad affermare che le cause immediate sono le sole cause efficienti: nell’un caso si ha l’eccesso di “economismo” o di dottrinarismo pedantesco, dall’altro l’eccesso di “ideologismo”, nell’un caso si sopravalutano le cause meccaniche: nell’altro si esalta l’elemento volontaristico e individuale. (La distinzione tra “movimenti” e fatti organici e movimenti e fatti di “congiuntura” o occasionali deve essere applicata a tutti i tipi di situazione non solo a quelle in cui si verifica uno svolgimento regressivo o di crisi acuta ma a quelle in cui si verifica uno svolgimento progressivo o di prosperità e a quelle in cui si verifica una stagnazione delle forze produttive). Il nesso dialettico tra i due ordini di movimento e quindi di ricerca difficilmente viene stabilito esattamente e se l’errore è grave nella storiografia, ancor più grave diventa nell’arte politica quando si tratta non di ricostruire la storia passata ma di costruire quella presente e avvenire: i proprii desideri e le proprie passioni deteriori e immediate sono la causa dell’errore in quanto essi sostituiscono l’analisi obbiettiva e imparziale e ciò avviene non come “mezzo” consapevole per stimolare all’azione ma come autoinganno. La biscia, anche in questo caso, morde il ciarlatano ossia il demagogo è la prima vittima della sua demagogia».

Le attuali analisi politiche della Fds hanno saputo «trovare il giusto rapporto tra ciò che è organico e ciò che è occasionale»? Hanno saputo evitare che «i proprii desideri e le proprie passioni deteriori e immediate» li inducessero in errore? Insomma, la Fds corre il rischio di autoingannarsi? Il tempo ci darà le giuste risposte. Nel frattempo si puà provare ad abbozzare delle risposte.

Gli autoinganni dei giorni nostri: il berlusconismo

Sono due gli autoinganni principali in cui rischia di incorrere la Fds e sono figli di una serie di equivoci stratificatosi nel tempo su concetti come “berlusconismo” e “democrazia”, entrambi correlati.

Com’è giusto e ovvio i comunisti sono parte di quell’ampio movimento che chiamiamo antiberlusconiano da cui discende quel fenomeno curioso chiamato antiberlusconismo. In sostanza si tratta di dire ora a sproposito ora in modo pertinente, che Berlusconi è l’origine di tutti i mali, il novello Mussolini pronto a istaurare un nuovo regime fascista. Berlusconi è così agitato come lo spauracchio supremo, l’anticristo contro il quale qualunque tipo di opposizione e ben accetta e qualunque antiberlusconiano è comunque un buon amico. È una logica, si badi, comune a tutti gli antiberlusconiani nella quale i comunisti col tempo non hanno fatto eccezione. Così in nome di un antiberlusconismo astratto si sono via via costruiti schieramenti di centrosinistra eterogenei guidati da progressisti convintisi di poter dimostrare di poter rappresentare i bisogni borghesi meglio di un qualunque berlusconiano tenendo buono con sé anche il movimento operaio. Così si è appoggiato il governo Dini, la cui agenda politica fu proseguita da Prodi e Ciampi e rilanciata da Prodi e Padoa-Schioppa. I comunisti col tempo si son persuasi, pezzo dopo pezzo, che assecondare il centrosinistra in nome dell’antiberlusconismo fosse la cosa più giusta. Così i comunisti hanno votato la guerra, accettato i sacrifici economici, i tagli alle pensioni, i Cpt e la precarietà lavorativa, l’”innovazione” del pacchetto Treu. Così Berlusconi quantunque provvisoriamente rimaneva all’opposizione, i lavoratori regredivano e, consci di ciò, maturavano una progressiva disaffezione prima dalla sinistra moderata, poi da quella radicale e infine dalla politica tutta.

Nonostante gli sforzi della sinistra borghese di far da lacché alla borghesia e nonostante Berlusconi non sia mai stato amato dai poteri forti, il Cavaliere di Arcore ha fatto e fa il presidente del Consiglio da quasi 10 anni introducendo delle modificazioni evidenti nella vita del paese. Modificazioni enormi e pericolose senza mai modificare, nonostante la tentazione, la Costituzione antifascista del 1948. Berlusconi e i suoi alleati in quasi 17 anni di politica non sono mai riusciti a istaurare un regime fascista, limitandosi ad assecondare una pulsione molto più vecchia di certi settori minoritari, quelli che sognano da sempre una repubblica autoritaria che sostituisca al compromesso democratico del ’48 un nuovo modello, più americano e quindi presidenzialista. La strada fu aperta Mario Segni, il ritorno del maggioritario e l’elezione diretta di sindaci e presidenti degli enti locali, ma già Craxi e il Caf tentarono negli anni Ottanta di realizzare ciò con la cosidetta “Grande riforma” (con tanto di strizzatine d’occhio al Msi). Il disegno è riuscito a metà e non riesce tuttora. Berlusconi non è il duce e in Italia non c’è il fascismo. Non rimaneva quindi che, operando all’interno della Costituzione, disarticolare e rimuovere tutta una serie di diritti e libertà ottenuti dai cittadini e dai lavoratori dal dopoguerra fino al 1980. E ci stanno riuscendo anche grazie a certi settori progressisti, non importa se in buona o cattiva fede.

L’antiberlusconismo pertanto da un lato riduce l’autoritarismo di certa borghesia al “caratteraccio” di un singolo politico vicino alla P2 come a Craxi e ai loro disegni. Dall’altro enfatizza il potere dello stesso singolo a onnipotenza, perdendo di vista, per riprendere Gramsci, «il giusto rapporto tra ciò che è organico e ciò che è occasionale».

Gli autoinganni dei giorni nostri: la democrazia

In sostanza l’assunto classico per cui “Berlusconi mette a repentaglio la democrazia” è una verità relativa finché non si chiarisce cosa sia la democrazia, parola dalle mille e una definizioni. Oliver Stone in Wall Street (1987) fa dire al duro capitalista made in Usa, Gekko: «Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato e tu ne fai parte». Il capitale, cioè, ammette davanti al piccolo cittadino che è lui che muove tutto e non viceversa. La democrazia è il regime della libertà, soprattutto di quella dei padroni. Il resto è retorica, fumo, “ideologia” per dirla con Marx.

È dunque un pesante autoinganno equiparare la democrazia alla libertà e viceversa, e pensare che l’attuale libertà costituzionale sia sufficiente a renderci tutti liberi davvero. I comunisti nascono con ambizioni superiori e ovunque dovrebbero lottare per una democrazia socialista.

Pensare quindi di salvare la democrazia eliminando Berlusconi è un duplice autoinganno, perché da un lato si sopravvaluta questa democrazia e dall’altro si sopravvaluta Berlusconi il quale, in quanto essere umano, è comunque destinato a passare. In più così si dimentica che dopo Berlusconi può facilmente arrivare di peggio se non si agisce a dovere a monte

Cosa facevano i comunisti di Gramsci nel 1926

Prendiamo per buono l’assunto che con Berlusconi siamo sull’orlo del regime fascista. Se così fosse non sarebbe ovviamente la prima volta, essendo già successo negli anni Venti del Novecento. I fatti sono noti: 1922, marcia su Roma e Mussolini diventa presidente del Consiglio; 1924, alle elezioni il Pnf ottiene una maggioranza del 66%; 1926, viene dichiarata illegale l’opposizione antifascista.

Gramsci con buona parte del gruppo dirigente fascista viene arrestato ai primi di novembre del 1926. Soltanto un mese prima il Pcd’I si era riunito per fare il punto della situazione. Le altre opposizioni stavano discutendo di unificarsi nella cosiddetta “concentrazione repubblicana”. I comunisti rifiutarono l’invito ad aderirvi e anzi invitarono i compagni a mettere in guardia i lavoratori dalle «utopie» della concentrazioni.

Questa l’analisi che approvarono (il neretto è mio), basandosi sulle tesi di Lione di Gramsci e che lo stesso segretario sardo difese su l’Unità fino a quando non l’arrestarono:

«La concentrazione repubblicana avrebbe la stessa funizione che ha avuto l’Aventino nel 1924-25; rappresenterebbe la resurrezione dell’Aventino nella veste adatta alla situazione attuale. Il suo carattere più radicale, fino ad assumere atteggiamenti pseudo-rivoluzionari con la pregiudiziale repubblicana, è in rapporto alla radicalizzazione generale della situazione ed alla crisi che mina le fondamenta dello Stato borghese. Il problema politico fondamentale non muta. Si tratta della posizione e della funzione delle varie classi nella lotta contro la reazione. La piccola borghesia, come classe, non può assolvere alla funzione di direzione al cui seguito si trascini la classe operaia. La storia di questi anni ha dato ripetute conferme di questa verità. Il clamoroso fallimento dell’Aventino ne è la migliore riprova. Il Partito comunista riafferma oggi, di fronte alla conccntrazione repubblicana in formazione, come ha affermato ieri di fronte all’Aventino, che solo sotto la direzione della classe operaia, sostenuta ed appoggiata dai contadini, le masse lavorataci, di tutti i ceti e di tutte le classi, potranno essere liberate dalla oppressione fascista.

Su questo concetto fondamentale si imposta tutto il programma politico del Partito comunista. Ad esso deve informarsi tutta la propaganda e l’agitazione contro le illusioni che possono accompagnare un eventuale movimento antifascista democratico-repubblicano.

In realtà la tendenza alla concentrazione repubblicana non è ancor giunta alla formulazione di un programma politico concreto, non ha neanche inizialo una attività d’organizzazione. Essa trovasi tuttora nella fase di maturazione ideologica: è su questo terreno che deve essere immediatamente affrontata combattendo tutte le illusioni e tutti gli errori ad essa connessi, poiché non mancano nella situazione generale gli elementi di una sua transitoria affermazione e vitalità. La media e piccola borghesia urbana e rurale, le masse contadine, gli strati proletari arretrati possono essere portati a considerare la concentrazione repubblicana come la via d’uscita dalla situazione attuale, il mezzo capace di realizzare le loro aspirazioni e rivendicazioni particolari e di classe; la forza politica che può rappresentare un intero periodo storico, di progresso e di sviluppo della società.

Bisogna combattere in tempo queste utopie.

La democrazia repubblicana non è oggi una forza politica che possa rappresentare un «periodo storico», un «progresso», ecc., perché essa non esprime una necessità di sviluppo delle forze economiche fondamentali; perché essa non è il mezzo adeguato e capace di distruggere e superare gli ostacoli che soffocano ed impediscono tale sviluppo. Questi ostacoli sono i rapporti capitalistici di proprietà; I’organizzazione politica e giuridica delio Stato borghese che la democrazia repubblicana si guarderebbe bene dal distruggere. I residui quasi feudali, i vecchiumi che la borghesia italiana non ha saputo e voluto distruggere nella fase del suo sviluppo storico (monarchia, religione di Stato, o quasi, privilegi del clero, latifondo, ecc.) ed il cui superamento assorbe tutto il programma della democrazia repubblicana, hanno oggi valore secondario di fronte alla insuperabile barriera che la proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio, cioè il capitalismo, oppone ad ogni progresso e ad ogni sviluppo della società umana.

Oggi, solo la rivoluzione proletaria e l’organizzazione socialista dell’economia, può creare le possibilità di un ulteriore sviluppo delle forze economiche e perciò può rappresentare un nuovo periodo storico, aprire una nuova fase di progresso. La esistenza dei vecchiumi semifeudali non giustifica storicamente una nova fase democratico-repubblicana; significa solo che la loro distruzione diviene il compito della rivoluzione proletaria nella sua marcia verso il socialismo.

Questi punti entrano nel programma di transizione del proletariato al potere. Il programma della concentrazione repubblicana nella sua parte reale e positiva è assorbito nel programma politico del proletariato rivoluzionario e si realizza immediatamente con il suo avvento al potere.

È compito dell’avanguardia rivoluzionaria del proletariato agir contro tutti gli elementi che possono rendere possibile il sorgere e lo svilupparsi, sia pure transitorio, della concentrazione repubblicana, puntanto su quei ceti e classi fra le quali più facile è la diffusione delle illusioni democratico-repubblicane e che potrebbero costituire la base sociale di un tal movimento, la cui sola funzione positiva, anche inconsapevole, potrebbe essere quella di servire quale diversivo alle classi dominanti per deviare l’attenzione delle masse proletarie dai fini essenziali e concreti della loro lotta ed allontanare dal loro capo la tempesta rivoluzionaria. Alla democrazia repubblicana si deve opporre il programma già proposto dal Partito comunista fino dal maggio 1925 ai Partiti massimalista, riformista e repubblicano quale comune base di azione per la mobilitazione e la concentratone di tutte le forze antifasciste per una lotta a fondo contro il fascismo. Esso si riassume nelle seguenti parole d’ordine:

1) Assemblea repubblicana sulla base dei Comitati operai e contadini;

2) Controllo operaio nell’industria;

3) La terra ai contadini.

Il Partito comunista attende ancora risposta dai Partiti ai quali tale proposta fu diretta.

Fuori di questo terreno non c’è che illusione ed inganno. È vano parlar di repubblica senza dire se si tratta della repubblica operaia e contadina nella quale è soppresso il potere politico ed economico della borghesia fascista oppure della repubblica borghese nella quale i lavoratori continuerebbero a rimanere sotto il giogo della plutocrazia e degli agrari oggi dominanti; è un inganno parlar di democrazia senza dire se si tratta della democrazia operaia nella quale il potere e nelle mani del proletariato e ogni residuo di fascismo e possibilità di sua resurrezione sono radicalmente eliminati, ovvero se in essa rimane il dominio di classe degli agrari, degli industriali e dei banchieri che hanno generato il fascismo e per opera dei quali esso può sempre risorgere; è illusorio parlar di libertà senza dire se si tratta della libertà degli sfruttati di combattere ed eliminare i loro sfruttatori oppure della libertà degli sfruttatori di affamare i lavoratori.

La diffusione di tali illusioni in seno alle masse lavoratrici e nettamente antiproletaria ed è tanto più dannosa quanto più si ammanta di fraseologia proletaria. Questo compito assolve il Quarto Stato, cioè la frazione di destra de! Partito massimalista, che rappresenta la via aperta alla influenza piccolo-borghese della democrazia repubblicana nel proletariato. La Direzione del P.S.I. lasciando a questa tendenza diritto di cittadinanza e libertà di azione nelle sue file, opponendosi contemporaneamente al fronte unico proletario, combattendo e sabotando i Comitati di unità proletaria, ecc., dimostra con i fatti di non essere sostanzialmente diversa da essa, anche se la sua verbosità rivoluzionaria vorrebbe far apparire il contrario.

Il Partito comunista, continuando con ogni sua energia la sua azione contro il fascismo, cioè contro il blocco fascista industriale-agrario, per la ricostruzione dei Sindacati di classe, per la mobilitazione e la organizzazione di tutte le forze lavoratrici contro di esso, per la realizzazione del fronte unico e la loro unità d’azione, combatterà con non minore energia tutte le illusioni piccolo borghesi e gli inganni che si cercheranno di diffondere fra le masse Iavoratrici.

I comunisti devono svolgere fra le masse la critica di tutte le illusioni e di tutti gli errori sui quali si basa la concentrazione repubblicana, rilevandone la funzione negativa nella lotta contro il fascismo e il carattere antiproletario e fondamentalmente controrivoluzionario del programma».

Cosa fanno i comunisti di Ferrero e Diliberto

Citazione lunga, ma utile per capire un certo modo di fare. Se davvero questo 2010 sta al 1926 come Berlusconi sta a Mussolini e la Fds al Pcd’I, l’allora concentrazione repubblicana è l’equivalente di una coalizione antiberlusconiana dominata dal Pd. Ieri come oggi operazioni come quelle del Pd con le sue coalizioni di centrosinistra nei fatti diffondono utopie perché dicono che col loro avvento al potere e la liquidazione di Berlusconi i lavoratori avranno sconfitto il fascismo, cioè il berlusconismo e vivrano liberi in una libera democrazia. Tutto ciò, appunto, è illusorio.

Si potrebbe obiettare che questa non sarebba una cosa di buon senso, che data la situazione sarebbe meglio comunque dire sì al centrosinistra e magari lottare dopo in Parlamento (posto che ci si arrivi) per spostarlo a sinistra. Già, sembra una cosa di buon senso dire no alla borghesia reazionaria di Pdl e Lega e dire sì alla grande e piccola borghesia del centrosinistra. Ma la storia non si fa con un certo “buon senso”. Tale fu l’ultima lezione di Pasolini poche ore prima di essere ucciso:

«Il rifiuto è sempre stato un fatto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, “assurdo”, non di buon senso. Eichman, caro mio, aveva una gran quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici: a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno, alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava una volta al giorno per i bisogni e il pane e l’acqua per i deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina».

Per Pasolini storicamente se si vuole inceppare la macchina «il rifiuto per funzionare deve essere grande» e così dicendo sembra dar ragione a quanto facevano i comunisti nel 1926. Oggi anche dentro la Fds prevale invece l’idea che si possa arrivare all’alternativa di sistema con rifiuti parziali. Nel 2006 ci si cullò addirittura di poter cambiare l’Italia grazie ai buoni rapporti di forza parlamentare. Illusioni pagate a caro prezzo.

Qualcosa nel modo di fare e pensare è dunque cambiato. Se ne è accorto pure Valentino Parlato lo scorso 7 novembre: «Il problema è che Vendola, come Diliberto o Ferrero, attacca Berlusconi con formule berlusconiane. Mentre il governatore della Banca d’Italia avverte che il Paese sta morendo di precariato, noi ci occupiamo di Ruby». È dunque successo di peggio negli ultimi 15 anni?

In effetti Parlato usando l’espressione «formule berlusconiane» colpisce nel segno. Vendola per le sue ambizioni dall’ego smisurato, punta in primo luogo sulla formula berlusconiana del leader inteso come Uomo della provvidenza. In secondo luogo sul partito unico del centrosinistra (Lavoro e Libertà) come Berlusconi col Pdl. I segretari della Fds e del centrosinistra in genere, invece, attaccano la destra con le formule berlusconiane del battibecco mediatico, del gioco di ruolo fascisti vs. comunisti, dell’urlo confuso ma teoricamente ad effetto, del conformismo all’agenda mediatica del momento.

Una volta non eravamo così, eravamo “diversi”: parole posate, radicali, spesso controcorrente. Fatti netti, popolari, ma non per forza eclatanti. Così la sinistra davanti al berlusconismo, piano piano, è diventata omeopatica.

Quale tattica e quale strategia per i comunisti d’Italia del XXI secolo?

Sempre secondo il Gramsci dei Quaderni, «la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come “dominio” e come “direzione intellettuale e morale”. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a “liquidare” o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi affini e alleati». E citava l’esempio dell’ottocentesco Partito d’Azione, il quale «non si appoggiava specificamente a nessuna classe storica e le oscillazioni subite dai suoi organi dirigenti in ultima analisi si componevano secondo gli interessi dei moderati». Gramsci osservava poi come «l’assorbimento delle élites dei gruppi nemici porta alla decapitazione di questi e al loro annichilimento per un periodo spesso molto lungo». Che è quello che ha fatto il Pds-Ds-Pd dalemiano nei confronti del Prc dai Comunisti Unitari (1995) ai giorni nostri.

Oggi i comunisti della Fds rischiano di far la fine del vecchio Partito d’Azione nel momento in cui non rafforzano ed esplicitano quotidianamente il loro legame con la classe dei lavoratori offrendogli in concreto l’obiettivo del socialismo globale del XXI secolo. Autoingannarsi puntando sul meno peggio, alla sopravvivenza più o meno istituzionale, alla miglior performance possibile secondo le regole del gioco imposte in parte da Berlusconi e in parte dal Pd vorrebbe dire farsi dirigere inconsapevolmente dal segretario nazionale fino all’ultimo iscritto da forze moderate, ieri a sostegno del Re oggi al sostegno degli ultimi interessi capitalistici nazionali. Il rischio concreto è di pretendere di rappresentare «l’Italia che non si piega» senza avere la schiena dritta.

Occorre dimenticarsi di avere l’1, il 2 o persino il 5%, perché altrimenti si agirà nella lotta politica con pensieri minoritari autorelegandoci ad un eterno minoritarismo. Si è quello che si pensa di essere. Vendola non si cura troppo delle sue reali magre forze, ma apparentemente accampa pretese vigorose.

Sempre Gramsci prosegue:

«Perché il Partito d’Azione fosse diventato una forza autonoma e, in ultima analisi, fosse riuscito per lo meno a imprimere al moto del Risorgimento un carattere piú marcatamente popolare e democratico (piú in là non poteva forse giungere date le premesse fondamentali del moto stesso), avrebbe dovuto contrapporre all’attività “empirica” dei moderati (che era empirica solo per modo di dire poiché corrispondeva perfettamente al fine) un programma organico di governo che riflettesse le rivendicazioni essenziali delle masse popolari, in primo luogo dei contadini: all’”attrazione spontanea” esercitata dai moderati avrebbe dovuto contrapporre una resistenza e una controffensiva “organizzata” secondo un piano. (…) Invece il Partito d’Azione mancò addirittura di un programma concreto di governo. Esso, in sostanza, fu sempre, piú che altro, un organismo di agitazione e propaganda al servizio dei moderati. I dissidi e i conflitti interni del Partito d’Azione, gli odî tremendi che Mazzini suscitò contro la sua persona e la sua attività da parte dei piú gagliardi uomini d’azione (Garibaldi, Felice Orsini, ecc.) furono determinati dalla mancanza di una ferma direzione politica. Le polemiche interne furono in gran parte tanto astratte quanto lo era la predicazione del Mazzini (…). Il Partito d’Azione era imbevuto della tradizione retorica della letteratura italiana: confondeva l’unità culturale esistente nella penisola – limitata però a uno strato molto sottile della popolazione e inquinata dal cosmopolitismo vaticano – con l’unità politica e territoriale delle grandi masse popolari che erano estranee a quella tradizione culturale e se ne infischiavano dato che ne conoscessero l’esistenza stessa».

La Fds decollerà come forte movimento di popolo solo quando, risolti i nodi ideologici, si proporrà come la forza delle pretese dei lavoratori che rifiutano totalmente il sistema attuale secondo un rigoroso programma innovativo che ecciti le passioni e stilato come se avesse già il potere tutto per sé. Quindi iniziare a battagliare con precisi “chiodi fissi”, perché come diceva Pasolini «so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa».

In definitiva occorre scatenare l’inferno per ottenere il paradiso!

Una balla si aggira a sinistra: nei giornali i comunisti sono oscurati.
Recentemente Grassi ha scritto che «la scarsa visibilità sui media della FdS non può essere addebitato solo ad una volontà di escluderci (che pure c’è), ma anche a nostre responsabilità» (13/10/2010). E Ferrero in apertura dell’ultimo CPN del PRC (16/10/2010) ha detto che «l’oscuramento mediatico a cui siamo sottoposti (…) costituisce il principale problema politico da risolvere in questa fase» e il giorno dopo ha concluso sostenendo che «tutto quello di buono che facciamo sui territori rischia di essere vanificato dall’assenza di una nostra visibilità sui mass media. È sempre più evidente che non esiste più uno spazio pubblico della informazione e che invece ci troviamo davanti ad una informazione organizzata per tendenze. Da queste tendenze e cordate noi siamo semplicemente esclusi».

Che la stampa borghese esista è una verità evidente e innegabile, ma teorizzare che editori e direttori borghesi abbiano la preoccupazione di mandare in stampa giornali sterilizzati da articoli sulla Federazione della Sinistra è francamente risibile. L’anticomunismo è una brutta malattia di cui alcuni non riescono a liberarsi nonostante siano passati 20 anni dalla fine dell’URSS, tuttavia la gran parte della borghesia non è certo intimorita da quanto pensa, dice e fa la Federazione della Sinistra o gli altri partiti comunisti minori. La borghesia ha ancora paura della lotta di classe, ma finché la situazione è quella attuale, nonostante il diffuso sentimento anti-Marchionne, può dormire sonni relativamente tranquilli e non preoccuparsi se la FdS c’è o non c’è sulle colonne della stampa.
Basta sfogliarsi i giornali dell’ultimo anno e mezzo per farsi un’idea più obiettiva sul presunto “oscuramento mediatico” ai danni della FdS.

La Federazione della Sinistra fece la sua prima apparizione nei giornali il 12 luglio 2009, quando Ferrero intervistato dal Manifesto rese noto il progetto. Da allora fino alla vigilia del 16 ottobre, sono trascorsi ben 460 giorni durante i quali la FdS è stata citata in 820 articoli su quotidiani e settimanali così suddivisi e ordinati:

Liberazione 254
Corriere della Sera 64
il manifesto 59
l’Unità 46
La Stampa 45
Il Messaggero 42
Il Sole 24 Ore 38
Il Riformista 32
la Repubblica 31
Il Giornale 30
Italia Oggi 22
Libero 20
Avvenire 16
Il Fatto Quotidiano 15
L’Altro/Gli Altri 13
Roma 13
Europa 12
Terra 12
il Mattino 7
il Tempo 5
Quotidiano Nazionale 5
la Discussione 4
Secolo d’Italia 3
Gazzettino 3
il Secolo XIX 2
Panorama 2
Il Foglio 1
la Padania 1
L’Avanti! 1
Giornale di Sicilia 1
Gazzetta del Mezzogiorno 1
L’espresso 1

Di questi solo in 13 casi la FdS è citata anche nei titoli:
Liberazione 8
Corriere della Sera 2
il Manifesto 2
Il Messaggero 1

Come si può notare Liberazione per ovvi motivi fa bene il suo mestiere, ma subito dopo troviamo il Corriere della Sera (del quale non ho considerato le edizioni locali) quasi appaiato a il Manifesto e ben lontano da l’Unità. Strano? No, normalissimo per chi ha un minimo di dimestichezza con la stampa e quella italiana in particolare.
Si dirà che la FdS non è solo la sigla, ma anche i suoi dirigenti di punta, specie nell’era della personalizzazione spinta della politica. Bene, veniamo alloraai quattro leader della FdS.

Questi nello stesso periodo che abbiamo or ora preso in esame, hanno potuto rilasciare delle interviste e pubblicare degli articoli. Ebbene le prime sono state 54, di cui 18 per Liberazione; mentre i secondi sono stati 86, di cui 57 per Liberazione, così suddivisi:

Interviste + articoli
Ferrero 38+60
Diliberto 5+3
Salvi 10+16
Patta 1+7
1 articolo è comune a tutti

Dunque 140 pezzi tra interviste ed articoli. Per capirci meglio, nello stesso periodo il solo Vendola, leader unico di SEL, ha rilasciato 94 interviste e scritto 16 articoli (110 pezzi).
Per gerarchia delle notizie, il giornalismo italiano è spesso omologato e prevedibile, tanto è vero che non di rado capita di leggere delle prime pagine fotocopia non solo per argomenti, ma anche per titoli. Altrettanto vero è il fatto che la FdS per la sua natura e le sue azioni non può certo pretendere di essere rincorsa dai giornali come una “star” della politica, per il semplice fatto che, almeno per il momento, non lo è! Tuttavia un giornale serio non può certo ignorare che esista una voce politica fievole, ma non trascurabile, come quella della FdS e pertanto la tiene d’occhio e gli dà lo spazio che ritiene meglio proporzionata. Ad ogni modo va ricordato che qui si parla della sola FdS, perché se considerassi anche lo spazio dato alle singole realtà federate, allora i numeri aumenterebbero parecchio.
Se dunque lo spazio giornalistico della FdS vi apare ancora troppo scarso, beh, ha ragione Grassi, sarà anche colpa della FdS in sé e dei suoi gruppi dirigenti. Del resto SEL avrebbe lo stesso spazio, se non ancora più inferiore della FdS, se non avesse trovato un politico tanto ambizioso e “attaccabrighe” come Vendola che, oltretutto è pure un presidente di regione.
Ai giornali infatti importa fino a un certo punto sapere cosa pensa sull’argomento X la FdS, e se tale pensiero è poi anche prevedibile, allora non di pubblicazione, ma di cestinazione converrà parlare. Il lettore, se possibile, va tutelato dal déjà vu! Viceversa se l’idea è innovativa o fuori schema, allora e probabile che si attiri l’attenzione pure di qualche editorialista (oltre che quella del giornalista prima e del lettore poi)!
Ecco perché nonostante la foga dattilografa con cui la FdS partorisce comunicati stampa, questi restano quasi sempre confinati alle home page dei siti dei partiti federati.
E si badi bene che non conta nulla l’essere o non essere in Parlamento: è vero che una forza parlamentare è potenzialmente più interessante di una extraparlamentare, ma i giornalisti sono abbastanza intelligenti da andare oltre il fattore Palazzo preferendo basarsi su qualcosa di più concreto e reale. Prova ne è il fatto che al Parlamento siedono partiti dei quali si sa poco e nulla, come il Partito Radicale, o i Noi Sud o gli MpA fuori dalla Sicilia. In particolar modo i radicali, nonostante il gruppo unico coi democratici, il loro entusiasmo, un dinosauro come Pannella e un’eterna “simpaticona” come la Bonino, spesso dà luogo a iniziative, come gli scioperi della fame, di cui non dà conto nessuno! E sfido a teorizzare la malafede oscurantista nei loro confronti (giornali clericali a parte).
Come si vede anche nel giornali, come nella vita comune in genere, si raccoglie solo quel che si semina (e solo se i semi sono fertili).

Recentemente Giuliano Amato ha scritto un articolo di una certa lunghezza per Il Sole 24 Ore per dimostrare che «l’articolo 11 della nostra Costituzione ci autorizza a partecipare a missioni internazionali per la promozione della pace e della giustizia» come in Kosovo e Afghanistan.
C’è un motivo politico ben preciso perché Amato scrive così e certo il giornale di Confindustria è in tal senso una tribuna perfetta. Tuttavia, ahinoi, Amato ha ragione.
La nostra Costituzione è pacifica, ma non pacifista. Se l’art. 11 ripudia la guerra, ci sono altri cinque articoli che spiegano che fare in caso di guerra (60, 78, 87, 103, 111).
L’art. 11 serve a stabilire che l’Italia non era più quella nazione fascista volta potenzialmente alla conquista del mondo a colpi di guerra, una concezione che era patrimonio del nazionalismo italiano e che il fascismo poi fece propria senza riserve con le conseguenze che tutti noi conosciamo.
Già la bozza dell’art. 11 recitava che «l’Italia rinunzia alla guerra come strumento di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli».
Dunque mai più un’Italia che muova guerra di sua iniziativa, ma sì a un’Italia che volesse fare una guerra non solo per difendersi, ma anche come misura estrema in caso di crisi internazionale.
A tal riguardo occorre rileggere quanto detto nella relazione del Presidente della Commissione per la Costituzione, Meuccio Ruini: «Rinnegando recisamente la sciagurata parentesi fascista l’Italia rinuncia alla guerra come strumento di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli. Stato indipendente e libero, l’Italia non consente, in linea di principio, altre limitazioni alla sua sovranità, ma si dichiara pronta, in condizioni di reciprocità e di eguaglianza, a quelle necessarie per organizzare la solidarietà e la giusta pace fra i popoli. Contro ogni minaccia di rinascente nazionalismo, la nostra costituzione si riallaccia a ciò che rappresenta non soltanto le più pure tradizioni ma anche lo storico e concreto interesse dell’Italia: il rispetto dei valori internazionali».
Il punto è quindi questo: esistono guerre incostituzionali e guerre costituzionali. Le seconde sono quelle volte al «rispetto dei valori internazionali». Ma tutte le missioni all’estero che attualmente finanziamo semestralmente sono davvero volte al «rispetto dei valori internazionali» ovvero a «organizzare la solidarietà e la giusta pace fra i popoli»? Secondo me no e quindi i rifinanziamenti sempre secondo il mio modesto parere da cittadino sono incostituzionali. Secondo Amato invece non ci sono problemi anche perché l’Onu c’ha messo il bollo!
L’Italia del 1948 cos’era se non una zona calda per la guerra fredda? Pertanto l’Italia nel 1948 ripudiò il proprio imperialismo per mettersi al servizio dell’imperialismo Usa. Nel frattempo la guerra fredda è finita da oltre 20 anni, ma gli zelanti lacché dell’impero americano non sono andati in pensione.

Chi come me studia con passione la storia contemporanea, soprattutto quella del movimento operaio, se ne sarà forse già accorto. Nella tesi 15.2 del documento politico proposto per il primo congresso della Federazione della Sinistra a un certo punto, per argomentare la partecipazione della Fds all’alleanza antiberlusconiana, si fa ricorso a una ampia citazione gramsciana del 1925. Tuttavia Gramsci non ha mai né scritto né detto quelle parole.

Il testo riportato nel documento congressuale risale infatti sì al 1925, ma appartiene a un’ampia lettera inviata da Mosca dal Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista al Partito Comunista d’Italia in appoggio alle correnti gramsciana e taschiana e contro quella bordighiana alla vigilia del congresso di Lione del gennaio 1926 (ma che doveva tenersi ai primi di ottobre del 1925). La lettera del Comintern è pertanto anonima. Scritta nel settembre 1925, fu pubblicata su l’Unità del 7 ottobre successivo in due ampie paginate. Da allora il documento fu ripubblicato integralmente solo nel 1974 da Aldo Agosti nel suo voluminoso La Terza internazionale. Storia documentaria (volume II, tomo 2, pp. 361-364).

Dell’episodio ne parla pure Spriano nel primo volume della sua celebre Storia per Partito comunista italiano (pp. 486-488).

Dunque Gramsci non c’entra nulla. La lettera del Comitato Esecutivo (o Ekki) non poteva essere stilata anche solo in collaborazione con Gramsci. Questi era impegnato in Italia a fare da circa un anno il segretario di un Pcd’I in crisi organizzativa, tanto che lo stesso congresso di Lione fu rinviato da ottobre a gennaio perché una serie di nuovi arresti avevano indebolito il partito. Se la lettera fosse di mano italiana, la si potrebbe attribuire solo a Mauro Scoccimarro, che dal 1924 era a Mosca come rappresentante dell Pcd’I nell’Ekki, ma farlo sarebbe un’indubbia forzatura, data la collegialità e il ruolo guida che avevano i sovietici nella direzione del Comitern di metà anni Venti.

Non resta che augurarsi che quel «come scrisse Antonio Gramsci» venga prontamente corretto in «come scrisse il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista» e sperare che errori “blu” come questi non si ripetano più.

Diliberto paraculo disinvolto

Posted: 9 ottobre 2010 in PdCI

Modesta analisi dell’intervista rilasciata da Diliberto al manifesto dell’8 ottobre scorso:

L’esordio sembra quello tipico di chi vuol ostentare divisioni che quasi sicuramente non ci sono. 22mila iscritti? Dai bilanci approvati si dedurrebbe che il Pdci ha 3.500 tesserati, a esser generosi. Nel 2007 erano 28.926, nel 2006 43.127. La struttura sarà nazionale, ma dopo il 2008 è più a macchia di leopardo di prima, complici scissioni, defezioni ed espulsioni varie. Quanto meno va dato atto al Prc di aver sempre pubblicato i dati del proprio tesseramento anche in corso d’opera, provincia per procincia.

Quanto alla forza elettorale del Pdci, se fosse vero che «quando ci siamo presentati da soli abbiamo preso il 3%», allora ne dovremmo dedurre che il Pdci al suo minimo storico organizzativo è giunto paradossalmente all’apice del successo elettorale e che allora è da stupidi presentarsi federati col Prc, non tanto per il tornaconto del Pdci, quanto perché evidentemente Prc e Pdci separati prenderebbero il doppio dei voti della Fds! Dunque delle due l’una: o quanto dice Diliberto è tutto vero, e allora la stupidità matematica abbonda fra i dirigenti comunisti, oppure è tutto o quasi falso e allora siamo davanti a un bluff simile a quello di certi playboy che ostentano virilità imbottendosi la patta dei pantaloni col cotone.

Sulla Fds dice che se resta limitata a Prc e Pdci è «una finzione», dunque urge allargarla, per esempio a Sel. Al tempo stesso però occorre «ricostruire il partito comunista». Io ho l’impressione che l’uno escluda l’altro e Diliberto lo sa. Se Sel infatti entrasse nella Fds, quest’ultima non sarebbe più una finzione, ma ridurrebbe l’obiettivo di «ricostruire il partito comunista» nella migliore delle ipotesi alla costruzione di quella tendenza culturale di cui parlava Bertinotti per la Sinistra/l’Arcobaleno, essendo evidente che in una Fds allargata a Sel prevarrebbero gli elementi anticomunisti. Se invece il vero obiettivo fosse solo quello «ricostruire il partito comunista», vorrebbe dire che Diliberto sta già mettendo le mani avanti per far fuoriuscire il Pdci da una Fds liquidata a finzione, e contestualmente proclamare il proprio partito la casa comune dei comunisti d’Italia. Se prevalesse questa seconda ipotesi, ciò avverrebbe solo dopo il ritorno in Parlamento e nei fatti si limiterebbe ad allargare il Pdci al gruppo de l’Ernesto. In conclusione l’impressione è che per ora Diliberto dica le parole d’ordine che vogliono sentirsi dire i destri (allargamento a Sel!) e i sinistri (ricostruzione del Pc!) che lo circondano, senza troppo preoccuparsi di contraddirsi e aspettando il giorno in cui potrà tornare a essere un segretario di partito indipendente, senza federati fra le scatole. (Ma poi – mi chiedo – se già Diliberto era insofferente per i rizziani, come conviverà con i comunisti vicini a Giannini? E l’intransigente Giannini che farà quando il Pdci affronterà opportunisticamente la vita politica quotidiana?).

La proposta di bicicletta al Senato fra Fds e Sel altro non è che la riproposizione del cartello Insieme con l’Unione che vedeva affiancati i simboli di Pdci, Verdi e Consumatori Uniti, nella speranza di superare lo sbarramento del 4% previsto per i coalizzati. Però stavolta un’eventuale bicicletta di questo tipo permetterebbe alla Fds di aver la certezza di esser coalizzato del Pd, grazie all’ombrello di Sel. È noto infatti che su Sel alleato del Pd nessuno fra i democratici pone veti, mentre sulla Fds sì e dunque al momento l’alleanza salvaseggi a cui aspira la Fds è tutt’altro che scontata, specie per la sua irrilevanza numerica. Non a caso anche nel Prc è presente l’ansia di recuperare un buon rapporto con Sel, nonostante questa nella sua azione quotidiana ignori i comunisti o li demonizzi. Si aggiunga poi che Sel tutto avrebbe da guadagnare a non avere la Fds nella coalizione di centrosinistra. Ad ogni modo per Diliberto in una bicicletta siffatta l’importante è che «risulti chiaro che non stiamo unificando niente ma che facciamo un passo nella direzione dell’unità», così accontentiamo i destri che vogliono unirsi a Sel e i sinistri che non vogliono proprio unificare nulla col partito di Vendola e Fava.

Quanto al governo, l’ex ministro della giustizia di D’Alema commossosi per la morte di Cossiga, si «rammarica» di non poter entrare nel Nuovo Ulivo, ma si sacrifica perché altrimenti «se provassimo un accordo organico faremmo del male al Pd e a noi». Certo: perché in campagna elettorale il Pd sarebbe accusato di voler rifare un governo comunista o stile Unione e giunti al governo il Pdci o la Fds rischierebbero di dover tornare a lottare quotidianamente per ottenere risultati per i lavoratoriche puntualmente non arriverebbero con conseguente tracollo elettorale assicurato. I lavoratori non sono stupidi e anche la loro pazienza ha un limite. Ma c’è qualcosa che stona nelle parole di Diliberto: perché i comunisti dovrebbero preoccuparsi di non fare male al Pd? Forse perché finché il Pd per pietà non farà tornare i comunisti in Parlamento è vietato dir male e far male al Pd? Non a caso appena Diliberto torna ad accusare il Pd di fiancheggiare troppo Marchionne, subito dopo si morde la lingua aggiungendo frettolosamente che però deve «riconoscere che Bersani sta correggendo la rotta e parla di centralità del lavoro». Ma sì, in fondo i democratici sono solo dei compagni che sbagliano….

Se dunque i democratici non sono dei nemici di classe collocati al centro, ma una forza di sinistra grazie alla guida del compagno Bersani, allora non stupisce che Diliberto col Pd non si accontenterebbe di un’alleanza tecnica su difesa della Costituzione, legalità e informazione, ma ci aggiungerebbe un patto di legislatura (per non dire di appoggio esterno al governo) su lotta al precariato, scuola pubblica ed equità fiscale. Perché in fondo, dice Diliberto, «sono cose che anche il Pd può accettare». Innanzitutto si potrebbe osservare che non sono “cose”, ma slogan e con gli slogan non fai accordi. Che vuol dire per i comunisti lottar contro la precarietà? Che vuol dire scuola pubblica ed equità fiscale? Servono proposte concrete, meccanisti legislativi chiari su cui aprire un confronto col Pd, altrimenti è solo fumo sul quale il Pd ha libertà di manovra e chissenefrega di quel che volevano i comunisti. È quello che è successo con l’Unione e certo allora la sinistra aveva numeri per contrattare in posizione di forza maggiore e in una coalizione dove i Ds erano al 16%. Pertanto Diliberto è non solo un inguaribile opportunista, ma pure velleitario.

Ma Diliberto non è stupido. Un accordo anche fintissimo e infantile gli serve e come per giustificare la sua futura genuflessione al governo Bersani (chiamiamolo così). Infatti «la logica di questo accordo» porterebbe a quella “lealtà complessiva” che permetterebbe al Pd di avere un appoggio esterno sicuro e al Pdci di poltrire in Parlamento per vivere più a lungo possibile dei benefici derivati dallo stare in Parlamento. Dire quindi che si vorrebbe fare «un po’ come la Lega con il federalismo rispetto al governo Berlusconi» è assolutamente falso, perché Bossi non avrebbe mai paura a staccare la spina al governo che appoggia e soprattutto sa che la cultura leghista è egemone nel centrodestra, il che rende facile ottenere qualcunque cosa.

A questo punto seguono un po’ di insulti a Veltroni tipici di chi serba rancore (non avrebbe più senso usare lo stesso livore con tutto il Pd?) e un sogno: andare alle elezioni con tre poli («Berlusconi con la Lega e Storace, Fini con Casini e Rutelli e Bersani con Di Pietro e la sinistra»). Un sogno ridicolo, perché permetterebbe a Berlusconi di vincere le elezioni. Infatti Pdl+Lega+Destra sarebbe sul 43-44%, Fli+Udc+Api 10%, e Pd+Idv+Psi+Sel+Verdi+Fds 41%. Ma forse a Diliberto non gliene frega nulla di vincere le elezioni, gli basta tornare in Parlamento e in Tv. Diliberto fin dal 2008 con uan lettera a La Stampa non ha mai fatto mistero di soffrire tantissimo per l’assenza da Tv e grandi quotidiani. Del resto Diliberto come molti della sua generazione non capirà mai che la politica di successo si può fare anche senza che Tv e giornali parlino del tuo partito, perché i canali alternativi esistono e le prove che funzionino pure.

Quanto alle primarie il decennale segretario del Pdci afferma di volere evitare «di indicare preferenze perché rischierei di danneggiare il prescelto», ma subito dopo aggiunge che «ho già proposto alla Federazione di sostenere Vendola alle primarie» e che «in questo caso posso dirlo senza danneggiarlo perché è già percepito come il candidato più a sinistra». Vuoi vedere che il sogno di Diliberto è sostenere Bersani alle primarie? Niente di più ovvio per una politica paracula come quella di Diliberto.

Sono passati ben 50 anni da quel luglio caldissimo che vide i reazionari italiani forzare la mano per far tornare il fascismo italiano. Le forze di progresso vinsero, ma per strada caddero degli innocenti e inermi cittadini, colpevoli solo di esercitare in piazza il loro diritto di opposizione al governo democristiano appoggiato dai missini.

Quello che segue è il discorso di Togliatti, segretario generale e capogruppo alla Camera del Pci, svolto in Aula contro il governo Tambroni dove ampio spazio è dedicato alle zone d’ombra del boom economico che nel 1960 era al suo apice, essendo quello l’anno del sorpasso dei lavoratori dell’industria su quelli dell’agricoltura.

Discorso di Palmiro Togliatti alla Camera dei Deputati, 12/7/1960

Dunque, signor Presidente, dunque, onorevoli colleghi, eccolo, il partito responsabile di tutto ciò che è capitato, il partito comunista, il partito che ha voluto saggiare le capacità di resistenza dello Stato, che ha tentato l’assalto allo Stato, che ha organizzato la sedizione, che ha dato «direttive e suggestioni per sospingere e ingannare» le masse ignare, che ha scagliato all’assalto i suoi attivisti, che ha tentato di sostituire la piazza al Parlamento! Eccolo, il partito che ha fatto tutto questo! Inutile negarlo! Lo dice il dipartimento di Stato americano, organo che, come sapete, non è incline a intervenire nelle faccende interne degli altri paesi, soprattutto del nostro. Lo ripete tutta la stampa della destra europea, Ia stampa del partito democristiano, la stampa governativa, la stampa gialla del nostro paese.
Manca un elemento, onorevole Tambroni: non ho ancora sentito parlare del «piano K» , non ho ancora sentito citare le riunioni segrete, le circolari clandestine. Voglio dire che attendo con una certa curiosità il suo intervento, onorevole Tambroni, perché penso che questo probabilmente sarà uno dei pezzi forti di esso. In ogni circostanza, anche drammatica, purtroppo, vi sono dei buffoni che fanno gli sberleffi. Il «piano K» e le sue rivelazioni saranno questa buffonata.
Ma già abbiamo sentito dire che tutto ciò che è avvenuto corrisponde a un piano internazionale, che è stato elaborato e viene attuato per minare il prestigio, in realtà oggi non molto elevato, degli Stati Uniti d’America, per sabotare la N.A.T.O., per preparare il trionfo del bolscevismo nel mondo intiero, dall’isola di Cuba al continente africano, dall’Asia all’Europa occidentale.
Tutto questo proviene da un punto preciso, da una tastiera dietro la quale siede l’uomo terribile, siede il signor, anzi, permettetemi di dire il compagno Kruscev. Tocca un tasto e Sygman Rhee, campione della democrazia nell’estremo oriente, è buttato nella spazzatura; un altro tasto e Menderes baluardo della libertà in Turchia, va a finire in prigione; un tasto ancora e il popolo giapponese insorge unanime contro il trattato che asservisce il suo paese all’imperialismo americano; un tasto, infine, ed ecco che in Italia il popolo si leva e si mobilita in massa contro il fascismo. Ed io, purtroppo, con la mia modesta persona, nei giorni in cui avvenivano i fatti di Genova, non posso negare di essermi trovato non dico vicino a quella tastiera, ma per lo meno in quel paese, vagando tra le grandi capitali di Mosca, Leningrado e Kiev, come tutti sanno.
Siamo dunque noi che abbiamo fatto tutto. Noi che a Genova abbiamo tentato di gettare la polizia in armi contro una manifestazione alla quale partecipavano i rappresentanti di tutta la Resistenza italiana, il fior fiore del mondo politico democratico italiano. Noi che a Roma abbiamo vietato, senza avvertire in tempo, un comizio , che abbiamo detto al prefetto di Roma di rifiutare di prender contatto con gli organizzatori di quel comizio per vedere come si poteva sistemare la cosa. Noi che abbiamo buttato uno squadrone di cavalleria con gli scudisci levati contro un centinaio o poco più di senatori e deputati che andavano a deporre una corona alla lapide in memori a dei caduti di porta san Paolo. Siamo noi che a Reggio Emilia, contro una folla convocata a un comizio legalmente autorizzato e che unicamente faceva ressa attorno a l teatro per poter prendere posto e ascoltar e i discorsi che si stavano per pronunciare, abbiamo dato ordine di disperderla, facend o fuoco senza preavviso alcuno. Noi che a Reggio Emilia abbiamo lanciato quei sassi contro la polizia di cui non si trova nessun a traccia nelle fotografie delle piazze e dell e strade in cui aveva luogo quel conflitt o sanguinoso. Noi che abbiamo lanciato le «bottiglie Molotov», di cui pure non vi è traccia alcuna lasciata dalla loro esplosione sui pavimenti, sui muri, sui mezzi di trasporto della polizia. Noi che a Reggio Emilia abbiamo dato ordine che venisse impedito a i donatori di sangue di penetrare nell’ospedale dove si stavano operando i feriti gravi, ch e erano in punto di morte.
Siamo ancora noi che a Licata abbiamo organizzato una manifestazione unanime di popolo, alla testa della quale vi erano il sindaco e tutti gli assessori democratici cristiani di quella città. Noi che a Palermo abbiamo respinto la proposta, fatta da coloro che erano a capo di una grande manifestazione di popolo, di prendere alcune misure con le quali si sarebbe evitato il peggio. Noi che abbiamo dato l’ordine che anche là venissero usate le armi. Noi che, come ha detto il ministro dell’interno l’altro giorno, abbiamo persino organizzato una scuola per insegnare agli opera i selciatori come le selci possono essere tolte dalle strade e diventare proiettili. Noi che abbiamo fabbricato quelle mazze incendiari e che sono state trovate a Ravenna e di cui una è servita, vedi combinazione, a dar fuoco alla casa di un nostro compagno, all’abitazione del compagno Boldrini.
Tutto questo, poi, noi lo abbiamo fatto – come affermate voi, colleghi della democrazia cristiana – per vincere il nostro profondo disorientamento, per uscire dall’isolamento, per superare la nostra crisi: perché noi, che siamo il partito più sano, più forte, più strettamente legato alle masse che vi sia oggi in Italia, siamo sempre disorientati, sempre isolati, sempre in crisi. Sciocchezze! Volgarità inconsistenti!
Onorevoli colleghi della democrazia cristiana, non so se l’intervento del Presidente del Consiglio e quello del vostro rappresentante in questo dibattito, in particolar modo, svilupperanno argomenti di questa natura e su di essi si fonderanno. Credo di essere facile profeta prevedendolo, perché so che l’obbligo di solidarietà con il governo che dovete ad ogni costo appoggiare vi impone questa linea di condotta. Però, onorevoli colleghi della democrazia cristiana, io non credo siate degli sciocchi, nella media, per lo meno, e per questo l’invito che voglio rivolgervi è di non credere a queste sciocchezze, anche se siete costretti a dirle sui vostri giornali e a ripeterle in un dibattito parlamentare; è di guardare un po’ più profondamente a ciò che è avvenuto nelle settimane scorse nel nostro paese, a ciò che si prepara, a ciò che accade in questo momento.
Mi auguro che la ripetizione di queste volgarità e sciocchezze non vi impedisca di indagare a fondo la realtà della nostra attuale vita nazionale, di scoprire gli elementi veri e nuovi della situazione politica, economica e sociale di oggi, situazione che offre a tutti un quadro preoccupante, gravido di fattori notevoli di continuo aggravamento.
E di queste volgarità anticomuniste avrei finito di occuparmi se non dovessi dedicare una maggiore attenzione a un documento di notevole importanza, la nota – alla quale ha accennato già il compagno Nenni, nel discorso con il quale ha aperto questo dibattito – che generalmente è attribuita, se non al Presidente del Consiglio, per lo meno alla Presidenza del Consiglio e nella quale si trovano affermazioni che hanno un valore quas i determinante per cogliere alcuni degli elementi decisivi della situazione che si è creata nelle settimane scorse in Italia.
La nota si impernia su due affermazioni fondamentali. La prima è questa: che «il partito comunista italiano è stato battuto». Qui ci si può fermare un momento. Noi a Genova siamo stati partecipi e in gran parte animatori di un grande movimento unitario di carattere nazionale, che aveva un chiaro obiettivo politico antifascista e che è stato coronato da un grande, commovente successo, al quale noi pure, come partito, abbiamo partecipato.
Ritengo che fino ad oggi, forse, non si sia rivolta sufficiente attenzione a ciò che è avvenuto a Genova, e precisamente al punto di partenza del movimento di Genova . Non si è trattato né di puntiglio né soltanto di sentimento. Il congresso del partito fascista non venne convocato in quella città senza una intenzione politica non riposta, ma esplicita, manifesta e dichiarata. Si trattava, per il partito fascista, di cessare di essere quella entità trascurabile, di cui è già stato detto, per diventare, attraverso una sfacciata manifestazione di forza, elemento determinant e nella direzione politica del paese. Per questo i capi fascisti scrivevano fin dal giugno nei loro giornaletti: «Decidemmo di portare il fascismo alla luce del sole, con una sua classe dirigente, con l’immediata determinazione di partecipare alla vita politica del paese». Questo era il proposito. Si trattava quindi di fare un un passo avanti dal voto di sostegno del cosiddetto governo amministrativo, verso una affermazione politica nuova, la quale, se avesse potuto essere compiuta, avrebbe cambiato qualcosa della situazione del paese, pesando in modo abbastanza grave su tutto lo sviluppo della nostra situazione politica.
Bisognava impedire che questo avvenisse, ed è stato il sentimento antifascista, democratico e nazionale delle masse lavoratrici e delle forze della Resistenza appartenenti a tutti i partiti, che è insorto per impedire che ciò avvenisse.
Il movimento di Genova, ripeto, fu coronato da un grande successo, e non vi fu alcuno spargimento di sangue perché, mercé l’intervento degli uomini che stavano alla testa di esso, si ottenne che non vi fosse provocazione poliziesca. A Genova quindi non siamo stati battuti, onorevole Tambroni, anzi, abbiamo vinto.
In seguito il movimento si estese: vi è stato il conflitto di Roma, vi sono state le proteste di massa, gli eccidi, i morti. Sono già stati fatti qui i loro nomi: vorrei ricordare che a Reggio Emilia tre di essi erano partigiani e combattenti; altri erano giovani di 19, 20, 22, 25 anni. Sì, tra questi morti vi sono dei comunisti, ve ne sono, credo, parecchi. Per questo il profondo cordoglio che noi esprimiamo per il sacrificio di questi combattenti ha qualche cosa di particolarmente doloroso per noi. Sappiamo che sono caduti i compagni, gli amici, i fratelli nostri. Ma io sarei veramente esterrefatto se questo nostro cordoglio potesse dar motivo di sodisfazione a qualcuno dei nostri avversari. Ciò vorrebbe dire che questi avversari sono caduti al livello della barbarie più nera. «Abbiamo ucciso i comunisti, quindi abbiamo battuto il partito comunista italiano!». Vergogna! Vergogna, signor Presidente del Consiglio: questo è l’animo di chi già vive nella atmosfera della guerra civile; questo è l’animo di un criminale e di un vile! (Commenti al centro).
Il movimento poi è andato avanti, e noi continuiamo a partecipare ad esso come elemento sostanziale del grande campo della Resistenza. Domenica si è riunito il consiglio federativo nazionale della Resistenza, e ha preso le sue decisioni. Noi queste decisioni condividiamo e ad esse ci atteniamo. Il consiglio della Resistenza ha dichiarato che la lotta per la restaurazione dei valori che stanno alla base della Costituzione deve essere proseguita; ha fatto appello a tutte le forze politiche che intendono rimanere fedeli agli ideali democratici perché agiscano secondo le norme d’azione che la Costituzione garantisce e che nessun potere ha facoltà di ignorare e calpestare, per battere e rovesciare il governo che si regge con l’appoggio del fascismo; ha invitato tutte le forze dell’antifascismo e della Resistenza a perseverare in tutte le iniziative che possono chiarire e tener vivi nella cittadinanza i motivi della lotta in corso.

Per questi obiettivi noi continuiamo a lottare, senza avere in noi nemmeno il più lontano accenno dello stato d’animo di colui che sia stato battuto, anzi, sentendo in noi lo stato d’animo di chi è convinto della giustezza della causa per cui il popolo combatte per cui combattono le forze migliori della nazione, impegnandosi a dare, per la vittoria di questa causa, tutte le proprie energie. Continuiamo la lotta dopo aver sentito attorno a noi, forse come da molto tempo non lo sentivamo, il calore della adesione, della solidarietà, dell’affetto di sterminate masse della popolazione lavoratrice.
Ma la nota cui mi riferivo prosegue ed è questo il punto decisivo, perché ci fa capire di che cosa si è trattato e si tratta veramente, in questi giorni. Prosegue affermando che «…i comunisti, se riprovassero, avrebbero la peggio», perché «sono troppi i cittadini che fanno sapere essere giunta l’ora di farla finita e, se non dovesse farlo lo Stato (cioè l’onorevole Tambroni), lo farebbero essi stessi di loro iniziativa, e l’avvertimento non va disatteso».
Qui incontriamo due componenti politiche precise. La prima è l’odio bestiale contro un partito di avanguardia della classe operaia, il quale, per giunta, nel nostro paese è il partito che ha dato il maggior contributo all’abbattimento del fascismo, alla cacciata dell’invasore straniero e alla fondazione della Repubblica. Odio bestiale per questo partito della classe operaia e del popolo e pieno ritorno, quindi, per questo aspetto, al criminale anticomunismo fascista. La seconda componente è l’appello aperto allo squadrismo. Vi è dunque un notevole passo avanti verso il fascismo, come vedete, che corrisponde a quello che i rappresentanti del movimento italiano volevano fare organizzando a Genova il loro congresso. Vi è un notevole passo avanti, dal voto non richiesto e non qualificante a queste affermazioni in cui si ritrovano intieri la politica e l’animo del fascismo. Qui, l’intesa diventa esplicita, la fusione completa; si scopre una identità di obiettivi tra quella parte (Indica la destra) trascurabile, lo riconosco, del nostro Parlamento, che vuole riportare il fascismo alla luce del sole, e il Presidente del Consiglio, colui che dirige il nostro governo. Così si spiegano, politicamente, le grossolane provocazioni poliziesche. Dietro queste provocazioni vi è il proposito preciso di creare una situazione analoga a quella che ci portò al fascismo. Questo proposito deve essere denunciato a tutto il popolo da questa tribuna, nel modo più energico, nel modo più solenne. Altro che difesa dell’ordine e dello Stato! Alla sommità del nostro edificio politico vi è chi pensa al fascismo come via di uscita e prospettiva dalla grave, attuale situazione italiana. Questa è la verità.
Si dice, o almeno dicono i giornali, che il Presidente della Repubblica sia oggi pienamente solidale con l’attuale Presidente del Consiglio. Non so se questo sia vero, ma di fronte a queste affermazioni che il Presidente del Consiglio fa circolare come posizione del proprio Governo, se questo dovesse essere vero, noi dovremmo affermare che in Italia siamo al limite non soltanto di una crisi politica, ma di una grave crisi costituzionale.
Naturalmente, criminali e folli sono coloro i quali credono che si possa ricacciare l’Italia sotto il giogo del fascismo. Avete dimenticato la lezione della storia. Avete dimenticato dove sono finiti coloro che fecero leva sull’anticomunismo criminale per scatenare lo squadrismo e istaurare la tirannide nera sul popolo italiano. Ricordatevi che questa volta la lotta sarebbe più breve di quella che non sia stata la prima volta. Non vi sarebbe bisogno di venti anni, forse basterebbero solo venti giorni per impedire che questi piani criminali e folli vengano attuati. Questa fiducia nelle forze del popolo e nella democrazia, compagno Nenni, non è che ci impedisca di vedere la gravità delle prospettive che stanno davanti a noi, ma ci dà coraggio, ci fa comprendere che le condizioni di oggi non sono quelle del 1921, del 1922 e 1923. Sono altre, e in queste altre condizioni è la volontà democratica del popolo che riuscirà a trionfare, è la volontà democratica della Resistenza che riuscirà a spezzare qualsiasi tentativo di respingerci indietro. (Vivi applausi a sinistra).
Come potete non rendervi corito di questo? Voi non avete alcun senso della realtà, se non capite che la maggioranza della popolazione italiana è disposta a battersi in tutti i modi e con tutte le armi perché il paese non sia ancora una volta cacciato sotto il giogo della tirannide fascista. E non si tratta solo di noi comunisti. È tutta l’Italia che si leverà in piedi per sbarrarvi la strada.
Ma di fronte ai propositi che in questo modo così sfacciato si manifestano da parte di chi sta alla direzione del governo, che cosa vi è nel paese? Su questo vorrei che concentraste la vostra attenzione. Vi è una situazione di malessere, di disagio, di malcontento, che tende ad assumere sempre più delle forme acute; vi è una diffusa insofferenza popolare per le condizioni in cui si è costretti a vivere e i fatti accaduti nelle ultime settimane hanno dimostrato non soltanto quanto siano profondi questi sentimenti, ma hanno rivelato l’esistenza nel popolo di una combattività superiore a quanto chiunque di noi potesse immaginare.
Per questo ha potuto essere affermato e anch’io affermo che un nuovo periodo si apre nello sviluppo dell’azione per il rinnovamento del nostro paese, delle lotte per le rivendicazioni dei lavoratori, per le riforme democratiche e sociali che oggi in Italia si impongono.
Quando si attira la vostra attenzione su questa realtà, voi rispondete facendo richiamo alla situazione economica favorevole, al miracolo economico che si sarebbe realizzato e non vi accorgete che questa stessa vostra esaltazione del «miracolo economico» suona per una grandissima parte del popolo come una irrisione e persino come una provocazione.
Lo sappiamo anche noi quali sono le percentuali di aumento della produzione. Sappiamo che nell’ultimo anno il capitale delle società per azioni è aumentato di 500 miliardi, che il valore dei titoli azionari in borsa è cresciuto del 70 per cento, che i monopoli elettrici hanno avuto utili del 25 per cento, che le società per azioni hanno avuti utili complessivi, tra quelli dichiarati e quelli passati a riserva, che toccano il 30 per cento. Tutto questo lo sappiamo tutti, ma sappiamo anche come vive la popolazione lavoratrice e quali angosciosi problemi ad essa si pongono.
Una cosa che non sappiamo è quanti sono i disoccupati in Italia, perché sono così imbrogliate le cifre per le discordanti affermazioni dei differenti istituti statistici che gli stessi organi della grande borghesia industriale non ci si raccapezzano e dicono che, insomma, bisogna rimanere ai vecchi dati. Se voi leggete, poi, uno dei più importanti giornali economici dell’Inghilterra, il Tempo finanziario, vi trovate la esplicita affermazione che il «miracolo italiano» in realtà è un miracolo che è stato pagato con la disoccupazione e con i bassi salari, perché senza disoccupazione e senza bassi salari non vi sarebbe stato.
Mentre si accumulavano le enormi ricchezze che sopra ho detto i salari hanno avuto uno stentato aumento del 3-4 per cento mentre il rendimento del lavoro si è accresciuto in media dappertutto più che del 20 per cento. E voi, Governo Tambroni, avete ridotto i salari dell’1,40 per cento estorcendo con una misura puramente amministrativa 50 miliardi alle tasche degli operai italiani. Fatto sta che noi abbiamo oggi i salari più bassi di tutt a l’Europa occidentale; abbiamo una diminuzione palese, affermata da tutte le statistiche, dell’incidenza dei redditi di lavoro sul reddito nazionale; abbiamo i più bassi consumi alimentari; abbiamo una situazione in cui le otto ore, fatta eccezione per alcuni complessi industriali, non sono più rispettate e non esistono più, perché l’operaio, per avere un salario che gli consenta di vivere, è costretto a lavorare nove e anche dieci ore al giorno, e il ritmo di lavoro è tale che a 45 anni gli operai vengono cacciati dalle fabbriche e vivono di stenti con le misere pensioni dell a previdenza sociale.
Questa è oggi la condizione dei lavoratori in Italia. Al vostro miracolo economico, onorevole Tambroni, corrisponde una accentuazione e in qualche caso una esasperazione del contrasto sociale tra le classi dirigenti capitalistiche e le classi lavoratrici. E a questo si aggiungono altri profondi contrasti; la crisi dell’agricoltura, la fuga dei lavoratori dalle campagne, l’aggravato squilibrio tra il Mezzogiorno e il settentrione, la trasformazione in zone depresse di nuove parti del paese. Ancona, onorevole Tambroni, è oggi zona depressa; l’Umbria è zona depressa; la Toscana si avvia per gran parte a diventare zona depressa. In dieci anni abbiamo avuto due milioni di emigrati; 200 mila operai italiani ogni anno vanno a lavorare fuori d’Italia. In Germania potete vedere riprodotti, sui giornali del grande capitale, i manifesti che mostrano questa nostra gioventù italiana a braccia nude, con la scritta: «Per 60 marchi potete avere un italiano».
Questa è la situazione reale in cui versa la maggioranza della popolazione italiana nelle città e nelle campagne, questi i mali di cui soffrono non solo l’operaio e il bracciante, ma il ceto medio e anche una parte del ceto produttivo borghese. E questa è la conseguenza di una precisa scelta economica e politica.
Si dice e si ripete che la democrazia cristiana debba fare una scelta. Non credo sia esatta questa formulazione. La democrazia cristiana con questo Governo e anche prima di esso una scelta l’ha fatta. La democrazia cristiana deve fare un mutamento di rotta. Questo Governo ha già fatto la sua scelta. Sotto l’insegna del carattere amministrativo della sua azione ha fatto propria la politica dei grandi monopoli, ha fatto qualche piccola elemosina paternalistica, ma ha detto no a un nuovo indirizzo di politica economica, in senso democratico, a favore dei lavoratori. (Interruzione del Presidente del Consiglio) . Ha detto no a qualsiasi misura di nazionalizzazione; no a qualsiasi lotta contro il prepotere del grande capitale monopolistico; no ad ogni azione tendente a un aumento generale delle mercedi, quale è oggi richiesto dalla situazione dei lavoratori; no alla istituzione di quel regime regionale che viene reclamato dalle popolazioni che vogliono controllare da sè come viene amministrata la vita economica delle loro regioni; no a tutto ciò che sia anche solo un inizio di rinnovamento delle direttive economiche e politiche seguite finora, dettate dai grandi industriali e dalle forze politiche più retrive.
Mentre sulle piazze non è ancora asciugato il sangue versato dalle vittime della violenza poliziesca, ve ne andate a porre le prime pietre di questa o di quella nuova grande impresa industriale, dimenticando qual’è la strada che ha dovuto seguire il popolo italiano perché si potesse giungere a dare un inizio a qualcuna di queste realizzazioni. È stata la strada delle lotte popolari, delle manifestazioni, degli scioperi, dei conflitti con la polizia, la strada che proprio in Puglia ha portato i lavoratori a lasciare i loro morti sulle piazze dove si combatteva per strappare qualche misura di progresso economico e sociale.
Di tutto questo troppo facilmente vi dimenticate. Da condizioni oggettive nasce quel malcontento diffuso, profondo, che tende in alcuni settori a diventare esasperazione, che si accentua per motivi non soltanto economici ma politici, in cui si assommano gli errati indirizzi economici e politici di questo Governo alla sua incapacità, alla tracotanza di chi da troppo tempo è sicuro di esercitare il potere e respinge qualsiasi controllo, alla corruzione, alla prepotenza clericale. Uno stato di protesta e di agitazione oggi è latente o palese in quasi tutto il paese, si estende dagli operai ai fisici atomici, dai coltivatori diretti ai produttori cinematografici, dagli impiegati agli universitari, agli studenti, agli uomini di cultura. Tutti hanno qualche motivo per cui sentono che le sorti del paese e le sorti dei singoli cittadini non sono tutelate come dovrebbero. Ognuno ha una sua rivendicazione vitale. Ognuno ha una offesa di cui vuole chieder conto e chiede conto.
Si era ad un certo punto accesa la speranza di uno spostamento a sinistra dell’asse governativo che avrebbe dovuto dare inizio ad alcune riforme economiche e politiche a favore delle classi lavoratrici. Anche questa speranza è stata annullata. Non lo voleva la Confindustria, non lo voleva il Corriere della sera, non lo voleva il Sant’Uffizio. Quindi non se ne è fatto nulla. Non si cambia nulla. Si va avanti per la stessa strada. Le attese, le speranze una dopo l’altra sono deluse.
In tutto questo però noi costatiamo la presenza di alcuni grandi fattori positivi. Non vi è nulla di anarchico nello stato d’animo delle grandi masse lavoratrici. Non vi è nulla che ricordi i tradizionali movimenti di collera plebea contro le pubbliche autorità. Vi è collera, ma vi è in pari tempo consapevolezza degli obiettivi che debbono essere perseguiti e che dovranno essere raggiunti. Vi è collera e insieme vi è disciplina, combattività, e unità. E soprattutto vi è un orientamento sicuro, che sgorga dagli ideali dell’antifascismo, dagli ideali della Resistenza. Mai come ora si è sentito quanto profondo sia il legame della grande maggioranza del popolo italiano con gli ideali per cui si combatté contro il fascismo, nel nome dei quali si è istaurata la Repubblica. Esso è così profondo che spinge a superare, anche se non completamente, per lo meno in grande parte, le vecchie superstizioni anticomuniste, per ritrovare nell’azione i motivi del contatto, dell’intesa, della collaborazione tra tutti coloro i quali vogliono un rinnovamento democratico dell’ Italia, tra tutti coloro i quali rimangono fedeli alla causa dell’antifascismo e della Resistenza.
Mai come ora si è sentito che cosa significhi e quale immenso valore abbia per l’Italia questo legame con gli ideali della Resistenza. Vi siete chiesti il perché di questa profonda sollevazione popolare, di questa marea di spirito antifascista che oggi invade tutto il paese, vi siete chiesti quale è il motivo di questa rinascita elementare, spontanea, dello spirito della Resistenza? Se ve lo foste chiesto vi sareste accorti che nasce dalla consapevolezza che qualche cosa deve cambiare e che il cambiamento deve riportare l’Italia nella linea di quei principi che animarono la nostra lotta antifascista, principi di libertà, di democrazia, di dignità umana, di uguaglianza, di progresso sociale.
Quando abbiamo approvato la Costituzione repubblicana, chiaramente abbiamo detto – ed eravamo nella grande maggioranza d’accordo – che volevamo fondare un ordinamento politico e sociale nuovo. I principi di questo nuovo ordinamento politico e sociale sono sanciti nella Costituzione repubblicana; la lotta per far trionfare gli ideali della Resistenza è lotta per l’applicazione integrale e per il rispetto assoluto della Costituzione, perché vengano tradotte in atto tutte le sue prescrizioni.
Vi siete chiesti perché queste migliaia di giovani, non ancora appartenenti a nessuna organizzazione politica qualificata – 30 mila giovani, si dice, nella città di Genova, accorsi da tutte le parti – prendano parte con tanto slancio ed entusiasmo alla lotta contro il fascismo, per affermare gli ideali della Resistenza? A questi giovani non è stato detto che cosa fu il fascismo, non è stato detto che cosa fu la Resistenza. Nelle scuole italiane è proibito insegnare queste cose ai giovani, ed essi sono accorsi a migliaia ai corsi liberi organizzati nei teatri cittadini, a Roma, a Torino, dove si è insegnato loro che cosa è stato il fascismo, quali sono gli ideali in nome dei quali esso è stato abbattuto e ai quali deve essere ispirata tutta la nostra vita politica.
Alla attuazione di questi ideali questi giovani collegano ciascuno le questioni proprie, del salario, del posto di lavoro, dell’avanzamento, della lotta contro le discriminazioni, contro il disagio, l’ignoranza e la miseria. Un profonda volontà democratica li penetra e anima tutto il popolo. La gioventù vuole vivere meglio, vuole essere rispettata, vuole che la vita economica e politica del paese venga rinnovata secondo i principi della nostra Costituzione.
È a questa ondata travolgente di spirito democratico e antifascista che voi avete opposto la violenza, la brutalità vostre. Il popolo non capisce e apertamente vi condanna. Non capisce perché si debbano mandare le pattuglie di cavalleria con le sciabole sguainate contro un corteo di cento deputati; non capisce perché si debba assediare di forza pubblica, in assetto di guerra, un rione dove vi è una sezione comunista che ha convocato un’assemblea; non capisce perché si debba sparare per il fatto che si manca di rispetto alla polizia. A questo si ribella oggi la coscienza democratica di tutta la nazione.
Nella nostra Costituzione sono scritti i diritti democratici dei cittadini: il diritto di uccidere, nella nostra Costituzione non è scritto. Non esiste il diritto di uccidere, e di uccidere sulle piazze, senza giudizio e senza sentenza, unicamente perché tale ordine è partito dal Ministero dell’interno o dalla Presidenza del Consiglio. (Applausi a sinistra – Commenti al centro e a destra).
Non esiste il diritto di comandare alle forze dell’ordine pubblico la uccisione dei cittadini.
Così si pone il problema della polizia, e si pone, credo, con una certa acutezza. Alla polizia in servizio di ordine pubblico bisogna prima di tutto togliere le armi di guerra. (Applausi a sinistra).
Non è ammissibile che con armi di guerra si vada contro una manifestazione popolare. (Commenti a destra).
Ma anche un altro problema ci deve preoccupare. Dalle espressioni che sono state colte nel corso di questi giorni, durante le manifestazioni pubbliche, sulla bocca, per Io meno, di una parte degli agenti di polizia e dei loro comandanti, si è sentito chiaramente che essi nutrono un profondo disprezzo per qualsiasi norma di vita democratica, per il Parlamento in particolare, un vero odio per le forze avanzate della Resistenza e della democrazia e una vera nostalgia per il fascismo. La questione dovrà essere posta e risolta. Dovremo controllare come ha luogo il reclutamento di questi agenti e come ha luogo l’avanzamento dei loro dirigenti. I titoli fascisti, per esempio, sono considerati titoli di merito o di demerito?
TAMBRONI, Presidente del Consiglio dei ministri. Li manderemo a scuola in Ungheria! (Commenti a sinistra).
TOGLIATTI. Lo so che per lei sono titoli di merito. (Interruzione del deputato Tripodi), ma un governo democratico ha il dovere di operare una scelta. Coloro che nutrono siffatti sentimenti antidemocratici non devono essere mandati sulle piazze quando vi è una manifestazione di popolo. Un governo democratico ha il dovere di dare una educazione democratica alle forze della polizia, di impedire che esse possano diventare un nido di nostalgici della tirannide fascista. Il problema non è soltanto di organizzazione, è politico. È della concezione stessa che si deve avere dei rapporti dello Stato con il cittadino e dei diritti fondamentali del cittadino. I cittadini hanno il diritto di riunirsi, di organizzarsi, di fare sciopero, di manifestare liberamente il proprio pensiero, quando lo fanno pacificamente e senza armi. Questo diritto le grandi masse del popolo sanno di esserselo conquistato e non vogliono lasciarselo strappare, anzi esse vogliono andare avanti, perché la Costituzione repubblicana afferma che tutti i lavoratori, tutti i cittadini devono partecipare alla direzione dello Stato.
Lo Stato non può essere un organismo burocratico che si oppone con la forza delle armi alla massa dei cittadini. Deve essere un organismo che aiuti l’avvento dei cittadini e delle loro organizzazioni alla direzione della cosa pubblica. L’impiego della forza armata per disperdere pacifiche manifestazioni di cittadini è contrario all’esercizio dei diritti fondamentali che sono sanciti dalla Costituzione repubblicana. Ritengo che sarebbe dovere anche delle più alte autorità dello Stato vegliare a che questi diritti vengano sempre rispettati, e intervenire per richiamare a questo rispetto. Sono stati e saranno a questo proposito rivolti appelli al Presidente della Repubblica. Speriamo che ad essi si dia ascolto. Si tenga ad ogni modo presente che il prolungarsi della situazione attuale provoca un progressivo scadimento dell’autorità e del prestigio di tutti gli organi dirigenti dello Stato.
Questo è il punto centrale che noi oggi dobbiamo dibattere. Nessuno di coloro che hanno partecipato e partecipano al grande movimento antifascista della Resistenza ha voluto uscire dalla legalità, ma il rispetto della legalità, cioè il rispetto dei diritti costituzionali dei cittadini deve essere garantito a tutti i cittadini dal governo, dagli organi che stanno a capo della pubblica amministrazione. Ciò è tanto più necessario oggi perché non credo si possa nutrire la speranza che automaticamente e rapidamente si ricomporrà in Italia una situazione di tranquillità e calma assoluta. Si sono mosse le acque. Profondamente si sono mosse le acque; si sono acutizzati problemi che già erano sentiti, urgono soluzioni a favore di settori ingenti della popolazione lavoratrice ed è necessaro che queste soluzioni vengano ricercate e attuate da coloro cui spetta, ma in condizioni di normalità, cioè impegnandosi il governo a rispettare la legge, le prerogative, i diritti costituzionali.
Vi sono problemi economici sempre più acuti. Vi è il problema di un aumento generale delle mercedi, che dovrà essere trattato dagli organismi a cui spetta trattarlo, dai sindacati, dalle organizzazioni di fabbrica. Ma trattare questo problema significa impegnare delle agitazioni, significa promuovere delle lotte. Queste lotte i lavoratori intendono condurle nel rispetto della legalità, ma esigono che da parte degli organi dirigenti dello Stato la legalità e la costituzionalità vengano prima di tutto rispettate. Non possiamo correre il rischio che, per gli ordini dati dal Presidente del Consiglio, ogni sciopero e ogni manifestazione si chiudano con dei morti e con dei feriti.
E, poi, incombono le questioni politiche, la minaccia del fascismo, formulata in modo così evidente dallo stesso Presidente del Consiglio e contro la quale l’agitazione deve continuare, deve estendersi, deve approfondirsi, continuerà, si estenderà e si approfondirà, con quello spirito unitario che ci ha portato alla vittoria sul fascismo e che ci porterà – tutti uniti, democratici italiani – al rinnovamento della vita economica e politica del paese.
Così si pone il problema degli indirizzi di governo. Noi rivendichiamo, e da tempo, un mutamento profondo di questi indirizzi, nel campo della economia e nel campo de i rapporti politici. Riteniamo che si deve arrivare a una partecipazione delle grandi masse lavoratrici in modo effettivo alla direzione della cosa pubblica. Lavoriamo e lottiamo per realizzare questo, che è uno dei principi scritti nella Costituzione repubblicana.
Oggi però urgono problemi immediati. Sta di fatto che non è possibile continuare col Governo attuale; con un Governo che dopo aver avuto i voti del fascismo, auspica l’avvento di una situazione fascista; con un Governo la cui esistenza stessa è una provocazione alle forze migliori della società politica italiana; con un Governo il quale non può più essere chiamato governo di tregua, perché nutre propositi di continua provocazione per trarre esso stesso profitto dall’accentuazione della situazione. L’esistenza di questo Governo è il fatto principale che turba l’ordine della vita della nazione.
L’esistenza di questo Governo spezza quell’unità delle forze nazionali che sempre, anche nei momenti di acuti contrasti di classe, dovrebbe trovare il suo posto nella sfera politica. Si liberi l’Italia da questo Governo, se davvero si vuole una distensione.
Noi siamo favorevoli a una distension e della situazione politica. È questa una nostra vecchia rivendicazione. Ricordo, e forse anche voi ricorderete, che la lanciammo nel lontano 1949, quando, come ora, si era giunti ad un punto di estrema tensione politica e sociale. Lavoriamo per una distensione dei rapporti sociali e politici lottando per la applicazione della Costituzione repubblicana, per la attuazione delle riforme che la Costituzione prescrive.
Alla proposta fatta dal Presidente del Senato onorevole Merzagora siamo stati favorevoli e ci dogliamo che quella proposta sia stata respinta dal partito di maggioranza e dal Governo. Quella proposta prevedeva un dibattito di natura politica, nel quale i partiti affrontassero i temi di fondo della vita nazionale e sulle prospettive che possono essere tracciate in questo momento. Ci auguriamo che il dibattito attuale mantenga questo carattere e che da esso possano uscire utili indicazioni per una modificazione profonda della situazione politica.
Abbiamo sempre detto di essere favorevoli a uno spostamento a sinistra dell’asse governativo, anche se sappiamo che questo spostamento viene invocato da alcuni partiti di questa Camera con animo anticomunista. Non vogliamo qui ora riaprire il dibattito sul modo più efficace di combattere contro il comunismo: se sia più efficace la carica della cavalleria, o l’attuazione almeno di una parte di quelle riforme economiche, sociali e politiche che noi rivendichiamo. Noi siamo per queste riforme, e troverà un atteggiamento favorevole da parte nostra quel governo il quale si accinga ad attuarle. Oggi, però, comprendiamo benissimo che lo spostamento politico in questa direzione è difficile da raggiungersi subito. Ma vi è qualche cosa di più elementare, qualcosa di pregiudiziale che deve essere raggiunto e garantito. I partiti antifascisti hanno accettato il principio della tregua. Il consiglio della Resistenza ha solennemente affermato l’impegno alla continuazione del grande movimento antifascista nel quadro della legalità e della costituzionalità repubblicana. Ebbene, condizione primordiale ed essenziale per una distensione effettiva è che vi sia da parte del Governo un analogo impegno al rispetto assoluto dei principi sanciti nella Costituzione repubblicana.
L’onorevole Saragat ha testè augurato, se non erro, che si possa costituire un governo il quale si proponga come obiettivo immediato di realizzare il rispetto di questi principi, che sono la base della nostra convivenza politica. Ebbene, desidero dichiarare, a nome del nostro gruppo, che, qualora un siffatto, solenne impegno venisse preso da una nuova formazione governativa, il nostro partito, nell’ambito delle sue forze, considererà con favore una simile soluzione. (Applausi a sinistra — Commenti).
Intanto, e fino a che gli obiettivi proposti non siano raggiunti, la lotta antifascista continuerà, si estenderà, si approfondirà in tutto il paese. Noi combatteremo a fianco di tutte le altre formazioni antifasciste, animatori delle forze decisive della classe operaia e delle masse lavoratrici; combatteremo la battaglia democratica e antifascista fino in fondo, e siamo sicuri che registreremo nuovi successi. (Vivissimi applausi a sinistra — Molte congratulazioni).


Sulla morte di Salvatore Novembre, vai pure qui.